Lev Tulskij – 7 settembre – 7 ottobre 2026
Scrivo il 7 ottobre, di sera, mentre termina il compleanno del nostro “capo”. Le pagine precedenti del mio diario si fermavano al 6 settembre, quando la Russia appariva già impegnata a trasformare la guerra da eccezione in ambiente: raffinerie colpite, aeroporti chiusi a intermittenza, magazzini cancellati dalle mappe, università coinvolte nel reclutamento, bilanci regionali piegati alle esigenze militari. Nel mese successivo questo processo non si è interrotto. Ha acquistato una forma più nitida. Il Paese ha votato per una nuova Duma mentre i droni raggiungevano l’Artico e la capitale; ha discusso di mobilitazione mentre aumentavano i premi per trovare nuovi contrattisti; ha preparato il bilancio 2027 assegnando alla difesa una quota senza precedenti e, nello stesso tempo, alcune regioni hanno cominciato a spostare denaro dalla spesa sociale verso i pagamenti legati alla guerra.
Non c’è stato un solo evento capace di riassumere queste quattro settimane. È stato piuttosto un mosaico. Una stazione della metropolitana pensata anche come rifugio. Un aeroporto che limita il carburante. Un marketplace che compra reti metalliche. Una banca che include i danni da drone nelle assicurazioni immobiliari. Un elettore che deve scegliere fra una scheda cartacea e un terminale digitale. Un giovane che riceve una convocazione elettronica. Una famiglia affidataria che scopre che una parte dei fondi sociali viene destinata ai militari. Un’impresa pubblica che torna ad acquistare telefoni fissi perché Internet mobile può essere interrotto per ragioni di sicurezza. La guerra non occupa ogni minuto della vita russa; proprio per questo il cambiamento è più profondo. Entra nelle procedure normali, nei contratti, nei trasporti, nei bilanci, nelle mappe e nel modo in cui lo Stato immagina il futuro.
Anche la parola «speranza», in un diario come questo, deve quindi restare sobria. Non significa che il sistema stia per crollare o che la società sia pronta a ribellarsi. Significa osservare dove la normalizzazione incontra ancora resistenza: nei cittadini che chiedono una scheda di carta, negli osservatori che provano a restare nei seggi, nei lettori che cercano libri vietati, nei manifestanti che escono sotto la pioggia, nelle persone che raccolgono denaro per vestire i prigionieri politici durante l’inverno. La speranza non è una previsione. È il rifiuto di concedere alla guerra il diritto di diventare naturale.
Le riapro la sera del 7 ottobre, perché le ultime quarantotto ore non hanno corretto il quadro: lo hanno reso ancora più netto. Mosca ha attraversato una delle notti di droni più pesanti degli ultimi anni; nuovi dati hanno mostrato quanto la crisi della raffinazione stia spingendo la Russia a importare carburante; il bilancio di guerra del 2026 è stato rivisto ancora verso l’alto; l’apparato repressivo ha continuato a estendere il proprio raggio. E proprio il 7 ottobre, mentre il potere organizzava una campagna di auguri per il compleanno di Putin, cittadini di Mosca e San Pietroburgo hanno ricordato Anna Politkovskaja nel ventesimo anniversario del suo assassinio. Anche questa simultaneità appartiene alla normalità mobilitata: la stessa giornata può contenere il culto del potere e la memoria di chi lo ha sfidato. Per non parlare di Hamas…
1. La distanza non protegge più
Il 9 settembre il governatore del Jamal, Dmitrij Artjuchov, ha annunciato che i frammenti di un drone avevano provocato un incendio in un impianto industriale di Novyj Urengoj. Non ci sono stati morti né feriti. Fonti OSINT ucraine hanno indicato come possibile obiettivo un impianto Gazprom per il trattamento del condensato, mentre il rappresentante presidenziale negli Urali ha parlato del primo attacco con droni contro la parte artica del distretto. La distanza dal confine ucraino supera i tremila chilometri. È un dato che non va trasformato in spettacolo tecnologico: non conosciamo ogni dettaglio dell’operazione e non sappiamo con certezza quale velivolo sia arrivato fin lì. Ma il significato strategico è evidente. La profondità territoriale, per secoli una delle principali difese russe, non garantisce più una retrovia assoluta.
Nelle stesse giornate il problema è diventato visibile nei trasporti. Fra il 31 agosto e il 6 settembre gli aeroporti di Mosca hanno introdotto ventinove volte limitazioni temporanee agli arrivi e alle partenze, circa il sessantacinque per cento in più rispetto alla frequenza media dei mesi precedenti. In una sola notte di inizio settembre decine di voli sono stati cancellati o ritardati e alcune compagnie straniere hanno modificato temporaneamente le proprie operazioni. Le autorità continuano a sostenere che lo spazio aereo russo resta sicuro. Può essere vero nel significato tecnico adottato da Rosaviacija; per il passeggero, però, la sicurezza significa anche sapere se il proprio aereo decollerà, se arriverà a destinazione e se il viaggio non verrà trasformato da un allarme in una notte trascorsa in terminal.
A questo si è aggiunto il carburante. Vërstka ha rilevato che almeno ventisei aeroporti russi avevano introdotto restrizioni al rifornimento degli aerei. A Pulkovo, San Pietroburgo, dal 2 settembre gli aeromobili possono imbarcare soltanto il carburante previsto dal piano di volo, senza riserve supplementari; la misura è indicata fino al marzo 2027. In quindici scali le restrizioni riguardano soltanto le compagnie straniere, in altri anche quelle russe. Non tutte le limitazioni possono essere attribuite meccanicamente agli attacchi contro le raffinerie: sicurezza aerea, logistica e disponibilità di prodotto raffinato si sovrappongono. Ma proprio questa sovrapposizione racconta il nuovo problema. Un Paese enorme, che usa l’aviazione per ridurre le proprie distanze interne, deve contemporaneamente difendere il cielo e amministrare con più cautela ciò che permette agli aerei di restarvi.
Perfino San Pietroburgo ha ricominciato a pensare esplicitamente al sottosuolo come protezione. Il metrò cittadino ha cercato un appaltatore per progettare l’adattamento di nove stazioni, quattro compartimenti e circa trentacinque chilometri di gallerie a strutture di protezione civile. La documentazione prevede valutazioni sulla ventilazione e sulla filtrazione dell’aria, oltre che su incendi e incidenti tecnologici. Non significa che quelle stazioni verranno necessariamente utilizzate durante un bombardamento. Significa che la possibilità entra di nuovo nel progetto urbano. Una città che ha costruito una parte fondamentale della propria identità sulla memoria dell’assedio torna a immaginare il sottosuolo anche come luogo in cui proteggere i civili.
