Lev Tulskj
Scrivo queste pagine guardando la Russia fra il 19 marzo e la fine di aprile 2026, con una piccola coda che arriva al 1º maggio. Non la guardo da fuori, come si guarda soltanto un Paese nemico o una macchina geopolitica. La guardo come si guarda una terra amata e ferita, una terra che continua a parlare anche quando le impongono il silenzio, una terra dove ogni fatto apparentemente separato — un ricovero psichiatrico, un blocco di Telegram, un museo smontato, una mandria distrutta, una scuola militarizzata, una blogger che piange davanti al Cremlino — finisce per comporre lo stesso quadro. In queste settimane non si vede una sola crisi, ma una somma di pressioni: sulla parola, sulla memoria, sulla scuola, sull’università, sull’economia familiare, sui media, sui confini, sul rapporto fra Mosca e le regioni. La guerra non resta al fronte. Rientra nel corpo della Russia e ne modifica gli organi interni.
Il primo segnale, il 19 marzo, ha il sapore cupo di un ritorno sovietico. Il blogger filocremlino Il’ja Remeslo viene ricoverato nell’ospedale psichiatrico Skvorcova-Stepanova di San Pietroburgo dopo una serie di post nei quali aveva criticato Putin e la SVO, special’naja voennaja operacija [operazione militare speciale, formula ufficiale russa per indicare la guerra contro l’Ucraina]. Non è un dettaglio secondario che Remeslo non fosse un oppositore liberale classico, non fosse un nome già collocato nella geografia consueta del dissenso. Veniva da un’area filocremlina, o comunque compatibile con il sistema. Proprio per questo il suo caso pesa di più: mostra che la soglia della punibilità si è spostata, e che anche chi parte da posizioni leali o nazionaliste può diventare pericoloso se oltrepassa il confine della critica ammessa. L’ospedale Skvorcova-Stepanova porta con sé una memoria pesante: in epoca sovietica fu legato alla psichiatria punitiva, e vi fu internato anche Aleksandr Skobov, al quale era stata diagnosticata la cosiddetta “schizofrenia a decorso lento”. Così la Russia contemporanea sembra riaprire uno dei capitoli più oscuri del suo passato: la trasformazione del dissenso non solo in reato, ma in malattia.
Nello stesso periodo la pressione si concentra sulla memoria storica. Il 9 aprile la Corte Suprema riconosce Memorial come organizzazione estremista e vieta l’attività del Meždunarodnoe obščestvennoe dviženie “Memorial” [Movimento pubblico internazionale “Memorial”] e delle sue strutture regionali in Russia. L’udienza si svolge a porte chiuse, con classificazione “assolutamente segreto”. Secondo Memorial, la formulazione giuridica è vaga e può permettere di perseguire persone o iniziative collegate anche solo indirettamente all’organizzazione. Questa decisione non colpisce soltanto una struttura civica. Colpisce uno dei luoghi morali nei quali la Russia aveva imparato, dopo l’URSS, a guardare le vittime del proprio Stato. Circa dieci giorni dopo, a Tomsk, viene demolito lo Skver Pamjati [Giardino della Memoria] presso il Museo dell’NKVD, Narodnyj komissariat vnutrennich del [Commissariato del popolo per gli affari interni], un complesso memoriale dedicato alle vittime delle repressioni politiche e inaugurato nel 1992. È difficile non vedere il nesso simbolico: prima si dichiara estremista la struttura che custodisce la memoria, poi si rimuove dallo spazio urbano un luogo che quella memoria la rendeva visibile.
Anche a Mosca il rapporto con il passato sovietico viene riorientato. Nell’edificio dell’ex Museo della storia del GULag, chiuso dal novembre 2024, viene smontata completamente l’esposizione. Al suo posto si prevede l’apertura di un museo dedicato al “genocidio del popolo sovietico” e ai crimini dei nazisti. La questione non è che si voglia ricordare la sofferenza sovietica provocata dal nazismo: quella sofferenza è reale, immensa, storicamente decisiva. Il punto è lo spostamento dell’asse. Il terrore interno dello Stato sovietico viene messo in ombra, mentre il racconto pubblico viene ricondotto alla vittima sovietica colpita dal nemico esterno. Nello stesso clima Putin restituisce all’Accademia del FSB, Federal’naja služba bezopasnosti [Servizio federale di sicurezza], il nome di Feliks Dzeržinskij, fondatore della VČK, Vserossijskaja črezvyčajnaja komissija [Commissione straordinaria panrussa], organo originario del terrore politico bolscevico. L’Accademia aveva portato quel nome dal 1962 al 1992, quando era la Scuola superiore del KGB, Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti [Comitato per la sicurezza dello Stato]. Il ritorno di quel nome non è un fatto decorativo: è una riabilitazione simbolica, un segnale dato agli apparati e al Paese.
