Lev Tul’skij – 10 settembre 2026
Dal 7 luglio al 6 settembre è diventato difficile continuare a utilizzare, parlando della Russia, la parola “retrovia”. Non perché il territorio russo sia diventato improvvisamente un fronte paragonabile alle regioni ucraine sottoposte da quattro anni all’invasione, all’occupazione e ai bombardamenti: questa equivalenza sarebbe storicamente e moralmente falsa. La guerra su vasta scala è stata iniziata dalla Russia contro l’Ucraina e continua a produrre in territorio ucraino un numero incomparabilmente maggiore di vittime e distruzioni.
Eppure qualcosa è cambiato anche dall’altra parte del confine. Non sono più soltanto Belgorod, Kursk o Brjansk a vivere sotto la minaccia degli attacchi. Raffinerie bruciano a centinaia o migliaia di chilometri dall’Ucraina, i grandi magazzini del commercio digitale vengono evacuati o cancellati dalle mappe, gli aeroporti chiudono a intermittenza, le spiagge vengono interdette, le stazioni di servizio impongono limiti e perfino il mutuo può richiedere una copertura contro i danni provocati dai droni. La guerra entra così nella vita quotidiana non come un unico evento eccezionale, ma come una successione di adattamenti.
Contemporaneamente il potere prepara uomini, economia, scuola e cultura a un conflitto che esso stesso descrive sempre più spesso come lungo. È forse questo il cambiamento più importante dell’estate 2026: la guerra non viene più presentata soltanto come qualcosa da vincere, ma viene amministrata come qualcosa dentro cui bisognerà vivere. La Russia non è precipitata nel caos e non è corretto descriverla come un sistema prossimo al collasso; al contrario, continua a funzionare, ma spendendo sempre più risorse politiche, economiche e sociali per trasformare l’eccezione in normalità.
Proprio per questo la parola “speranza” deve essere usata con cautela. Non indica ottimismo e non promette un esito vicino. Indica piuttosto la persistenza di persone, parole e gesti che rifiutano di considerare inevitabile ciò che il potere cerca di rendere normale: chi continua a pronunciare la parola pace, chi documenta le vittime, chi difende un imputato, chi ricorda uno sciopero, chi resta nel proprio Paese senza accettare il silenzio.
1. La potenza petrolifera che comincia a cercare benzina
All’inizio di luglio la crisi energetica sembrava ancora una collezione di episodi locali. Il 7 luglio un attacco contro la raffineria di Omsk ha provocato nuovi problemi produttivi e la vendita di carburante ai privati è stata sospesa in alcune aree. Margarita Simon’jan ha invitato i cittadini alla pazienza, evocando persino la capacità dei russi di sopportare il razionamento degli anni Novanta. Era una frase propagandistica, ma conteneva involontariamente una previsione.
Il 12 luglio la raffineria di Syzran’ è stata nuovamente colpita. Era almeno il dodicesimo attacco contro quell’impianto. Nei giorni successivi le difficoltà di approvvigionamento si sono moltiplicate. In alcune zone fare benzina è diventato possibile soltanto attraverso procedure sempre più controllate; altrove sono comparsi limiti quantitativi. Alla fine di luglio la situazione ha assunto dimensioni nazionali. Il governo ha prorogato fino alla fine di gennaio 2027 il divieto di esportazione della benzina, mentre nuovi attacchi hanno interessato impianti a Tjumen’, Ufa, Rjazan’ e Volgograd.
Il 3 agosto la guerra energetica ha mostrato anche il proprio lato più paradossale. A Krasnojarsk una società petrolifera regionale ha improvvisamente ridotto i prezzi il giorno precedente all’arrivo di Vladimir Putin. Terminata la visita presidenziale, benzina e diesel sono tornati quasi istantaneamente ai livelli precedenti: fino a ventiquattro rubli in più al litro. Per quarantotto ore la stabilità aveva potuto essere organizzata amministrativamente. Poi era tornata l’economia.