La distanza non protegge più nemmeno i rituali del potere. Il tradizionale incontro del Club Valdaj, uno degli appuntamenti internazionali più legati alla figura di Vladimir Putin, è stato trasferito da Soči alla regione di Mosca. Il Financial Times, citando fonti informate sulla decisione, ha riferito che a insistere sarebbe stata la sicurezza presidenziale, preoccupata dall’aumento degli attacchi sulla costa del Mar Nero. È una notizia piccola rispetto a un bombardamento, ma simbolicamente precisa: anche il luogo nel quale il potere racconta al mondo la propria visione strategica viene scelto in base alla vulnerabilità del territorio.
Nella notte fra il 5 e il 6 ottobre questa vulnerabilità ha raggiunto di nuovo Mosca su una scala eccezionale. Sergej Sobjanin ha dichiarato che circa seicentocinquanta droni si erano diretti verso la regione della capitale e, nei successivi aggiornamenti, le autorità hanno portato ad almeno seicentosettantanove il numero di quelli che sostenevano di avere abbattuto. Sono cifre ufficiali che non è possibile verificare indipendentemente. Nel territorio di Mosca sono morte due persone e almeno nove sono rimaste ferite; abitazioni e automobili sono state danneggiate. L’effetto più visibile per milioni di persone è arrivato negli aeroporti: fra Šeremet’evo, Vnukovo e Domodedovo oltre duecento voli sono stati cancellati o ritardati e quattro aerei provenienti dalla Turchia hanno dovuto invertire la rotta. Anche l’eventuale incendio alla grande base petrolifera Volodarskaja è rimasto, al momento delle prime notizie, una ricostruzione di analisti OSINT e canali ucraini senza conferma ufficiale russa. La prudenza sulle cause e sulle cifre non modifica il dato essenziale: la capitale continua a funzionare, ma deve farlo interrompendo e riaprendo il proprio cielo.
2. Il petrolio c’è, la raffineria può non esserci
L’11 settembre la stessa notte ha riunito tre forme diverse della nuova guerra interna. In provincia di Tula sono morte due persone; a Saratov sono bruciati un centro logistico Ozon e la raffineria Rosneft’; a Volgograd è stata danneggiata un’altra infrastruttura industriale. Ozon ha evacuato i dipendenti e limitato le operazioni regionali. Il magazzino civile e la raffineria sono entrati nella stessa cronaca. È proprio questa sovrapposizione a rendere sempre più difficile separare la logistica ordinaria dalla logistica bellica senza cadere nell’errore opposto: il fatto che una piattaforma venda anche prodotti militari o a duplice uso non trasforma automaticamente ogni suo deposito in un obiettivo militare legittimo. Nei magazzini lavorano civili e la stragrande maggioranza delle merci appartiene alla vita comune.
Eppure la rete commerciale si comporta ormai come un’infrastruttura che sa di essere esposta. Durante l’estate, secondo i dati raccolti dai media russi, almeno ventinove magazzini Wildberries e Ozon sono stati danneggiati o distrutti in quarantotto attacchi. Ozon ha rimosso dalle mappe pubbliche i propri grandi centri logistici e anche 2GIS ha cancellato diversi indirizzi. Wildberries ha bandito una gara per acquistare 478 mila metri quadrati di rete metallica zincata destinata ai complessi logistici di otto regioni: abbastanza, secondo i calcoli di The Bell, per coprire decine di campi da calcio. I documenti non dicono ufficialmente che la rete serva contro i droni, ma una fonte industriale citata dalla testata ha indicato proprio questa funzione. La guerra entra così nel commercio non soltanto attraverso la merce, ma attraverso l’architettura.
Pochi giorni dopo il problema energetico è diventato ancora più netto. Reuters ha riferito che le raffinerie di Syzran’ e Saratov avevano sospeso la produzione dopo gli attacchi. A Syzran’, colpita il 15 settembre, le riparazioni dell’unità principale avrebbero richiesto almeno un mese. Secondo l’agenzia, in settembre circa metà delle maggiori raffinerie russe produttrici di diesel era stata costretta a ridurre sensibilmente l’attività o a fermarsi. Il 20 settembre, nel giorno conclusivo delle elezioni, un attacco ha raggiunto anche la grande raffineria di Kapotnja, a Mosca. La potenza petrolifera non è rimasta senza greggio. Ha scoperto ancora una volta che la normalità dipende da qualcosa di più fragile del giacimento: dalla capacità di trasformare il petrolio e distribuire il prodotto finito.
Il paradosso della potenza petrolifera è diventato ancora più chiaro all’inizio di ottobre. Il Guardian, sulla base di documenti portuali e dati di tracciamento delle navi, ha ricostruito forniture dalla Corea del Sud verso la Russia per oltre centosettantaseimila tonnellate di prodotti petroliferi, effettuate attraverso sette petroliere e quattordici viaggi verso Vladivostok e altri porti dell’Estremo Oriente. Tre delle navi risultavano sottoposte a sanzioni britanniche o europee e in alcuni casi le rotte dichiarate non coincidevano con quelle effettivamente percorse. Ad agosto le importazioni russe via mare di prodotti petroliferi avrebbero raggiunto circa trecentosessantottomila tonnellate, quasi sette volte il dato di luglio; circa il trentuno per cento sarebbe arrivato dalla Corea del Sud. Non è la prova che la Russia sia “rimasta senza carburante”. È la prova più interessante: un grande esportatore di greggio, quando una parte delle raffinerie viene fermata o degradata, può essere costretto a comprare all’estero proprio i prodotti che normalmente vende.
Alla fine del mese il potere ha reagito anche sul piano dell’informazione. Putin ha firmato un decreto che limita la pubblicazione di dati dettagliati sulla produzione e la raffinazione, sulle quantità e direzioni dell’export, sui compratori, i venditori, gli intermediari, i prezzi, gli assicuratori, le navi, le rotte, i terminali e i tempi delle consegne. Una parte delle statistiche petrolifere era già stata chiusa dopo il 2022; ora la protezione si allarga. Prima si fortifica l’infrastruttura, poi si cerca di renderla meno leggibile. La retrovia non viene più soltanto difesa: viene oscurata.
Nella notte del 2 ottobre un nuovo attacco ha colpito la stazione produttiva e di dispacciamento «Samara» di Transneft’, descritta nel materiale raccolto come il maggiore parco europeo di serbatoi petroliferi, oltre duecentosedici ettari attraversati da quattro grandi oleodotti. A Volgograd un incendio è stato localizzato nell’area della raffineria e dello stabilimento chimico Kaustik; a Kazan’, Bugul’ma e Nižnekamsk gli aeroporti sono stati temporaneamente chiusi. Nella stessa notte, però, un attacco russo ha colpito un edificio residenziale di venticinque piani a Kiev, uccidendo una persona e ferendone altre. Questa simultaneità deve restare nel racconto.