La cultura subisce la stessa torsione. Il caso Ėksmo, la maggiore casa editrice russa, mostra che la pressione non riguarda più soltanto autori, singoli testi o piccole case editrici indipendenti. Il direttore generale Evgenij Kap’ev viene fermato nell’ambito di un procedimento collegato alla pubblicazione e diffusione di libri con tematiche LGBT, in particolare romanzi come “L’estate con la cravatta da pioniere” e “Di che cosa tace la rondine”. La vicenda si lega alle precedenti pressioni su Popcorn Books e Individuum, culminate nel gennaio 2026 con l’annuncio della chiusura di Popcorn Books. Secondo alcune fonti, l’interesse delle autorità potrebbe riguardare non soltanto la repressione di contenuti considerati vietati, ma anche il controllo degli asset del principale gruppo editoriale russo. La filiera culturale intera diventa vulnerabile: editori, magazzini, librerie, piattaforme, audiolibri. Non basta più togliere un libro dagli scaffali; bisogna sorvegliare la possibilità stessa che un libro circoli.
Accanto alla repressione culturale, si restringe anche la possibilità di misurare la repressione giudiziaria. Il Dipartimento giudiziario presso la Corte Suprema smette di pubblicare le statistiche sulle condanne e rimuove dal sito i dati disponibili a partire dal 2005. Quei dati erano usati da giornalisti e difensori dei diritti umani per seguire l’andamento delle condanne per singoli articoli, i tipi di pena, i profili dei condannati. L’ultimo rapporto disponibile, relativo al primo semestre del 2025, registrava già la crescita dei casi di tradimento di Stato e spionaggio, oltre all’aumento dei militari condannati per omicidio. Quando non si può più vedere il numero delle condanne, non scompare la repressione: scompare una parte degli strumenti con cui la società può riconoscerla, contarla, documentarla. In parallelo, Reporters sans frontières colloca la Russia al 172º posto nel ranking mondiale della libertà di stampa 2026.
Un altro grande fronte è quello digitale. Il 20 marzo Telegram comincia a funzionare con forti interruzioni in Russia. Secondo OONI Explorer, la quota di anomalie sale al 64,4%, contro il 18,2% del giorno precedente. Nei giorni successivi il blocco viene rafforzato fino a circa l’80%, mentre aumentano anche i problemi di accesso a WhatsApp e Signal. Secondo gli analisti, nel mese di marzo il traffico di Telegram in Russia cala del 10–18% e le visualizzazioni complessive dei canali russi si riducono del 17%. Telegram non è soltanto un’applicazione. Per milioni di russi è una forma residua di informazione, di lavoro, di contatto, di coordinamento quotidiano. Per questo il suo rallentamento non è percepito solo come censura politica, ma come interferenza nella vita concreta.
Le restrizioni producono effetti collaterali immediati. Si verifica un guasto su larga scala nel funzionamento delle banche russe, con problemi nei pagamenti, nei bonifici, negli sportelli automatici e nelle applicazioni online di Sberbank, VTB, T-Bank e Ozon Bank. Secondo Forbes e diversi canali Telegram, il guasto potrebbe essere stato causato dalle azioni di Roskomnadzor, in particolare dal blocco di indirizzi IP usati nell’infrastruttura bancaria. Roskomnadzor ordina poi ai media e ai canali pubblici di rimuovere i materiali che collegano il guasto bancario ai blocchi. Il caso è rivelatore: il potere prova a controllare la rete, ma la rete è ormai innestata nella banca, nel trasporto, nel pagamento, nel lavoro, nel pane quotidiano. Colpire la comunicazione significa rischiare di colpire l’economia ordinaria.
Il governo discute intanto nuove misure contro le VPN. Il Mincifry [Ministero dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media] propone alle maggiori piattaforme russe — Sberbank, Jandeks [Yandex], VK, Ozon, Wildberries, Avito — di contribuire all’individuazione e alla limitazione delle VPN presenti nella “lista nera” di Roskomnadzor. Parallelamente si discute una “lista bianca” di VPN conformi alle richieste dello Stato. I marketplace iniziano a limitare il funzionamento dei servizi quando la VPN è attiva: in alcuni casi gli utenti non riescono a visualizzare l’assortimento o completare gli ordini. La censura digitale passa così dal piano esplicitamente politico a quello commerciale e domestico. Non si limita più a impedire l’accesso a un sito proibito; rende più scomodo comprare, pagare, comunicare, vivere.
