Dieci saggi sulla cultura ucraina in tempo di guerra, intervista a Mitja Velikonja
Michela Zernitz

Ho incontrato Mitja Velikonja, professore di studi culturali all’Università di Lubiana, durante il suo periodo da visiting scholar presso l’ateneo veneziano di Ca’ Foscari. La nostra conoscenza è avvenuta dopo che avevo già avuto modo di leggere e apprezzare, nell’edizione americana, il suo Ukrainian Vignettes. Il mio interesse per questo libro ha animato le nostre conversazioni che si sono trasformate nell’intervista che segue e che vuole essere un’anticipazione di Vignette ucraine, l’edizione italiana in uscita nel gennaio 2027 per Prospero Editore. Lo stesso editore che, nel 2025, di Velikonja ha già pubblicato Dissenso sui muri. Graffiti politici contemporanei.
Prima di dare la parola all’autore, desidero introdurre brevemente quest’opera e accennare ai motivi che mi hanno spinto a volerne parlare con lui. Il libro, uscito presso l’editore sloveno Miš nel 2024, si basa sui tre viaggi compiuti da Velikonja in Ucraina tra il 2023 e il 2024, su invito della casa editrice Helvetica di Odessa che aveva programmato una serie di presentazioni della versione ucraina di due sue opere.
Interessato a trasmettere innanzitutto la propria personale esperienza di un paese in guerra, e abituato per formazione accademica a osservare e analizzare ogni tipo di manifestazione culturale, dal graffito alla moda alla canzone e ai messaggi della propaganda, Mitja Velikonja ha organizzato il materiale raccolto in questi viaggi in dieci saggi, ciascuno dei quali si focalizza su un diverso aspetto della realtà ucraina in tempo di guerra.
Il risultato è, a mio parere, unico nel suo genere in quanto le capacità di descrizione e analisi critica dell’autore sono sempre sostenute da un atteggiamento di profonda umanità e partecipazione alla tragedia del popolo ucraino. Teoria, osservazione e sentimento sono strettamente integrati e si rafforzano a vicenda. La lettura si snoda in una continua rimessa a fuoco della trattazione, dai primi piani dell’esperienza immediata alle panoramiche volte a inserire quelle impressioni in un contesto di senso più generale. Appunti di diario, foto di immagini trovate sui muri, comparazioni con il proprio vissuto della dissoluzione jugoslava, memorie familiari delle guerre novecentesche, brani di conversazione con le decine di persone incontrate, contestualizzazione dei fenomeni nel quadro più ampio della transizione post-socialista, oltre a una vasta bibliografia sulla questione ucraina e sulla produzione artistica recente di quel paese, si saldano in un organico collage dalla cui lettura si esce con nuovi interrogativi e il desiderio di saperne di più seguendo i numerosi percorsi di approfondimento indicati.
Le domande poste a Mitja Velikonja intendono evidenziare quelle che ritengo le caratteristiche più particolari del libro. Le risposte dell’autore, che essendo cresciuto a Nova Gorica frequenta volentieri la lingua italiana, riflettono il tono di estrema naturalezza delle nostre conversazioni e mostrano le coordinate intellettuali nelle quali si articola il suo discorso, che è sempre e innanzitutto ancorato alla dimensione umana della storia e della politica.
Michela Zernitz. Venezia, settembre 2026
INTERVISTA A MITJA VELIKONJA
- Ukrainian Vignettes nasce dai tre viaggi compiuti in Ucraina, tra il 2023 e il 2024, per presentare l’edizione in ucraino del suo Dissenso sui muri – Graffiti politici contemporanei[1]. Quali, a suo avviso, i motivi di interesse ravvisati dall’editore per i lettori di un paese in guerra?