Il 7 ottobre la stessa geografia si è allargata ancora. Al largo di Soči ha preso fuoco la petroliera AFRAMAX RIO, battente bandiera liberiana e inserita da Kiev nella lista delle navi collegate alla cosiddetta “flotta ombra” russa; il Ministero dei Trasporti ha parlato di combustione aperta di petrolio, mentre nelle prime ore non era ancora possibile stabilire con certezza il rapporto causale fra l’incendio e gli attacchi notturni. Nella regione di Voronež la caduta di frammenti ha danneggiato una linea elettrica lasciando alcuni villaggi senza corrente. Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato di avere abbattuto trecentoundici droni nella notte: anche questa cifra non è verificabile in modo indipendente. Più che la contabilità dei velivoli conta la rete degli effetti: petrolio, elettricità, aeroporti, trasporti e abitazioni diventano nello stesso tempo infrastrutture da difendere e punti nei quali la guerra si rende percepibile.
Gli effetti della guerra entrano sempre più profondamente nella Federazione Russa, ma il centro della distruzione continua a essere il Paese che la Russia ha invaso.
3. Il prezzo degli uomini
Dmitrij Medvedev ha continuato a negare la necessità di una nuova mobilitazione generale, definendo le voci circolate prima delle elezioni una provocazione. Non esiste, fino a questa sera, una prova pubblica che Putin abbia firmato un nuovo decreto come quello del settembre 2022. Ma il sistema costruito per evitare quel decreto diventa sempre più costoso. La regione di Irkutsk ha portato a 1,5 milioni di rubli il premio destinato a chi convince uno straniero a firmare un contratto con il Ministero della Difesa; per un cittadino russo proveniente da un’altra regione il premio arriva a ottocentomila. In primavera, per il reclutamento di uno straniero, il massimo era ancora di quattrocentomila rubli. Non viene pagato soltanto chi parte. Viene pagato anche chi riesce a trovarlo.
Dall’altra parte del percorso, alcune regioni hanno cominciato invece a ridurre le somme destinate alle famiglie dei caduti. I meccanismi locali sono differenti e non possono essere confrontati come se fossero un’unica prestazione nazionale. Ma il contrasto resta significativo: cresce il prezzo per convincere un uomo a entrare nel sistema, mentre alcuni bilanci cercano di risparmiare su ciò che accade quando quell’uomo non torna. In Jakuzia il governo ha rinviato l’indicizzazione del 5,4 per cento degli stipendi di insegnanti, medici, ricercatori e altri dipendenti pubblici spiegando che fra le spese impreviste vi erano i pagamenti una tantum ai nuovi contrattisti, dopo che il bonus regionale era stato portato da 2,1 a 3 milioni di rubli. Una scelta analoga era già comparsa nella regione di Rostov.
La mobilitazione, dunque, continua a non avere il giorno della mobilitazione. Ha invece prezzi, pubblicità, registri e infrastrutture. Il Conservatorio Rimskij-Korsakov di San Pietroburgo ha pubblicizzato contratti per operatori di droni; programmi analoghi sono comparsi in altri istituti. Su VK sono apparsi annunci che invitavano a «firmare prima della mobilitazione», pur senza poter dimostrare che una nuova chiamata fosse stata decisa. La paura stessa diventa strumento di reclutamento: lo Stato può negare politicamente la mobilitazione e, nello stesso tempo, un intermediario può utilizzarne la prospettiva per convincere qualcuno a firmare volontariamente.
A metà settembre Bloomberg ha aggiunto un elemento delicato. Secondo documenti e fonti citate dall’agenzia, anche una parte delle élite e di chi lavora attorno agli apparati avrebbe cominciato a temere una nuova chiamata, trasferendo familiari o beni all’estero. Una fonte europea ha parlato della possibile necessità russa di altri trecentomila uomini; la stessa ricostruzione precisa però che Putin non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. Le convocazioni elettroniche e l’integrazione fra registri militari, dati fiscali, sanitari, di proprietà e di frontiera rendono intanto lo Stato molto più capace di individuare e trattenere un potenziale coscritto rispetto al 2022.
Alla fine del mese Zelensky e un comandante ucraino hanno sostenuto che una mobilitazione aggiuntiva o «nascosta» sarebbe già iniziata e che Mosca potrebbe cercare centinaia di migliaia di nuovi uomini. Sono affermazioni ucraine, non la prova di un decreto russo. Le autorità di Mosca continuano a negare. Ma il confine fra reclutamento volontario e pressione amministrativa si fa più difficile da descrivere quando perfino un agricoltore canadese trasferitosi con otto figli nella regione di Nižnij Novgorod nell’ambito del programma per stranieri attratti dai «valori tradizionali» racconta di non riuscire a ottenere il permesso di soggiorno permanente senza sentirsi proporre un contratto militare. È un caso individuale, non una regola generale dimostrata; proprio per questo è rivelatore del clima.
Il 7 ottobre il Ministero della Difesa ha inoltre preparato un progetto di modifica dei regolamenti della polizia militare che amplierebbe i casi nei quali può essere impiegata un’arma traumatica: non soltanto per respingere aggressioni o arrestare persone armate, ma anche in presenza di resistenza a un poliziotto militare, disordini di massa o violazioni del regime interno delle unità. È un progetto, non ancora una regola entrata in vigore, e non dimostra che esista un’ondata di ammutinamenti. Mostra però quanto l’amministrazione della guerra riguardi ormai anche il controllo disciplinare di un apparato militare cresciuto enormemente per uomini, strutture e durata del servizio.
4. Il voto come prova di fedeltà
Le elezioni del 18–20 settembre sono arrivate dentro questo contesto. Putin ha invitato i cittadini a partecipare spiegando che il voto avrebbe dovuto dimostrare la «maturità e la fermezza» della società e mostrare che dietro i militari russi ci sono milioni di persone. In questo modo il Cremlino ha legato esplicitamente la legittimità elettorale alla guerra. Non si votava soltanto per una Duma: il risultato veniva presentato come una misura della coesione nazionale attorno all’esercito.