Nei giorni immediatamente successivi sono arrivati colpi molto più difficili da nascondere. La raffineria Rosneft’ di Saratov ha completamente sospeso la lavorazione dopo un attacco. A Jaroslavl’ il 6 agosto il governatore Michail Evraev ha parlato del più grande attacco di droni mai subito dalla regione: novantatré velivoli. Quattro persone sono rimaste ferite e un incendio è scoppiato nella Slavneft’-JANOS, una delle maggiori raffinerie russe, capace di lavorare circa quindici milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Il giorno successivo Reuters ha riferito qualcosa che soltanto pochi anni fa avrebbe avuto il sapore della satira: la Russia ha cominciato a importare dalla Corea del Sud diesel e carburante per aerei. Aveva già aumentato gli acquisti dalla Bielorussia e cercato benzina in India e Marocco.
Un Paese che continua a esportare enormi quantità di greggio deve acquistare all’estero i derivati che non riesce più a produrre in quantità sufficiente. L’8 agosto sono stati nuovamente colpiti gli impianti di Syzran’ e Il’skij. L’11 le autorità di Soči hanno invitato residenti e turisti a limitare gli spostamenti in automobile. Il 12 la regione di Orenburg ha introdotto il sistema delle targhe pari e dispari: in determinati giorni può fare rifornimento soltanto chi possiede l’automobile con il numero corrispondente. Per la benzina sono comparsi limiti di trenta litri; è stato vietato riempire le taniche e alle stazioni di servizio sono arrivati gli agenti di polizia.
A quel punto i problemi riguardavano almeno sedici regioni. Il 13 agosto è arrivata un’altra notizia particolarmente significativa. La raffineria di Orsk, colpita due giorni prima, ha completamente interrotto la produzione e il governatore Evgenij Solncev ha ammesso che le riparazioni potrebbero richiedere fino a sei mesi. I lavori sono complicati anche dalla dipendenza da componenti importati, diventati difficili da reperire a causa delle sanzioni. Quasi nello stesso momento nuovi droni hanno raggiunto il Baškortostan e la zona del grande complesso “Gazprom Neftekhim Salavat”.
Il 14 agosto le difficoltà sono arrivate ormai fino alle porte della capitale. Sulla strada fra Sergiev Posad e Mosca alcune stazioni di servizio risultavano chiuse, altre disponevano soltanto di diesel, mentre davanti a quelle ancora rifornite si formavano code. Il 16 agosto il Sunday Times ha aggiunto un altro elemento: secondo fonti militari ucraine, Kiev starebbe utilizzando da mesi anche droni a reazione britannici per colpire raffinerie in profondità nel territorio russo. La portata esatta di queste operazioni necessita naturalmente di verifiche indipendenti, ma il dato strategico è già evidente.
La Russia non è rimasta senza petrolio. Sta perdendo qualcosa di più sottile e, nella vita quotidiana, altrettanto importante: la sicurezza della trasformazione e della distribuzione. La ricchezza continua a essere sotto terra. La normalità dipende invece dalle raffinerie, dai pezzi di ricambio, dalle ferrovie, dalle autocisterne e dalle stazioni di servizio. Ed è questa macchina che la guerra sta rendendo fragile.
2. Wildberries: quando il centro commerciale entra nella guerra
Se il petrolio rappresenta il sistema circolatorio dell’economia russa, Wildberries ne è diventato in questi mesi uno dei sistemi nervosi. Il 18 luglio un attacco ha colpito il grande complesso di Elektrostal’, nella regione di Mosca. Un morto e decine di feriti. Nello stesso periodo è stato colpito anche il centro di Kotovsk. Pochi giorni dopo la fondatrice Tat’jana Kim ha annunciato forme di compensazione per i piccoli venditori, ma molti commercianti hanno denunciato rimborsi del tutto insufficienti rispetto al valore della merce distrutta.
Il 24 luglio sono stati interessati complessi nella regione di San Pietroburgo. Il giorno successivo un incendio è scoppiato vicino a un centro logistico di Ekaterinburg. Il 28 è toccato nuovamente alla regione di Mosca; il 29 alla zona di Rjazan’. Il 30 luglio attacchi sono stati segnalati a Sarapul e Penza. All’inizio di agosto la sequenza è diventata quasi quotidiana. Il 2 agosto è stato colpito il gigantesco complesso di Novosemejkino, nella regione di Samara. In seguito si è saputo che circa 160 mila dei suoi 180 mila metri quadrati erano bruciati insieme alle merci.