Penso che il libro sia stato scelto per due motivi strettamente connessi. C’era innanzitutto la volontà di dimostrare che, nonostante la situazione, il lavoro editoriale non si fermava, una sorta di sfida all’attacco di Putin. “Mentre loro distruggono, noi creiamo…” è la frase che mi sono sentito ripetere sia dall’editore sia da molte delle persone incontrate nei miei tre viaggi. C’era poi il contenuto del libro che riguarda da vicino anche le circostanze vissute dagli ucraini: le crisi politiche, i conflitti sociali e, nel loro caso, anche questa terribile guerra non voluta: tutto questo si riflette anche sui muri con enorme intensità. I muri dell’Ucraina di oggi sono saturi di graffiti, murali, adesivi, stencil, iscrizioni, interventi visuali, scarabocchi, latrinalia, tutti diretti riferimenti a una guerra che è stata loro imposta. L’attuale Graffitiscape ucraino visualizza i diffusi sentimenti generati dalla guerra: può essere ruvido, militante, diretto, oppure ansioso e vittimistico, o ancora discretamente ottimista, ma riguarda sempre e solo la guerra.
Il secondo libro, pubblicato in ucraino già un anno dopo, – sempre e incredibilmente in un’edizione deluxe – tratta della nostalgia collettiva di Tito, un fenomeno ancora vivo nella regione ex jugoslava.[2] Il motivo alla base di questa pubblicazione credo sia riconducibile alle domande che mi venivano rivolte durante le presentazioni o durante le lezioni: somiglianze e differenze tra i nostri due paesi socialisti, monopartitici, federali, multietnici, ma a maggioranza slava; tra Stalin/Lenin/Brežnev e Tito; tra il crollo sanguinoso di entrambi i paesi e la situazione di “conflitto congelato” che permane anche dopo la fine dei combattimenti. Questioni per niente facili che mi hanno costretto a rivedere le mie convinzioni sulla storia recente dei Balcani e dell’Europa Orientale e in generale sulla transizione post-socialista.
- In Ucraina la sua opera è stata presentata nelle università e nelle librerie di varie città. Che tipo di reazioni ha ricevuto nell’ambiente accademico e fra il pubblico non specialistico?
Devo dire, molto favorevoli, anche perché la mia – come mi è stato ripetutamente detto – era la prima visita di un professore straniero in quella situazione di pericolo. Dicevano di essere piacevolmente sorpresi di suscitare interesse, di non essere stati completamente dimenticati. Il pubblico era ben preparato, i dibattiti animati. Dei libri e delle mie visite si è parlato e si è scritto in varie trasmissioni e pubblicazioni… Tutto sembrava normale, solo che non era normale affatto. Fuori dalle aule, dalle gallerie, dagli istituti, la guerra imperversava. Però tutto è possibile, se lo si vuole: se veniva meno la corrente elettrica continuavamo alla luce dei cellulari e dei laptop; se suonava l’allarme, ci trasferivamo in un posto più sicuro, dietro a due pareti senza finestre o nel seminterrato. Per ragioni di sicurezza la fiera del libro di Odessa, dove ho presentato entrambi i miei libri, si è in parte svolta all’aperto, in un parco, e in parte nelle zone più protette degli edifici dove la rete elettrica funzionava. Lo stesso si è verificato nella vicina cittadina di Čornomors’k. Il mio piccolo contributo materiale è consistito in quattro pacchi di libri accademici in inglese raccolti a Lubiana, per un peso complessivo di circa 80 kg, che ho trasportato con la mia utilitaria fino alla libreria universitaria di Mykolaïv. La libreria era stata colpita da due missili russi all’inizio della guerra e quel che non era andato bruciato, è stato distrutto dagli agenti estinguenti utilizzati dai pompieri.
- Ukrainian Vignettes è una raccolta di dieci saggi interconnessi – i dieci gironi dell’Inferno ucraino di oggi come lei li definisce – i cui titoli contengono sempre la parola guerra, una scelta intesa a trasmettere nel lettore lo stesso disagio che lei scrive di avere sentito per tutta la durata dei suoi viaggi. A che cosa attribuisce questa sensazione e perché ha ritenuto necessario sollecitarla anche in chi non ha vissuto la guerra?