Il campo politico, però, era già stato ristretto prima dell’apertura dei seggi. La lista federale di Jabloko era stata esclusa; il comunista Nikolaj Bondarenko aveva perso la registrazione; altri candidati erano stati rimossi per volantini, post o contestazioni amministrative. Durante il voto sono arrivate numerose denunce di osservatori non ammessi. Secondo il monitoraggio citato da 7×7, quasi milletrecento osservatori di KPRF e Jabloko sarebbero stati esclusi in varie regioni. A Syktyvkar è stato aperto perfino un procedimento penale dopo il ritrovamento di circa cinquanta schede già segnate a favore di Russia Unita. In Čuvašija un video ha mostrato un voto itinerante in un minibus nel quale funzionari locali sembravano compilare schede per conto degli elettori; la vicenda è stata presentata dagli oppositori come possibile falsificazione.
Il nodo più delicato è stato però il voto elettronico. Važnye istorii ha analizzato circa duecento gigabyte di documentazione interna della società che ha sviluppato la nuova versione del sistema GAS «Vybory». Nei materiali comparivano migliaia di problemi tecnici segnalati dagli stessi sviluppatori, centinaia classificati come critici, possibilità di intervento manuale su alcuni dati e gravi questioni legate alla base degli elettori. Una vulnerabilità non dimostra automaticamente una frode; dimostra però quanto sia necessario un controllo indipendente quando il meccanismo che conta i voti diventa meno verificabile per il cittadino comune.
Il 20 settembre a Mosca, nel giorno decisivo, il sistema degli elenchi elettronici ha smesso di funzionare per circa un’ora e mezza o due in diversi seggi. Per un certo periodo non sono state consegnate schede cartacee e alcuni elettori hanno raccontato di essere stati invitati a usare i terminali elettronici o a tornare più tardi. Il sistema è poi ripartito. Molti hanno scelto di aspettare pur di votare su carta. È un dettaglio minuscolo, ma contiene qualcosa che vale la pena conservare: quando lo Stato presenta la tecnologia come inevitabile, una parte dei cittadini risponde chiedendo ancora un oggetto materiale che possa vedere, piegare e mettere personalmente nell’urna.
I risultati ufficiali hanno consegnato a Russia Unita 349 seggi su 450. Ma una settimana dopo il voto il sito della Commissione elettorale centrale non mostrava ancora tutti i protocolli dei singoli seggi in ventuno regioni russe e nei quattro territori ucraini occupati e annessi da Mosca. Secondo l’analista Roman Udot, i dati mancanti avrebbero riguardato circa sei milioni di elettori. La CEC non aveva fornito una spiegazione pubblica del ritardo. Il KPRF ha quindi chiesto di abolire sia il voto elettronico a distanza sia la pratica dei tre giorni di votazione, indicando forti discrepanze fra risultati tradizionali e digitali in alcune regioni.
La storia non si è chiusa con lo scrutinio. A Choro, villaggio della Jakuzia nel quale il KPRF ha superato il cinquanta per cento e Russia Unita si è fermata attorno al trentaquattro, una settimana dopo sono stati licenziati i direttori della scuola e dell’asilo. Ljudi Bajkala ha sottolineato che non risultavano precedenti contestazioni professionali. Non esiste una prova pubblica che il licenziamento sia stato ordinato come punizione elettorale e sarebbe scorretto presentarlo come fatto accertato. Ma la coincidenza ha alimentato esattamente il tipo di paura che un sistema politico maturo dovrebbe dissipare con trasparenza, non lasciare all’interpretazione.
A inizio ottobre, infine, il voto è tornato in piazza. A Tjumen’ più di cento persone hanno partecipato sotto una forte pioggia a una manifestazione per elezioni oneste; a Tobol’sk circa sessanta persone si sono riunite nonostante gli avvertimenti preventivi del Centro «E». A Iževsk l’attivista Dmitrij Morozov, impegnato nell’organizzazione di una protesta analoga, è stato arrestato e accusato di possesso di droga; la sua compagna sostiene che la sostanza non gli appartenesse. Il 4 ottobre a Mosca una manifestazione autorizzata del KPRF, inizialmente dedicata all’anniversario degli eventi del 1993, ha visto decine di fermi quando dalla folla sono partiti slogan per elezioni oneste, contro Roskomnadzor e per la libertà dei prigionieri politici. La Duma era già stata eletta. La discussione sulla legittimità del voto, evidentemente, no.
La campagna elettorale ha reso visibile anche l’altra Russia, quella dei privilegi. In pochi giorni FBK e altri progetti investigativi hanno pubblicato ricostruzioni su immobili e interessi economici di funzionari e candidati vicini al potere: appartamenti di grande valore attribuiti a Sergej Novikov, immobili della famiglia di Aleksandr Charičev, proprietà in Spagna riconducibili alla famiglia Metšin, patrimoni di deputati di Russia Unita nella regione di Saratov. Sono inchieste giornalistiche e non sentenze: vanno lette con la cautela dovuta alle fonti e alle eventuali repliche dei diretti interessati. Ma il loro peso politico nasce dal contrasto. Il linguaggio ufficiale distribuisce il patriottismo come dovere universale; la proprietà privata delle élite continua spesso a cercare sicurezza, investimento e prestigio anche fuori dai confini che quel linguaggio contrappone all’Occidente.
5. Un bilancio che cambia gerarchia
Se le elezioni raccontano il rapporto fra potere e consenso, il bilancio racconta il rapporto fra potere e priorità. Alla fine di settembre Reuters ha riferito, sulla base dei documenti del Ministero delle Finanze, che nel 2027 la Russia prevede di destinare alla difesa 17,1 trilioni di rubli: circa il trentadue per cento in più rispetto al bilancio 2026 e all’incirca il trentacinque per cento di tutta la spesa federale. Nei due anni successivi le cifre dovrebbero restare poco inferiori. In tre anni la difesa potrebbe assorbire più di cinquanta trilioni di rubli.
Il 7 ottobre Bloomberg ha aggiunto un dato che rende ancora più pesante il quadro del 2026. Citando due fonti vicine al governo, l’agenzia ha riferito che la spesa collegata alla guerra potrebbe raggiungere quest’anno circa diciassette trilioni di rubli, cinque trilioni in più rispetto ai 12,1 previsti inizialmente: un aumento vicino al quaranta per cento. Secondo la stessa ricostruzione, il deficit federale potrebbe arrivare a circa 7,3 trilioni di rubli e l’extra-spesa verrebbe coperta anche attraverso maggiori prestiti interni e vendite di oro. La cifra va distinta dai singoli capitoli ufficiali del bilancio e resta una stima ricostruita da Bloomberg attraverso fonti governative. Ma il punto politico è difficilmente equivocabile: mentre un anno fa Mosca immaginava ancora una graduale riduzione della spesa militare, nel 2026 la traiettoria è tornata a salire.