Il 3 agosto è stato colpito un centro a Sobinka, nella regione di Vladimir. Wildberries ha quindi vietato ai dipendenti dei propri magazzini di utilizzare smartphone dotati di fotocamera, motivando la misura con il rischio che immagini e coordinate potessero facilitare gli attacchi. Una società nata per vendere vestiti, elettrodomestici e prodotti per la casa ha cominciato così ad adottare regole tipiche di una struttura strategica in tempo di guerra. Il 4 agosto nuovi droni hanno raggiunto Krasnyj Bor, nella regione di Leningrado. Nel frattempo le dimensioni della crisi sono diventate tali che, secondo Bloomberg, il governo ha iniziato a valutare la possibilità di mettere a disposizione dell’azienda alcuni hub delle Poste russe.
Il 5 agosto un centro Wildberries è stato colpito nella regione di Tula. Ma quello stesso giorno è emersa anche una conseguenza meno visibile degli attacchi logistici. A Domodedovo, dopo l’incendio di un deposito di prodotti chimici avvenuto il 20 luglio, l’acqua utilizzata per spegnere le fiamme si era mescolata alle sostanze presenti ed era finita in un fiume. Gli abitanti hanno denunciato schiuma, odore chimico e una moria di pesci: presso un solo villaggio ne sarebbero state raccolte oltre quindici tonnellate. Un attacco dura pochi secondi. I suoi effetti possono continuare a viaggiare nell’acqua settimane dopo.
Il 6 agosto è stato danneggiato un altro centro nella regione di Tver’. Il 7 è tornato a bruciare il grande complesso di Ekaterinburg, dal quale sono state evacuate circa ottocento persone. Proprio quel giorno Vërstka ha pubblicato dati utili per comprendere perché Wildberries sia diventata così importante anche militarmente. Fra maggio e agosto sulla piattaforma sarebbero stati venduti prodotti militari o a duplice uso per almeno 1,6 miliardi di rubli: mirini, protezioni balistiche, accessori per armi, visori notturni, droni FPV, sistemi di sgancio e fibra ottica.
Questo dato deve essere interpretato con attenzione. Non trasforma automaticamente ogni magazzino Wildberries in un obiettivo militare legittimo. Decine di migliaia di lavoratori, clienti e piccoli commercianti rimangono civili e la stragrande maggioranza delle merci è commerciale. Ma dimostra quanto la guerra abbia dissolto la separazione fra logistica ordinaria e approvvigionamento militare.
Pochi giorni dopo sono emerse notizie di attacchi ucraini anche contro camion Wildberries diretti verso la Crimea occupata. Il 13 agosto è stato colpito un complesso nel Baškortostan. Le stime sulle perdite hanno continuato a crescere: centinaia di migliaia di venditori coinvolti e danni complessivi che alcune associazioni del settore collocano ormai fra 600 e 800 miliardi di rubli, comprendendo merci, mancati guadagni e infrastrutture. Nello stesso momento in Russia è entrato pienamente in funzione “Roj.Market”, un marketplace separato, riservato a utenti autorizzati e dedicato esplicitamente a beni a duplice uso e alle necessità del Ministero della Difesa.
È quasi una confessione strutturale: la guerra ha bisogno delle stesse logiche che hanno reso efficientissimo il commercio digitale. Il 14 agosto è stato nuovamente danneggiato un magazzino presso Tver’. Poi, nella notte del 16 agosto, un grande incendio ha investito il complesso di Koledino presso Podol’sk, oltre duecentomila metri quadrati: uno dei maggiori, se non il maggiore, centro logistico della società. A quel punto il fenomeno non poteva più essere raccontato come una serie di incidenti. La guerra è entrata nella catena di distribuzione.