Il 23 aprile Putin commenta pubblicamente per la prima volta gli spegnimenti di Internet dopo lo shutdown di marzo a Mosca. In una riunione con il governo definisce i disservizi “guasti”, ma afferma che la priorità resta la sicurezza, anche quando ciò comporta limitazioni alle comunicazioni. Riconosce i disagi per i cittadini, ma aggiunge che, se gli spegnimenti sono legati alla prevenzione di attentati terroristici, continueranno. Il commento arriva dopo settimane di malcontento crescente e dopo notizie secondo cui al Cremlino si discuteva la possibilità di attenuare le restrizioni per timore di effetti politici negativi. Qui si vede una contraddizione interna: il potere rivendica la sicurezza come giustificazione suprema, ma sa che la sicurezza, quando diventa interruzione quotidiana della vita, può erodere consenso.
Il controllo digitale non resta nello spazio invisibile dei cavi. Arriva anche ai confini fisici. Le guardie di frontiera russe ottengono il diritto di ispezionare dispositivi elettronici come telefoni, tablet e computer portatili. Il rifiuto di consegnare il dispositivo può comportare una multa o fino a quindici giorni di arresto amministrativo. I giuristi precisano che la legge consente l’ispezione del dispositivo come oggetto, ma non obbliga a comunicare password o sbloccare il contenuto. Nella pratica, però, attraversare il confine con un telefono personale diventa un rischio. Il telefono non è più solo un oggetto: è archivio di vita, memoria privata, rubrica, fotografie, messaggi, letture, paure, contatti. Quando lo Stato guarda dentro quel piccolo oggetto, cerca di guardare dentro la persona.
C’è poi la militarizzazione della società. Alla MGTU Bauman [Università Tecnica Statale di Mosca intitolata a Bauman] viene introdotta una visita obbligatoria al Centro di competenze per i sistemi aeronautici senza pilota come condizione per l’ammissione alla discussione della tesi. La misura riguarda tutti gli studenti maschi, indipendentemente dal tema del lavoro finale. All’Università statale della Ciuvascia, studenti con debiti formativi vengono spinti ad arruolarsi nelle truppe dei sistemi senza pilota, con promesse di pagamenti, cancellazione dei debiti accademici e futuro garantito. I giuristi avvertono che contratti di questo tipo possono essere di fatto a tempo indeterminato.
Il Ministero della Difesa conferma in una risposta al giurista Artëm Klyga, del Dviženie soznatel’nych otkazčikov [Movimento degli obiettori consapevoli], che i contratti formalmente annuali possono non terminare dopo un anno, perché il congedo dipende dai comandanti e da un decreto segreto di Putin dell’agosto 2023 che consente lo scioglimento del contratto solo in “casi eccezionali”. In seguito, il Minobrnauki [Ministero della Scienza e dell’Istruzione superiore] prepara una disposizione secondo cui le università dovrebbero trasmettere agli uffici di leva gli elenchi degli studenti espulsi e assegnare i posti liberati ai partecipanti alla guerra in Ucraina. Secondo diverse stime, le autorità puntano ad attirare al servizio a contratto decine di migliaia di studenti. La guerra entra così nelle aule non solo come propaganda, ma come destino amministrativo possibile.
La militarizzazione riguarda anche l’infanzia. Secondo il progetto Vot Tak, in Russia e nei territori occupati sono stati aperti almeno 153 musei dedicati alla SVO; circa il 60% si trova in istituzioni per bambini e giovani, fra scuole, college, case della creatività, orfanotrofi e perfino asili. In alcune strutture prescolari ai bambini vengono mostrate fotografie di partecipanti alla guerra e raccontate le loro storie. In altri casi, nelle lezioni di lavoro manuale, gli scolari vengono coinvolti nella produzione di reti mimetiche, candele da trincea, sacchetti, elementi per mimetizzazione e accessori per droni destinati all’esercito. Il documentario “Mister Nobody contro Putin” di Pavel Talankin, vietato in Russia e poi diffuso dal Servizio russo della BBC, ha mostrato questa trasformazione della scuola in strumento di propaganda militare. Mi colpisce sempre, in queste notizie, la stessa cosa: non si chiede solo ai bambini di amare la patria; li si abitua a immaginare la guerra come parte naturale del paesaggio educativo.