Il dato arriva mentre il deficit cresce. Per il 2026 le autorità hanno ormai indicato un disavanzo intorno al 3,2 per cento del PIL, doppio rispetto alla previsione iniziale dell’1,6 per cento. Per finanziare la spesa il governo prevede più imposte e più debito. Alla prima seduta della nuova Duma, la deputata di Nuove Persone Sardana Avksent’eva ha pronunciato una frase priva di retorica: nel bilancio non ci sono soldi per molte delle promesse populiste ascoltate durante la campagna, dai mutui agevolati all’aumento di pensioni e trasferimenti sociali. È una constatazione politica, non un documento contabile; ma fotografa il problema.
Nei bilanci regionali la gerarchia diventa ancora più concreta. Il governo della regione di Archangel’sk ha trasferito 63,1 milioni di rubli originariamente destinati alla politica sociale verso pagamenti per militari e famiglie dei caduti. Secondo The Insider, 40,3 milioni provenivano dai fondi per la retribuzione dei genitori affidatari, 19,7 milioni dal sostegno alle famiglie numerose e oltre tre milioni dall’assistenza sociale attraverso contratti individuali. Pochi giorni prima la regione di Tula aveva effettuato un trasferimento analogo per 54,2 milioni, toccando programmi destinati anche a orfani, bambini con disabilità e famiglie a basso reddito.
Nello stesso mese la politica demografica ha mostrato un’altra faccia della stessa tensione. Vërstka ha contato almeno trentasette regioni che dal 2025 hanno introdotto pagamenti una tantum per studentesse incinte e, in alcuni casi, anche per ragazze ancora a scuola. In ventitré regioni erano stati documentati più di settemila pagamenti, generalmente fra centomila e trecentoquarantacinquemila rubli. Parallelamente, molte amministrazioni hanno irrigidito le campagne contro l’aborto. Lo Stato cerca dunque di aumentare le nascite con incentivi diretti proprio mentre alcuni bilanci locali sottraggono risorse a famiglie affidatarie, famiglie numerose e assistenza sociale per finanziare la guerra. Non è una contraddizione assoluta: sono programmi diversi. È però la misura di una politica che chiede contemporaneamente più figli, più soldati e più capacità di sacrificio allo stesso bilancio familiare.
È importante non trasformare questi casi in una caricatura secondo cui lo Stato avrebbe semplicemente «tolto tutto ai bambini per darlo alla guerra». I bilanci sono più complessi e i programmi continuano a esistere. Ma proprio la scelta marginale, la singola variazione di capitolo, mostra qualcosa che le grandi cifre federali nascondono. Una guerra lunga non costa soltanto trilioni astratti. Costa priorità alternative. Ogni rublo destinato a un premio di arruolamento, a un’indennità militare o a una nuova infrastruttura di sicurezza è un rublo che non può essere speso nello stesso momento per un’altra finalità.
La compressione dei bilanci locali comincia intanto a produrre immagini molto meno astratte dei trilioni federali. The Moscow Times ha contato almeno diciannove regioni nelle quali, dall’inizio del 2026, amministrazioni locali hanno ridotto o spento parte dell’illuminazione stradale; in undici casi le autorità hanno collegato esplicitamente la misura alla scarsità di fondi o all’esaurimento delle risorse previste. A Bratsk, nella regione di Irkutsk, lo spegnimento di luci in parchi, strade e incroci è stato definito dall’amministrazione “risparmio energetico”. Sarebbe scorretto attribuire ogni lampione spento direttamente alla guerra. Ma quando lo stesso Stato aumenta di trilioni la spesa militare e alcune regioni trasferiscono risorse dalla politica sociale, l’austerità municipale smette di essere un dettaglio privo di contesto.
La distribuzione del sacrificio, inoltre, non è uniforme. Un progetto di ordine dell’FSB pubblicato sul portale normativo propone di riconoscere ai membri del collegio del servizio il viaggio in prima classe e agli ufficiali generali la business class, estendendo le stesse categorie ai familiari che hanno diritto al trasporto gratuito. È ancora una proposta e non va descritta come norma già applicata. Ma il contrasto è politicamente eloquente: mentre i comuni contano i lampioni e le famiglie discutono il prezzo del carburante, l’apparato di sicurezza discute di aumentare il comfort dei propri vertici a carico dello Stato.
Nello stesso apparato militare-patriottico continuano poi ad affiorare inchieste sulla corruzione. Il direttore del parco “Patriot”, Igor’ Vasil’ev, è stato fermato con l’accusa di avere ricevuto tangenti per circa ottanta milioni di rubli; due suoi vice erano già stati arrestati e il precedente direttore era stato condannato nel 2025 per frode e falso d’ufficio. Sono accuse che devono essere provate individualmente e valgono le garanzie della presunzione d’innocenza. Ma la successione dei procedimenti intorno a un luogo costruito come vetrina simbolica del patriottismo militare mostra un’altra tensione della mobilitazione: più denaro, più appalti e più eccezioni producono anche più spazi nei quali il denaro pubblico può essere catturato.
Anche la vita quotidiana restituisce il cambiamento in forme quasi banali. Due dipendenti di un supermercato Pjatëročka di Krasnodar hanno pubblicato il 21 settembre un video nel quale mostravano nuovi cartellini dei prezzi e scherzavano: «Le elezioni sono finite, i prezzi sono aumentati». Il video ha superato cinque milioni di visualizzazioni; il 1° ottobre le due donne hanno detto di essere state licenziate e una di loro ha collegato la decisione proprio al filmato. L’azienda, nel materiale che abbiamo, non ha fornito una spiegazione indipendente che permetta di stabilire il nesso causale. Ma la scena è significativa: la politica economica entra nel supermercato non sotto forma di un grafico, ma come un’etichetta cambiata durante la notte.
6. Lo Stato digitale che riscopre il filo
In queste settimane la Russia ha mostrato un’altra contraddizione caratteristica della guerra amministrata. Da una parte lo Stato accelera la digitalizzazione: voto elettronico, convocazioni militari online, servizi pubblici integrati, messenger nazionale. Dall’altra, per difendersi dai droni, spegne o degrada proprio le reti sulle quali quella digitalizzazione dovrebbe funzionare. A Čeboksary, già il 10 settembre, le limitazioni a telefonia mobile e Internet avevano prodotto un paradosso concreto: alcuni residenti ricevevano in ritardo perfino gli SMS di allerta per il pericolo di missili e droni. La misura destinata ad aumentare la sicurezza rendeva meno efficiente uno degli strumenti con cui la popolazione doveva essere avvertita.