E quando la distribuzione civile diventa anche una rete utile al fronte, a pagare la trasformazione non sono soltanto lo Stato e l’esercito. Sono magazzinieri, autisti e centinaia di migliaia di piccoli commercianti che scoprono improvvisamente di avere investito i propri risparmi dentro un’infrastruttura diventata parte della geografia bellica.
3. La mobilitazione che non vuole chiamarsi mobilitazione
La parola continua a fare paura al Cremlino. Dal settembre 2022 “mobilitazione” significa per molti russi famiglie sconvolte, uomini in fuga, reclute inviate al fronte e una crepa improvvisa nel patto secondo cui la guerra poteva essere sostenuta purché restasse lontana dalla vita personale. Per questo nell’estate 2026 la mobilitazione è stata soprattutto un insieme di pratiche senza un nuovo decreto. Già il 7 luglio è emerso un progetto che consentiva di utilizzare coscritti nelle unità militarizzate di emergenza e antincendio, anche presso infrastrutture strategiche e zone esposte al conflitto. Il problema dichiarato era semplice: mancava personale.
Alla fine di luglio il tema è diventato più esplicito. Volodymyr Zelensky ha affermato, sulla base dell’intelligence ucraina, che il Cremlino potrebbe preparare una nuova mobilitazione dopo le elezioni della Duma del 20 settembre. Era un’affermazione ucraina, non una decisione russa confermata. Ma quasi contemporaneamente Putin ha firmato un nuovo decreto che aumentava ancora gli organici delle Forze armate. Le università hanno cominciato a entrare direttamente nel sistema.
Il VGIK e il MARCHI hanno offerto facilitazioni accademiche agli studenti disponibili a trascorrere un anno nelle truppe dei droni. Poco dopo perfino il Conservatorio Rimskij-Korsakov di San Pietroburgo ha pubblicizzato contratti per operatori di droni, uomini e donne fra i diciotto e i quarantacinque anni, accompagnati da aspettativa universitaria, pagamenti e benefici. Dal conservatorio al drone: forse nessuna formula racconta meglio la penetrazione della guerra nel tessuto civile. Il 1° agosto HeadHunter presentava più di duemilacinquecento offerte per specialisti nella contabilità militare e nella preparazione alla mobilitazione. Fra i datori di lavoro comparivano strutture del governo di Mosca, del Ministero della Difesa, Roskosmos, Almaz-Antej, Poste russe e Rostelekom.
Ancora una volta, nessun decreto. Soltanto un gigantesco apparato che assume persone per essere pronto. Il 3 agosto sono emerse nuove testimonianze di pressioni sui cittadini affinché firmassero contratti nelle regioni di Penza, Uljanovsk, Rostov e Tatarstan. A Bašmakovo una donna, madre di quattro figli, avrebbe denunciato metodi coercitivi di reclutamento ed è stata fermata dalla polizia; alcuni abitanti hanno formato spontaneamente un gruppo contrario alle firme forzate.
Il 6 agosto Važnye istorii e Vërstka hanno ricostruito il destino dei coscritti impiegati nella regione di Kursk nel 2024. Almeno settantasette risultano morti e circa trenta ancora dispersi. In molte postazioni i militari di leva rappresentavano fra il cinquanta e l’ottantacinque per cento del personale; in alcune erano praticamente soli. Circa cinquecento erano finiti prigionieri. Lo stesso giorno, nel territorio del Litorale, agli studenti è stato promesso un vantaggio nell’accesso all’università se avessero imparato a pilotare droni, maneggiare armi e seguire corsi di preparazione tattica.
I ragazzi che ieri hanno scavato trincee a Kursk e quelli che oggi siedono ancora sui banchi di scuola sono così entrati nella stessa sequenza. Il 7 agosto è arrivata una storia che ha mostrato l’altra faccia del sistema. Secondo un’inchiesta di Meduza, la figlia del generale Evgenij Burdinskij — l’uomo che dirige l’apparato dello Stato maggiore responsabile di leva e mobilitazione — lavora in uno studio che offre assistenza per ottenere “bron’”, rinvii e protezioni dalla chiamata. Il padre organizza il sistema che deve trovare uomini.