Creare nelle lettrici e nei lettori il disagio emotivo che ho provato mentre scrivevo è stata una scelta precisa. Comunicare solo informazioni o i miei pensieri sarebbe stato troppo arido, disimpegnato. Volevo mediare anche i miei sentimenti e a tale scopo ho deciso di intervenire anche sullo stile e sulla forma della narrazione. Ho usato varie tecniche letterarie come digressioni storiche, riferimenti transmediali alle culture pop e alternative, alla letteratura e ai film; ho introdotto confronti con altri conflitti recenti o in corso (control sets), qualche passaggio divertente, almeno lo spero, diversi flash autobiografici, intrusioni narrative grezze della cultura urbana, citazioni tratte da romanzi, poesie, canzoni ecc. Tutti elementi che squarciano l’illusione ingannevole di continuità e coerenza, costringono la lettrice o il lettore a pensare non solo ai dati disponibili, ma a percepire il contesto-mondo in cui quei dati acquisiscono un significato più ampio. Una scelta a mio avviso necessaria e per nulla gratuita.
- In questo libro lei dichiara di avere adottato un approccio metodologico nuovo. Scrive infatti che Ukrainian Vignettes non è un libro sulla guerra russo-ucraina ma sulla sua esperienza di un paese in guerra, e che il suo è uno sguardo che parte dal basso per innalzarsi, attraverso la riflessione e il ricorso al suo bagaglio di conoscenze ed esperienze, verso nuove concettualizzazioni. Può dirci qualcosa di più su questo approccio al tempo stesso esperienziale e teorico, su quella che sembra essere una feconda dialettica fra la persona e l’intellettuale che devono imparare a parlarsi?
Sì, questo è il mio primo libro di saggi, il più personale che abbia mai scritto, nel quale però sono rimasto fedele alla mia visione di guardare al mondo “dal basso”, bottom-up. Nei corsi di studi culturali che tengo, sia nella mia università sia altrove, inizio – un po’ per scherzo e molto sul serio – dicendo che la nostra prospettiva è quella delle rane, “cra cra”, che si deve guardare ai fenomeni culturali con lo sguardo ingenuamente spietato del bambino della favola di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore. In questo libro sono rimasto fedele anche al concetto metodologico di “empirismo eretico” esposto nel libro omonimo da uno dei miei autori preferiti, Pier Paolo Pasolini. Ho provato non solo a far convivere, ma anche a combinare la dinamica critica con tutto quello che sentivo, il pensiero riflessivo con il bisogno di intervenire attivamente, permettendo a questa esperienza di agire criticamente sulle mie stesse idee. Infine – strada facendo – sono arrivato a riconsiderare i miei propri fondamenti ideologici, sforzandomi sempre di guardare anche dall’altro lato della strada, di parlare con la gente trascurata, dimenticata, ignorata, di rispettare quelli che non vengono rispettati, di ascoltare e provare a capire le loro storie, e, perché no, di godermi i muri sporchi delle vie cittadine (e non solo quelli bianchi degli interni delle istituzioni, gallerie e musei). In uno dei lunghissimi, quasi ipnotici viaggi attraverso questo vasto paese – due volte più grande dell’Italia – mi è venuto in mente che la colonna sonora di tale sensibilità critica e poetica insieme potrebbero essere anche le canzoni di Fabrizio De André. I miei soggiorni e le mie esperienze in quelle pianure sconfinate mi hanno fatto riscoprire – che paradosso! – questo poeta con la chitarra che avevo quasi dimenticato. La verità, la bellezza, la sincerità le trovi sempre dove meno te le aspetti.
- Lei rifiuta l’interpretazione di questa guerra come di un conflitto etnico, e parla invece dell’etnicizzazione di un conflitto di origine diversa. Ci può spiegare che cosa intende?