Alla fine del mese Vedomosti ha calcolato che le aziende statali russe avevano triplicato, nei primi otto mesi dell’anno, la spesa per l’acquisto di telefoni fissi: 118 milioni di rubli e quasi 3.600 procedure di acquisto. Gli operatori del settore hanno collegato la crescita proprio alle interruzioni della rete mobile e di Internet. Anche i privati hanno ricominciato a chiedere linee domestiche; nel centro di Mosca, secondo Rostelekom, le richieste erano già raddoppiate in primavera. È difficile trovare un’immagine più precisa della Russia del 2026: droni a lungo raggio, intelligenza artificiale, registri elettronici e, per sicurezza, il ritorno del telefono attaccato a un cavo.
Nello stesso tempo il nuovo messenger Max amplia il proprio ruolo. Uno studio realizzato da ricercatori di diverse università straniere ha rilevato che l’applicazione possiede tecnicamente capacità molto ampie all’interno dei servizi integrati, compresa la possibilità di acquisire schermate e accedere a dati salvati da mini-app. Gli autori non hanno trovato prove che queste capacità vengano già utilizzate per sorvegliare gli utenti e lo studio, al momento della notizia, era ancora un preprint non sottoposto a revisione scientifica. Il 25 settembre Max ha inoltre aggiornato la politica sulla privacy, includendo fra i dati trattati anche le interazioni con i canali, comprese iscrizioni e cancellazioni.
Lo stesso Stato che rende più opachi i dati energetici rende dunque più leggibile il cittadino. Nasconde rotte, compratori e quantità di petrolio; integra invece registri elettorali, militari e amministrativi, raccoglie nuove informazioni sugli utenti e incoraggia l’uso di piattaforme nazionali. Non è una contraddizione accidentale. È una forma di sicurezza asimmetrica: meno visibilità dall’esterno verso le infrastrutture, più visibilità dall’alto verso la società.
La gestione dell’informazione di sicurezza ha mostrato un’altra zona d’ombra fra il 2 e il 7 ottobre, questa volta sanitaria. Dopo la morte a ventotto anni di Dar’ja Šipilova, dipendente dell’Istituto antiplaga di Irkutsk, fonti locali hanno parlato di una possibile esposizione al batterio della peste polmonare in laboratorio; sono state riferite misure di quarantena in più strutture sanitarie, disinfezioni e circa duecento contatti posti sotto osservazione. Rospotrebnadzor ha però negato che gli esami abbiano individuato microrganismi collegati all’attività professionale della donna e ha parlato di “polmonite di eziologia non determinata”. L’OMS ha chiesto ulteriori informazioni, mentre l’ambasciata statunitense ha invitato i propri cittadini a lasciare la Russia richiamando anche il più generale livello massimo di allerta già in vigore. Non esiste, sulla base di questi elementi, una prova di un focolaio di peste. Il dato rilevante per questo diario è il divario fra misure straordinarie, versioni non ufficiali e comunicazione pubblica: quando l’informazione arriva frammentata, la paura riempie immediatamente gli spazi lasciati vuoti.
7. Libri, video, nomi proibiti
La guerra lunga continua anche a ridefinire ciò che può essere pubblicato, letto o detto. A fine settembre la casa editrice Individuum ha annunciato la chiusura. Dal 2015 aveva pubblicato non-fiction, inchieste, libri sulla storia sovietica e opere legate anche a tematiche LGBT. Nel 2025 dipendenti di Individuum e Popcorn Books erano finiti in un procedimento per «estremismo» collegato alla vendita di letteratura queer; nell’agosto 2026 alcuni imputati hanno ricevuto condanne con pena sospesa. Dopo Popcorn Books, anche Individuum scompare come struttura autonoma. I libri, però, continuano a circolare in piccoli canali, ristampe e biblioteche digitali chiuse.
La censura, nello stesso tempo, convive con la produzione di una cultura nuova e perfettamente finanziabile. Al pitching del Ministero della Cultura è stato presentato “Nebesnye l’vy” — “Leoni celesti” — un film per ragazzi dal budget stimato di settantadue milioni di rubli, cinquanta dei quali richiesti come sostegno pubblico. Il protagonista è un alunno di sesta classe appassionato di videogiochi che partecipa a una competizione scolastica di pilotaggio di droni. Non è un film di guerra in senso stretto e un drone resta una tecnologia civile oltre che militare. Ma nel contesto di scuole che insegnano già assemblaggio e pilotaggio di UAV, la scelta narrativa mostra quanto la cultura del drone sia entrata nell’immaginario dell’infanzia come competenza normale, sportiva e desiderabile.
Il regista Andrej Zvjagincev è entrato nel registro degli «agenti stranieri». Jurij Dud’ è stato inserito il 23 settembre nel registro di Rosfinmonitoring dei «terroristi ed estremisti» e successivamente un tribunale ne ha disposto l’arresto in contumacia per l’accusa di giustificazione del terrorismo. Secondo il canale Shot è stata inoltre avviata una procedura che potrebbe coinvolgere alcuni suoi beni in Russia. Il cantante Il’ja Prusikin dei Little Big è comparso nella lista dei ricercati del Ministero dell’Interno. Oleg Kuvaev, creatore del cartone animato «Masjanja», rischia quasi sei anni di colonia in un processo in contumacia per un episodio nel quale la protagonista invitava i militari russi ad arrendersi; secondo Mediazona, il cartone non sarebbe stato nemmeno mostrato in aula e il suo contenuto sarebbe stato ricostruito attraverso testimoni e perizia.
Il caso più inquietante riguarda forse Aleksandr Kynev, politologo ed esperto di elezioni. Arrestato con l’accusa di tentata vendita di stupefacenti, che egli nega, è stato trasferito nell’unità sanitaria del carcere di Matrosskaja Tišina con due fratture alle ossa delle gambe. Il progetto Slovo zaščite sostiene che le lesioni siano state provocate da percosse e torture dopo il fermo. È un’accusa che deve essere verificata e non può essere trasformata in fatto giudiziariamente accertato. Ma una persona arrestata si trova sotto la responsabilità dello Stato: due fratture richiedono comunque una spiegazione credibile.
Questa repressione ha una caratteristica che ormai conosciamo: non colpisce soltanto l’oppositore professionale. Può raggiungere un editore, un regista, un musicista emigrato, un autore di cartoni animati, un esperto elettorale, perfino un adolescente. A Kanaš, in Čuvašija, un ragazzo di quindici anni è stato posto agli arresti domiciliari in un procedimento legato al Corpo volontario russo; secondo un progetto locale, fra gli elementi contestati ci sarebbero fotografie con la bandiera dell’organizzazione. Il diritto penale e amministrativo continua ad allargare il proprio confine fino a occupare spazi che pochi anni fa sarebbero appartenuti alla cultura, alla discussione pubblica o alla provocazione giovanile.