La figlia lavora nel mercato di chi cerca di evitarlo. È uno dei simboli più precisi della disuguaglianza della guerra russa: il rischio viene distribuito pubblicamente, le vie di fuga possono rimanere private. Il 10 agosto il Financial Times ha dato una dimensione numerica a questo meccanismo. Secondo fonti citate dal quotidiano, il Cremlino avrebbe assegnato alle regioni l’obiettivo di reclutare 409 mila uomini nel 2026. Il ricercatore Janis Kluge ha calcolato, sulla base delle spese regionali, circa 93 mila nuovi contratti nel solo secondo trimestre: quasi mille uomini al giorno.
La strategia diventa comprensibile. Una nuova mobilitazione ufficiale avrebbe costi politici enormi. Molto più conveniente distribuire quote ai governatori, aumentare i premi, cercare indebitati, persone con problemi giudiziari, uomini socialmente vulnerabili e trasformare il reclutamento in una pressione amministrativa permanente. Il 16 agosto anche il linguaggio economico ha raggiunto quello militare. Andrej Klepač, capo economista della banca statale VEB.RF ed ex viceministro, ha affermato che la Russia potrebbe essere costretta a passare a un’economia «parzialmente mobilitazionale» per sostenere una lunga “Guerra fredda 2.0”.
La parola che il potere continua a evitare quando parla degli uomini comincia dunque a essere pronunciata quando parla dell’economia. Mobilitare il lavoro. Mobilitare il credito. Mobilitare la scuola. Mobilitare l’industria. Forse il nuovo decreto non è necessario perché la mobilitazione è già diventata un ambiente.
4. Le elezioni nelle quali la pace non può più avere una lista
Il 7 agosto Jabloko era ancora un partito ammesso alle elezioni della Duma. Era anche l’unica forza politica legalmente registrata che manteneva apertamente una posizione contro la guerra. Julija Naval’naja aveva invitato a votarla nelle liste, superando vecchie divisioni dell’opposizione, mentre per i collegi uninominali la sua squadra preparava nuovamente il “Voto intelligente”. Quello stesso giorno il partito nazionalista e filogovernativo “Rodina” ha chiesto alla Corte Suprema di cancellare la lista di Jabloko.
Il 9 agosto un candidato del partito nella regione di Saratov, Kirill Rumjancev, ha denunciato minacce di morte contro sé e la propria famiglia. Uno sconosciuto gli avrebbe intimato di ritirarsi, promettendo in caso contrario anche di fargli trovare sostanze stupefacenti. Non sappiamo chi ci fosse dietro quelle minacce e sarebbe scorretto attribuirle direttamente allo Stato senza prove. Ma la coincidenza con l’offensiva giudiziaria contro il partito era inquietante. Il 10 agosto circa cinquecento persone, molte giovani, si sono riunite davanti alla Corte Suprema di Mosca.
Dentro, il processo è durato otto ore. Le ragioni avanzate per cancellare la lista sembravano appartenere talvolta a una satira burocratica: presunte violazioni del diritto d’autore per fotografie, brani musicali, fotogrammi di Guerra e pace, il logo del partito, un’immagine che sarebbe stata generata attraverso ChatGPT. Fra gli elementi contestati comparivano perfino la frase «purché non ci sia la guerra» e l’utilizzo di una canzone per bambini, Pust’ vsegda budet solnce [Che ci sia sempre il sole]. “Rodina” ha sostenuto inoltre che l’appello alla pace potesse contenere elementi di estremismo perché accettare un cessate il fuoco avrebbe significato riconoscere il controllo ucraino su parti dei territori che Mosca dichiara unilateralmente appartenere alla Federazione Russa.
La Procura non ha sostenuto questa specifica accusa di estremismo. Ha però appoggiato ugualmente l’esclusione. Alla fine la Corte Suprema ha cancellato la lista federale di Jabloko. Fuori dal palazzo i sostenitori hanno gridato «Pozor!» — vergogna. Un ragazzo aveva scritto con il gesso la parola “pace” in otto lingue; la polizia gli ha registrato i dati del passaporto. È un dettaglio minuscolo, ma possiede qualcosa della Russia contemporanea: la parola pace scritta sull’asfalto diventa un fatto che merita l’identificazione di chi l’ha scritta.