Sempre la stessa storia: il potere presenta, attraverso una varietà di strategie e “apparati ideologici”, la sua agenda come fosse collettiva, “di tutti”. Unificare l’idea del gruppo è il sogno di tutte le forme di totalitarismo – politico, religioso, morale ecc. – ed è allo stesso tempo l’incubo dei membri del gruppo, costretti a mettere da parte le loro differenze. Da lontano tutto sembra chiaro – “una nazione si batte contro l’altra…”, “questo è un conflitto etnico…”. Così si interpretavano anche le guerre nella ex Jugoslavia. Ma a guardarle da vicino, se conosci le persone coinvolte, se fai lo sforzo di vedere il rovescio della assordante retorica bellica, tutto diventa più complesso. La guerra in Ucraina – come quella nella ex Jugoslavia nei traumatici anni Novanta – non è la guerra tra “i russi” e “gli ucraini”, ma la conseguenza locale di una trasformazione globale mediante nuove ideologie dominanti (e politiche concrete), che sono il neoliberismo e l’etno-nazionalismo. Assistiamo – attoniti – alle loro manifestazioni distruttive anche altrove: nelle guerre che si protraggono per decenni, nel nuovo colonialismo, nei nuovi tipi di sfruttamento locale o globale, nella distruzione galoppante dell’ambiente. La grande maggioranza degli ucraini che ho incontrato non aveva niente contro i russi come gente, come popolo, come vicini, non ho sentito una sola parola contro di loro, alcuni parlano il russo anche meglio dell’ucraino. Ma, ovviamente, sono tutti contro il regime di Putin che li ha attaccati e contro tutte le forme dell’imperialismo russo a cui sono stati soggetti.
- Ukrainian Vignettes esamina vari aspetti culturali della guerra, dall’economia alla letteratura alla religione e alle immagini. In che modo l’agire culturale può costituirsi forma di resistenza alla guerra in atto? E che tipo di resistenza lei ha in mente?
Una delle cose che più mi hanno colpito viaggiando e lavorando in Ucraina è stato il connubio tra cultura e arte, presente ovunque. In tutte le località che ho visitato, anche quelle più colpite, ho trovato concerti, proiezioni di film, spettacoli teatrali, presentazioni di libri, serate di poesia, mostre d’arte di ogni tipo, fiere del libro, manifestazioni culturali, musei e gallerie aperte. Così anche alle mie lezioni, nei dibattiti pubblici e alle presentazione dei miei libri ho sempre visto sale e gallerie gremite di un pubblico curioso, di studenti motivati, di colleghi aggiornati e preparatissimi per le discussioni. I muri delle città ucraine erano coperti di graffiti, murali, adesivi e di ogni forma di creatività urbana. Contrariamente al noto adagio, in questa guerra le Muse erano tutt’altro che silenziose, non c’era limite all’improvvisazione.
Mi sono reso conto di questo stato di resistenza della cultura ben prima del mio arrivo, e cioè fin da quando Oleg Golovko, il direttore della casa editrice Helvetica di Odessa, mi ha scritto per avere l’autorizzazione a tradurre e pubblicare il mio libro sui graffiti politici: era la primavera del 2022 e in Ucraina infuriava la guerra. Sulle prime ho pensato a uno scherzo o a un malinteso. Ma, verificata l’autenticità della richiesta, nell’inviargli la mia autorizzazione gli ho anche chiesto come pensava di poter condurre un’operazione simile in piena guerra. La sua risposta è stata la stessa che ho poi sentito molte altre volte, e cioè che proprio perché c’è la guerra la popolazione vuole cercare di vivere e lavorare nel modo più normale possibile. Va detto però che su questa dedizione alle attività artistiche, culturali e scientifiche con la sua enorme produzione aleggia immancabile l’ombra minacciosa della guerra e della sofferenza umana, in modo esplicito o indiretto, intimo o propagandistico La guerra è presente in ogni lavoro, sia che esprima ansia, vittimismo, speranza di tempi migliori o che chiami alle armi. Se mi sento molto vicino all’umanità e al coraggio che emana da