Il rapporto pubblicato in ottobre dal progetto “Podderžka politzaključënnych. Memorial” consente di vedere la tendenza oltre i singoli nomi. Nei primi tre trimestri del 2026, secondo i suoi calcoli, i procedimenti per partecipazione o assistenza ad organizzazioni vietate sono cresciuti di circa una volta e mezza. Nel sessantasette per cento dei casi politici registrati compaiono articoli del Codice penale la cui investigazione rientra nelle competenze dell’FSB; la quota dei procedimenti comprendenti almeno un’accusa classificata come particolarmente grave è salita dal ventinove al trentaquattro per cento. Altri reati, come “falsi” sull’esercito o tradimento, non stanno crescendo allo stesso ritmo. Il sistema repressivo non si limita dunque ad aumentare quantitativamente: cambia strumenti e sposta il baricentro verso appartenenze, reti e organizzazioni.
A Tomsk questo allargamento ha raggiunto anche l’università. Il Politecnico ha espulso Anton Isakov, dirigente regionale del partito Rassvet e studente per corrispondenza, dopo due procedimenti amministrativi costruiti su pubblicazioni del 2017 e del 2019: in un caso una vecchia condivisione di un link a “Otkrytaja Rossija”, nell’altro un post contenente il logo di Facebook, oggi considerato simbolo di un’organizzazione estremista in Russia. Nel provvedimento universitario compaiono formule sulla “propaganda di ideologie vietate” e sulla minaccia ai principi costituzionali. Isakov riferisce che, durante il procedimento, gli sarebbe stato detto in sostanza che “gli estremisti non hanno posto nell’università”. Anche qui il punto non è il singolo account social: è la retroattività culturale con cui un gesto digitale di quasi dieci anni prima può diventare criterio di appartenenza accademica nel presente.
8. La guerra oltre il confine
Sarebbe però un errore raccontare questo mese come se la guerra fosse diventata soprattutto un problema interno russo. Il 28 settembre un attacco russo contro Kiev ha incendiato un edificio dell’Accademia Nazionale delle Scienze; successivamente è stata riferita la morte di due accademici. Nella stessa fase sono stati colpiti altri centri urbani. Il 3 ottobre un attacco ha danneggiato il Ponte Severnyj sul Dnepr a Kiev, interrompendo la circolazione, mentre a Hostomel sono bruciati magazzini e strutture produttive e in altre regioni sono stati colpiti edifici civili. La Russia subisce ormai attacchi molto più profondi di quelli dei primi anni di guerra; l’Ucraina continua però a vivere la guerra come distruzione quotidiana sul proprio territorio.
Il 7 ottobre questa asimmetria è tornata in primo piano con alcuni dei bombardamenti più letali dell’ultimo mese. A Pryluky, nella regione di Černihiv, un attacco ha colpito un edificio residenziale di cinque piani: secondo i soccorritori ucraini, i morti sono saliti a quattordici, fra cui quattro bambini, e i feriti a circa cinquanta. A Kremenčuk sono morte altre due persone e trentaquattro sono rimaste ferite; sono stati danneggiati cinque condomini e trentacinque case private, sei delle quali distrutte. Kiev ha riferito vittime anche nella capitale e in altre località. Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato di avere colpito imprese del complesso militare-industriale, infrastrutture portuali e cantieri navali e navi utilizzate nell’interesse delle forze ucraine. Anche quando l’obiettivo dichiarato è militare, però, il risultato civile resta parte del fatto e non può essere espulso dal racconto.
Intorno al conflitto cresce inoltre una fascia europea sempre più difficile da definire. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha accusato cinque persone di avere partecipato a una rete che, secondo l’inchiesta, avrebbe agito nell’interesse dei servizi russi preparando omicidi di oppositori e sabotaggi in Europa e negli Stati Uniti. L’Estonia ha attribuito ai servizi russi l’incendio avvenuto in agosto presso lo stabilimento Milrem Robotics di Tallinn; in Germania gli investigatori hanno indicato un cittadino russo, descritto dai media come legato ad ambienti del GRU, fra i sospettati per un piano di sabotaggio all’aeroporto di Lipsia. Sono accuse investigative e governative, non sentenze definitive, e devono restare tali nel linguaggio.
Bruxelles discute perfino l’ipotesi di inserire il GRU nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Nello stesso tempo la retorica nucleare russa continua a salire. L’ambasciata di Mosca in Irlanda ha dichiarato che la Russia sarebbe pronta a utilizzare l’intero arsenale, comprese le armi nucleari, qualora la NATO tentasse di isolare Kaliningrad; una dichiarazione simile era arrivata dall’ambasciata nel Regno Unito. In Moldova, infine, la caduta di droni e missili durante attacchi russi contro l’Ucraina ha provocato una nuova protesta diplomatica di Chișinău. La guerra non è diventata una guerra diretta Russia-NATO. Ma lo spazio che la circonda è sempre più popolato da sabotaggi attribuiti, operazioni clandestine, incidenti di frontiera e minacce che riducono il margine per l’errore.
L’allargamento della zona grigia modifica ormai anche la pianificazione occidentale. Bloomberg ha riferito che il comandante supremo alleato in Europa, Alexus Grynkewich, sta preparando una “Theory of Victory” da presentare il 12 ottobre: uno schema per reagire a un’eventuale invasione russa del fianco orientale utilizzando inizialmente forze terrestri, droni relativamente economici e sistemi di intelligenza artificiale per la selezione degli obiettivi, e passando poi, una volta ristabilita libertà di manovra, a colpire le infrastrutture di comando dell’aggressore. Il suo portavoce ha confermato l’esistenza della strategia sottolineandone il carattere difensivo. È un piano di contingenza, non la prova che la NATO consideri inevitabile una guerra con la Russia. Ma il solo fatto che questa pianificazione venga discussa pubblicamente misura quanto sia cambiato il livello di rischio percepito.
Politico ha riferito nello stesso periodo che gli ambasciatori dei ventisette Paesi dell’Unione europea hanno discusso a porte chiuse uno scenario di grande attacco ibrido attribuibile alla Russia, potenzialmente capace di provocare numerose vittime. Il riferimento immediato erano anche i droni con esplosivo trovati nell’area dell’aeroporto di Lipsia e le più ampie accuse europee di sabotaggi e operazioni clandestine. Anche qui bisogna distinguere con precisione: la responsabilità russa è, a seconda dei casi, un’accusa investigativa o governativa e non una sentenza internazionale. Ma l’Europa si prepara ormai non soltanto alla disinformazione o agli attacchi informatici, bensì alla possibilità che la guerra ibrida produca morti. È un salto psicologico e politico rilevante.