Alla militarizzazione dell’istruzione si aggiunge quella delle infrastrutture civili. Putin firma una legge che consente alle organizzazioni di sicurezza private create presso imprese strategiche, società statali e monopoli naturali di usare armi automatiche per proteggere infrastrutture critiche, anche contro attacchi di droni. Nella regione di Leningrado si prevede la creazione di “gruppi mobili di fuoco” composti anche da riservisti, soprattutto con esperienza nella guerra contro l’Ucraina, da collocare presso imprese e infrastrutture critiche. Nella regione di Belgorod, prodotti alimentari e posta vengono consegnati nei distretti di confine con mezzi blindati dotati di sistemi di guerra radioelettronica. La guerra diventa logistica, consegna del pane, protezione del negozio, pattuglia vicino alla fabbrica, infrastruttura.
Un altro campo della repressione è quello economico e regionale. Tra il 19 e il 20 marzo riprende l’abbattimento di massa del bestiame nella regione di Novosibirsk. Nel villaggio di Koziča, agenti di polizia e servizi veterinari entrano nell’azienda Vodolèj e iniziano la distruzione degli animali, nonostante fosse stato promesso tempo per effettuare analisi. Nell’azienda si trovavano circa 600 mucche e 200 pecore. Le autorità parlano di rabbia e pasteurellosi, mentre altre fonti ipotizzano l’afta epizootica, diagnosi che comporterebbe conseguenze economiche più gravi e restrizioni all’esportazione dei prodotti zootecnici.
Gli allevatori denunciano indennizzi insufficienti, pressioni e mancanza di documentazione chiara. I danni vengono stimati in oltre 1,5 miliardi di rubli, con compensazioni intorno a 173 rubli per chilogrammo di peso vivo. Nel villaggio di Koziča, alla fine, viene distrutto tutto il bestiame. Nel villaggio di Novoključi, dopo gli abbattimenti, le carcasse restano a terra, non smaltite, con timori di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee. Sullo sfondo, un’inchiesta del team di Naval’nyj riferisce che funzionarie del Ministero dell’Agricoltura, fra cui la ministra Oksana Lut, avrebbero volato almeno 61 volte su jet privati verso destinazioni come Nizza, Maldive, Emirati Arabi Uniti e capitali europee. Da una parte le carcasse lasciate nei campi, dall’altra gli aerei privati: è una delle immagini più dure della distanza fra potere e provincia.
Anche altri indicatori economici segnalano pressione. Lukoil comunica per il 2025 una perdita netta di 1,06 trilioni di rubli secondo gli MSFO [principi internazionali di informativa finanziaria; IFRS], contro un utile di 851,5 miliardi l’anno precedente. Il deficit del bilancio federale russo nel primo trimestre 2026 raggiunge circa 4,6 trilioni di rubli, superando già del 20% il piano previsto per l’intero anno. Le entrate da petrolio e gas diminuiscono di quasi il 45%, mentre le spese aumentano del 17% su base annua. La Banca Centrale abbassa il tasso chiave al 15%, ma l’inflazione resta elevata e il margine di manovra è condizionato dalle spese di guerra. Sono cifre fredde, ma dietro quelle cifre ci sono famiglie, prezzi, stipendi, paura del futuro.
La crisi materiale si vede anche nei prezzi e nelle catastrofi ambientali. Secondo uno studio del progetto Ceny segodnja [Prezzi oggi], i kuliči [dolci pasquali tradizionali] rincarano di circa un terzo in due anni. Nel territorio di Krasnodar, le autorità annunciano la riapertura delle spiagge di Anapa dopo lo sversamento di mazut del 15 dicembre 2024, quando le petroliere Volgoneft’-212 e Volgoneft’-239 avevano riversato circa 9.200 tonnellate di combustibile nel Mar Nero. Tuttavia, mentre si annuncia la bonifica, nuove chiazze di prodotti petroliferi vengono individuate al largo della costa, e un centro volontario di riabilitazione accoglie più di cento uccelli coperti di mazut. Anche qui ritorna lo stesso contrasto: la dichiarazione ufficiale di normalità e la materia sporca che riemerge.
Il disagio si riflette nei sondaggi. Alla fine di aprile il rating di Putin risulta in calo per la settima settimana consecutiva secondo VCIOM: l’approvazione della sua attività scende al 65,6%, mentre la fiducia si attesta al 71%, con una riduzione di circa dieci punti dall’inizio dell’anno. Anche FOM e Levada-Centr registrano dinamiche simili: crescita dell’ansia, irritazione e paura, aumento della quota di chi valuta negativamente l’andamento del Paese. Tra i fattori di malcontento vengono indicati inflazione, tasse, peggioramento della vita quotidiana e soprattutto i blocchi di Internet. Edinaja Rossija [Russia Unita] scende sotto il 30% in alcune rilevazioni, mentre il KPRF [Partito comunista della Federazione Russa] tenta di intercettare il malcontento presentando un disegno di legge sulle “garanzie dei diritti digitali dei cittadini”. Il consenso non sparisce, ma diventa più nervoso, più difensivo, meno compatto.