tutte queste opere, fatico invece ad accettare l’avversione per tutto ciò che è russo, pur sapendo bene che è una delle conseguenze della guerra e dell’oppressione storica. Tuttavia, mi permetto di dire che la russofobia non è una risposta efficace all’aggressione della Federazione Russa. Equiparare qualsiasi cosa russa a tutti i crudeli regimi russi del passato fino all’attuale, non solo è ingiusto ma è anche controproducente, perché finisce per rafforzare la propaganda anti-ucraina con la quale Putin giustifica la sua sanguinosa Operazione Speciale. È un errore paragonabile a quello commesso dall’imperialismo russo. La Russia ha molte voci, culture, tradizioni, personaggi, ha molti volti, di certo non solo oppressivi. E se qualcuno deve ricordare questa verità sono proprio gli artisti, gli accademici e ogni operatore culturale. Il ruolo della cultura, dell’arte, dell’educazione, della scienza, così come lo vedo io, è di riflettere le complessità e le contraddizioni sociali, di vedere le stesse cose da prospettive diverse, di emanciparsi da qualsiasi potere, e soprattutto di non sostenere ciecamente il proprio. Per tornare all’inizio della mia risposta: come forme della resistenza ucraina contro l’attacco russo, la cultura e l’arte sono chiamate anche a resistere contro il pericolo fatale della strumentalizzazione politica, contro le tentazioni del senso comune e contro la pressione delle masse. Proprio perché la guerra spinge la gente verso una visione del mondo in bianco e nero, l’arte, la cultura e la scienza devono indicare tutte le sfumature mancanti, l’intero spettro cromatico che in tali momenti scompare.
- Per definire il fascino esercitato dalla prospettiva europea sui paesi dell’ex Jugoslavia, lei ha coniato il termine Eurosis. E a proposito dell’analoga situazione riscontrata in Ucraina cita lo storico Serhii Plokhii, che ha definito questo fenomeno “la nuova religione nazionale”. In che senso Plokhii usa il termine religione, in senso stretto o nel senso di pensiero unificante? E che cosa crede si possa fare per contrastare questa fascinazione acritica?
Anche in questo caso assistiamo a uno dei più persistenti paradossi del sistema politico moderno, cioè degli ultimi due secoli. Gli stati moderni si presentano come stati di cittadini uguali, membri di una comunità politica in base ai principi di Liberté, Égalité, Fraternité, principi che non prevedono l’appartenenza a una comunità etnica. Ma la realtà è che abbiamo a che fare con stati etnici – la loro essenza è etnopolitica – e non con democrazie liberali, come si autodefiniscono. È questo il “peccato originale” che porta inevitabilmente ai conflitti con le minoranze etniche. Negli Stati Uniti, formatisi diversamente, si parla di “civil religion” come aggregatore politico; e nei paesi socialisti si preferiva il concetto di “democrazia popolare”. Ma anche in questi due tipi di sistema politico è sempre stato ben chiaro chi era al comando: il gruppo etnico/nazionale/religioso prevalente. Se uno stato vuole davvero essere inclusivo verso i gruppi minoritari – qui non si tratta solo di gruppi etnici, ma anche di genere, di orientamento sessuale, di gruppi culturali, linguistici ecc. – deve abbandonare le basi che si sono dimostrate inadeguate per le circostanze del XXI secolo. Non serve cambiare le ossessioni con altre “religioni” – mi riferisco alla citazione nella sua domanda – ma occorre occuparsi finalmente dei problemi veri: povertà, disuguaglianze, esclusione sociale.
- Nel registrare le manifestazioni di folklore, dall’abbigliamento ai simboli e ai colori nazionali, lei parla da un lato del recupero acritico di controverse personalità storiche del nazionalismo ucraino e, dall’altro, della vera e propria creazione di un passato immaginario che, con Hobsbawm, definisce “neotradizionalismo”. In che modo questo può minare le basi stesse della ricostruzione di una pacifica convivenza nel paese?