9. La speranza, sotto la pioggia
A questo punto sarebbe facile concludere che tutto procede in una sola direzione: più guerra, più spesa militare, più segretezza, più controllo. Sarebbe però una descrizione incompleta. Il 3 ottobre, nonostante la pioggia forte, più di cento persone si sono riunite a Tjumen’ per chiedere elezioni oneste. Il giorno successivo circa sessanta sono uscite a Tobol’sk nonostante gli avvertimenti preventivi delle forze dell’ordine. A Mosca, durante una manifestazione autorizzata, alcune persone hanno continuato a gridare «Vogliamo libertà», «No alle repressioni politiche», «Libertà ai prigionieri politici» anche quando i fermi erano già cominciati. Non sono folle capaci di rovesciare un sistema. Sono cittadini che rifiutano di comportarsi come se il risultato politico fosse l’unica realtà possibile.
Nello stesso periodo il progetto «Ty ne odin» [Tu non sei solo], creato da organizzazioni indipendenti russe, ha avviato una raccolta per acquistare vestiti caldi destinati ai prigionieri politici. È una forma di opposizione che non produce titoli spettacolari. Significa pagare un giubbotto, un paio di scarpe, una ricarica del conto carcerario. Significa ricordare a una persona dietro le sbarre che qualcuno sa ancora il suo nome. La speranza, nelle società chiuse, spesso non ha la forma della vittoria. Ha la forma della cura.
Il 7 ottobre è arrivata anche una notizia rara proprio perché contraddice la direzione generale. Il Comitato investigativo ha chiuso per assenza di reato il procedimento contro Lida Moniava, fondatrice dell’hospice pediatrico “Dom s majakom” [La casa con il faro]. Era stata fermata il 2 settembre per un post del 24 febbraio 2023 sulle vittime civili ucraine e per una raccolta di fondi destinata ai profughi; il tribunale le aveva vietato di uscire di notte, usare Internet e comunicare con i testimoni, e poco dopo Moniava aveva lasciato la direzione dell’hospice. La chiusura del caso non cancella ciò che è accaduto né restituisce automaticamente i mesi perduti. Ma dimostra che perfino dentro un sistema repressivo una decisione può essere revocata e un’accusa può terminare senza condanna. La speranza non ha bisogno di fingere che questo sia normale: proprio perché è raro, vale la pena registrarlo.
Anche il voto cartaceo aspettato per due ore, il giornalista che continua a contare i protocolli mancanti, il lettore che trova una copia di un libro dopo la chiusura dell’editore, il cittadino che fotografa un cartellino dei prezzi o il manifestante che si presenta sotto la pioggia appartengono alla stessa famiglia di gesti. Nessuno di essi basta da solo. Ma tutti rifiutano il passaggio decisivo che ogni potere autoritario desidera: trasformare ciò che accade in ciò che deve accadere.
10. Il 7 ottobre: il compleanno e la memoria
Il mese si chiude in una coincidenza che nessun commentatore avrebbe potuto costruire meglio. Il 7 ottobre Vladimir Putin ha compiuto settantaquattro anni. In molte amministrazioni e istituzioni è partita una campagna coordinata di auguri: in alcuni casi sono circolate vere e proprie istruzioni per pubblicare sui profili personali di VK con l’hashtag “Congratulo il Presidente”; Agenstvo ne ha contate almeno millecento. Vërstka ha osservato formule identiche ripetute da governatori, deputati e funzionari, fino all’espressione “energia inesauribile”, comparsa più di milleseicento volte nei canali Telegram. Più di venti scuole dell’infanzia hanno pubblicato resoconti di attività dedicate al compleanno, raccontando ai bambini il “percorso di vita” del presidente e il suo ruolo nel futuro del Paese; ad Anadyr alcuni piccoli sono stati perfino messi in ginocchio davanti alla telecamera per un videomessaggio. Non serve chiamare tutto questo culto della personalità per coglierne la funzione: trasformare la lealtà politica in rito quotidiano e pedagogico.
Nello stesso giorno cadeva il ventesimo anniversario dell’assassinio di Anna Politkovskaja. A Mosca cittadini hanno portato fiori davanti alla casa di via Lesnaja dove la giornalista di Novaja Gazeta fu uccisa il 7 ottobre 2006; a San Pietroburgo fotografie e fiori sono comparsi presso la pietra delle Solovki. Nikolaj Rybakov di Jabloko ha installato ancora una volta una targa temporanea: secondo i media, solo nel 2026 quella memoria era stata distrutta più di venti volte e ogni volta qualcuno l’aveva ripristinata. Gli esecutori e alcuni organizzatori dell’omicidio sono stati condannati, ma i mandanti non sono mai stati ufficialmente identificati; la prescrizione dell’inchiesta è scaduta nel 2021. Anche questo è un rito, ma di segno opposto: non l’obbedienza ripetuta dall’alto, bensì la memoria ricostruita dal basso dopo ogni cancellazione.
E ancora nello stesso 7 ottobre, in Ucraina, sotto le macerie di una palazzina di Pryluky vengono cercati i corpi di adulti e bambini. Le tre immagini non sono equivalenti e non vanno fuse in un artificio retorico. Proprio la loro distanza le rende significative. Un potere celebra la propria durata; alcuni cittadini insistono nel ricordare una giornalista assassinata; al di là del confine una guerra iniziata da quel potere continua a distruggere case e famiglie. Il diario della speranza russa esiste nello spazio fra queste tre realtà: non per negarne una a vantaggio dell’altra, ma per impedire che la prima cancelli le altre due.
Dal 7 settembre al 7 ottobre la Russia ha compiuto un altro passo nella costruzione di una normalità mobilitata. La guerra è entrata più profondamente nelle infrastrutture, nel bilancio, nel reclutamento, nelle elezioni e nella gestione dell’informazione. Il potere cerca di rendere il conflitto abbastanza ordinario da poter durare e abbastanza invisibile da non interrompere completamente la vita quotidiana. Ma ogni volta che deve comprare una nuova rete metallica, chiudere una statistica, spostare fondi sociali, spegnere una rete mobile, arrestare chi protesta o spiegare perché una scheda cartacea non è disponibile, ammette indirettamente che la normalità precedente non esiste più.
La guerra può essere amministrata. Può essere finanziata, assicurata, schermata, digitalizzata e perfino trasformata in procedura. Non per questo diventa naturale. La speranza comincia precisamente qui: nel punto in cui qualcuno continua a ricordarlo.