Il caso Bonja mostra che il disagio può emergere anche da ambienti non oppositivi. Il 14 aprile la blogger ed ex partecipante di Dom-2 Viktorija Bonja pubblica un videoappello a Putin di diciannove minuti, dichiarando di parlare “a nome del popolo”. Pur presentandosi come patriota e sostenitrice del presidente, afferma che Putin non riceverebbe informazioni reali sul Paese e dice: “Il popolo ha paura di Lei”. Elenca crescita dei prezzi, alluvione in Daghestan, sversamento di mazut ad Anapa, abbattimento del bestiame a Novosibirsk e blocchi di Internet. Il video supera i ventidue milioni di visualizzazioni. È un episodio importante non perché Bonja diventi improvvisamente una dissidente politica, ma perché porta nel linguaggio popolare e social un sentimento che il sistema cerca di tenere separato dalla politica: la paura del vertice, la paura che nessuno osi dire al presidente ciò che succede davvero.
Dopo Bonja, anche la blogger Ajza pubblica un video critico, chiedendo “quanti soldi bisogna rubare perché basti” e parlando di disuguaglianza, blocchi digitali, catastrofi ambientali e difficoltà sociali. Poco dopo, il video viene cancellato. Secondo una fonte di Meduza, dall’amministrazione presidenziale sarebbe arrivata ai media leali una richiesta di non sviluppare il tema. Bonja viene poi attaccata duramente da Vladimir Solov’ev, Vitalij Milonov e Artemij Lebedev; in risposta annuncia l’intenzione di promuovere una causa collettiva per insulti contro le donne. Lo scandalo produce una discussione non solo politica, ma anche culturale, sui doppi standard della televisione federale: da un lato si moralizza il linguaggio pubblico, dall’altro figure di primo piano possono insultare una donna in trasmissione federale.
Il periodo si chiude con due segnali ulteriori. Alla vigilia della parata del 9 maggio, Mosca annuncia limitazioni delle comunicazioni per il 5, 7 e 9 maggio e una parata in formato ridotto, per la prima volta dal 2007 senza mezzi militari. Anche a San Pietroburgo sono previste restrizioni e riduzione del pubblico. La memoria della vittoria, che nella Russia putiniana è diventata una delle colonne del patto simbolico fra Stato e società, viene celebrata in forma più protetta, più controllata, più chiusa. Dall’altro lato, Cloudflare segnala il dominio del messenger nazionale Max come spyware, per poi rimuovere l’etichetta il 1º maggio. La vicenda Max è indicativa perché mostra le difficoltà di sostituire Telegram con una piattaforma nazionale: a fine marzo solo circa il 40% dei deputati della Duma presenti su Telegram aveva aperto un account Max, con un pubblico complessivo molto inferiore.
Non leggo tutto questo come annuncio di un collasso imminente. Sarebbe superficiale e forse anche consolatorio. Il sistema russo resta forte, duro, capace di repressione, adattamento e controllo. Ma leggo in questa primavera un aumento della complessità interna. La guerra esce dal fronte e penetra scuole, università, infrastrutture, imprese e confini. Il controllo digitale produce costi economici e irritazione sociale. La repressione culturale si accompagna alla riscrittura della memoria. Le regioni mostrano crisi ambientali, agricole ed energetiche. Il consenso resta alto, ma meno stabile, più ansioso, più esposto al peso concreto della vita quotidiana.
E tuttavia, in questo Diario della speranza russa, la speranza non è ottimismo. Non è la previsione ingenua che tutto cambi presto. È il fatto che, sotto la superficie della paura, continuano ad apparire segni di realtà. Un blogger filocremlino cambia tono e viene internato; questo rivela la paura del potere davanti alla defezione. Memorial viene dichiarato estremista; questo rivela che la memoria resta pericolosa. Telegram viene bloccato; questo rivela che la parola circola ancora. Gli studenti vengono spinti verso la guerra; questo rivela che bisogna ancora convincerli o costringerli. Bonja e Ajza parlano; questo rivela che il malcontento non appartiene più soltanto all’opposizione riconoscibile. Gli uccelli coperti di mazut, le carcasse degli animali, i dolci pasquali rincarati, i telefoni controllati al confine, i bambini portati nei musei della SVO, le statistiche giudiziarie cancellate: tutto sembra dire che la Russia ufficiale vuole chiudere ogni fessura. Ma ogni fessura che viene chiusa era pur sempre una fessura. E se il potere lavora così duramente per sigillarle, significa che da qualche parte, ancora, passa aria.