Provare a tornare a un passato immaginato come età dell’oro ma che non è mai esistito è sempre una cosa pericolosa – basta guardare la storia sanguinosa del Novecento. Anche in questo caso si tratta di una tendenza globale. Vogliamo davvero il ritorno al patriarcato vecchia maniera? A una armonia sociale mai esistita? Alla chiesa, o alle chiese, come principi aggreganti in campo morale, sociale, culturale, politico e economico? A insegnamenti medievali in tempo di internet, di IA, di nuove identità culturali e sessuali, di concetto di “villaggio globale”? Il neotradizionalismo non è una forma di atavismo, un relitto del passato, “il ritorno del rimosso” freudiano, ma una delle conseguenze del predominio ideologico e pratico del neoliberismo e dell’etno-nazionalismo. Qualcosa di nuovo e non di vecchio; qualcosa di efficace e non di innocuo o ridicolo. Il fascino oscuro esercitato da tipi inquietanti come Trump, Putin, Orban e simili purtroppo conferma questi pericoli. Il neoliberismo impoverisce tutti i popoli lontani dal Primo Mondo e ha bisogno dell’etno-nazionalismo per allentare le tensioni sociali e politiche, con il ricorso a immagini immaginarie della “società giusta” di un tempo. Un modo per restituire l’orgoglio a chi presto non avrà più nulla.
- Nel suo libro lei proponeanche una rassegna della letteratura ucraina contemporanea, soffermandosi in particolare sulle opere di guerra. Quali a suo avviso le specificità di questo tipo di scrittura, sia poetica che in prosa?
Non sono un esperto di letteratura contemporanea ucraina. Non parlando né ucraino né russo ho dovuto limitarmi alle traduzioni nelle lingue che conosco. Il crescente interesse all’estero per la letteratura e per l’arte ucraina in generale è tragicamente legato alla guerra. Lavorando e viaggiando in quel paese ho avuto la fortuna di incontrate numerosi artisti: ho parlato con loro e ci siamo scambiati i nostri lavori (libro in cambio di un libro o di qualche manufatto, quel tipo di baratto consueto nei circoli intellettuali e artistici…). Stando con loro, davanti a un caffè, qualche volta anche a lume di candela o, in altre occasioni, quasi costretti a gridare a causa del rumore dei generatori, ho provato le stesse sensazioni che avvertivo leggendo i loro romanzi e poesie, guardando le loro opere d’arte o ascoltando le loro canzoni: dolore dovuto alla situazione; rabbia contro i responsabili, contro gli aggressori; determinazione di resistere; ma anche ottimismo – anche se cauto e cupo – per il futuro. Le mie impressioni risalgono agli anni 2023 e 2024: con la continuazione della guerra, la presidenza di Trump e l’esplosione di altri conflitti, sento – e penso – che questo ottimismo stia purtroppo venendo meno.
- Il suo è un libro politicamente schierato. Non nel senso dell’appartenenza ad uno schieramento politico, ma nella sua costante volontà di smascherare le tecniche messe in campo dal potere per difendere gli interessi delle élite economiche, come il patriottismo etno-nazionalista. In tempi in cui qualunque forma di riflessione pubblica non può che costituirsi nell’affiliazione a questa o quella formazione precostituita, tanto più sono importanti libri come il suo che, pur esprimendo un chiaro punto di vista, si impegnano precipuamente in un’opera di demistificazione di posizioni strumentali e manipolatorie. Insomma, un lavoro di pulizia, di bonifica del dibattito pubblico.
Personalmente non mi sento politicamente neutrale in nessuna cosa che faccio. Praticamente tutto, come ci ha insegnato Ernst Bloch, può avere un potenziale effetto trasformativo, emancipatorio. Non solo ogni canzone, poesia, film, protesta, gesto, quadro; non solo ogni libro, lezione, corso; ma anche ogni gesto quotidiano. I progetti più progressisti, più liberatori nella storia non sono mai stati rivolti a un solo ambito, ma hanno riguardato ogni aspetto della società. Il femminismo, per esempio, non è mai stato solo una politica emancipatoria, mai esclusivamente una filosofia o la rivendicazione della parità, mai una semplice corrente nei vari generi artistici (di solito disprezzati dalla critica patriarcale) – è stato tutto questo, ma anche uno stile di vita, della routine quotidiana. Lo stesso vale per gli altri progetti emancipatori che riguardano le questioni di classe, etnia, cultura, sessualità, età. In questo senso tutto quello che facciamo è politico – ma anche il non fare niente è politico, perché vuol dire che siamo contenti di come stanno le cose, dello status quo.
- Ci può spiegare come mai le politiche etno-nazionaliste sono sempre accompagnate da una perdita dei diritti, e in particolare da una riaffermazione del patriarcato e da una maggiore subordinazione della condizione femminile.
Perché, in fin dei conti, il conflitto maggiore, più persistente e prolungato nella storia e nel presente – nonostante i cambiamenti che lasciano le cose come sono – è il conflitto tra coloro che hanno il potere e coloro che non ce l’hanno. Lo so bene che nella realtà sociale una simile linearità non esiste perché le dinamiche del potere sono complesse. Per fare solo qualche esempio, anche in un mondo governato dal patriarcato una donna ricca ha molto più potere di un uomo povero, o chi un tempo è stato vittima può diventare persecutore, gli esempi sono sotto i nostri occhi. Ma so anche che questa logica si nasconde in modi sempre più insidiosi. L’egemonia culturale si realizza in forme sempre più potenti e sottili: oggi sono i miliardari a parlare di giustizia sociale, i tiranni di democrazia, i fondamentalisti di libertà, i razzisti di società aperta, le persone ingioiellate di povertà e i pedofili di valori religiosi. Bisogna non solo dire, ma continuare a ripetere, che il sessismo e la guerra, mai dichiarata, verso le donne sono ancora in atto; come lo sono lo sfruttamento capitalista e la guerra contro i lavoratori (“il proletariato”, nonostante la sua cancellazione del lessico politico), il razzismo o la guerra sciovinista verso tutti i “non nostri”, l’omofobia contro le minoranze sessuali. Tutte queste guerre sono guerre silenziose, quotidiane, normalizzate, essenzializzate e perciò più difficili da riconoscere e combattere. Ma proprio per questo sono le più devastanti e le uniche davvero mondiali.
- Per concludere la nostra conversazione, vorrei conoscere la sua opinione sulla situazione degli studi culturali in Ucraina.
Ecco, voglio finire in tono più ottimistico, non parlando più di guerra. Durante e dopo le mie visite, come pure nella settimana del convegno culturale e accademico “Le Voci dell’Ucraina” che ho co-organizzato a Lubiana con la partecipazione di professori, studenti e artisti ucraini, ho incontrato e persino collaborato con un paio di culturologi e i loro dipartimenti, che nonostante tutto continuano a lavorare come prima. Beh, quasi come prima, perché sono in un permanente stato di assedio. Pericolo, tensione, paura sono costanti, si avvertono ad ogni passo. Tutto questo si riflette anche nelle loro tematiche, molto diverse da quelle trattate in altre parti del mondo. Quello che più mi ha stupito è la loro persistenza. Resistono non in nome delle grandi idee di cui sono pieni i giornali, i discorsi politici, la cultura pop, e persino i muri – ma per una fondamentale dignità umana che vuole vivere e creare in pace. Il loro “Si può anche se…” è la lezione più importante che mi hanno insegnato.


Michela Zernitz si è laureata in russo dopo due anni come borsista all’università di Kiev in tardo periodo sovietico. Ha tradotto e insegnato, si interessa di varie cose, fra cui cose russe e ucraine, e tiene il blog Finestre (https://michelazernitz.it/finestre/)
[1] Prima edizione: Post-Socialist Political Graffiti in the Balkans and Central Europe, Routledge, 2020.
[2] Si tratta di Titostalgia – A Study of Nostalgia for Josip Broz, Ljubljana, MediaWatch, Peace Institute, 2008, accessibile su: http://mediawatch.mirovni-institut.si/eng/mw20.html.