Julija Naval’naja ha reagito invitando a votare per qualsiasi partito tranne Russia Unita e a seguire il “Voto intelligente” nei collegi. Il’ja Jašin ha aderito. Perfino esponenti comunisti hanno criticato l’esclusione, sostenendo che lo scopo potesse essere quello di “prosciugare” l’affluenza degli elettori contrari al Cremlino. Jabloko ha annunciato ricorso e un “piano B”, assicurando che alle elezioni sarebbero comunque rimasti candidati favorevoli alla pace. Ma il metodo utilizzato contro il partito ha cominciato immediatamente ad allargarsi.
Il 14 agosto un tribunale della regione di Samara ha escluso il deputato comunista Michail Matveev da un collegio uninominale. Fra le contestazioni comparivano l’utilizzo di caratteri Microsoft senza licenza e immagini provenienti dal suo stesso canale Telegram. Matveev non è un liberale occidentalista. Nel febbraio 2022 aveva votato per il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche di Doneck e Lugansk, pur sostenendo successivamente di aver votato «per la pace, non per la guerra». Questo rende il caso ancora più importante. Quando la procedura utilizzata contro un oppositore diventa uno strumento disponibile contro chiunque sia politicamente scomodo, il problema non è più soltanto l’ingiustizia verso una parte.
È la natura stessa dell’elezione. Il 14 agosto ExtremeScan ha inoltre diffuso un dato significativo: prima dell’esclusione Jabloko aveva raggiunto il 6 per cento fra gli elettori già decisi e, secondo le stime dei sociologi, in particolari condizioni di mobilitazione dell’elettorato avrebbe potuto ottenere risultati molto superiori alla soglia del 5 per cento. Non sappiamo quale sarebbe stato il risultato reale. Sappiamo soltanto che non lo conosceremo.
5. Il dissenso: dalla canzone al terrorismo
Mentre si restringe il campo elettorale, anche il dissenso individuale viene progressivamente riclassificato. Il 7 luglio Monetočka è stata condannata in contumacia a un anno di colonia per non aver indicato correttamente la propria qualifica di “agente straniero”. Nella motivazione è comparsa anche la sua opposizione al presidente. Alla fine di luglio l’FSB ha accusato Pavel Durov di favorire attività terroristiche perché Telegram non avrebbe rimosso canali legati ai servizi ucraini. Il 30 luglio il fondatore di Telegram è stato inserito nel registro di Rosfinmonitoring dei “terroristi ed estremisti”.
Il 2 agosto è scomparso dalle principali piattaforme russe l’intero album V niotkuda s nikuda del gruppo Stoptajm, dopo le contestazioni contro una singola canzone contro la guerra. I musicisti, già perseguitati per le proprie esibizioni di strada a San Pietroburgo, hanno lasciato la Russia. La sequenza è istruttiva: prima la canzone, poi l’album, poi l’artista. Il 3 agosto Rosfinmonitoring ha inserito nel proprio registro Viktor Kalinin, quattordici anni, di San Pietroburgo. Presumibilmente si tratta dello stesso ragazzo fermato alcune settimane prima con l’accusa di aver incendiato un armadio relè ferroviario, anche se il collegamento fra le due identità non è stato confermato ufficialmente.
Un quattordicenne può dunque essere formalmente classificato attraverso lo stesso sistema amministrativo destinato agli adulti accusati di terrorismo ed estremismo. Il 7 agosto è cominciato in contumacia il processo contro il comico Semën Slepakov. Fra i materiali contestati figurava una parodia nella quale ironizzava sul «presidente eterno». Nello stesso giorno il Comitato investigativo ha aperto un procedimento contro la giornalista Katerina Gordeeva per i suoi racconti sulle vittime civili ucraine. Entrambi vivono da anni fuori dalla Russia.
Il potere non può più controllare fisicamente quelle persone, ma continua a tentare di controllare giuridicamente il significato delle loro parole. Il 12 e il 13 agosto la repressione ha raggiunto un ambiente apparentemente lontanissimo dall’opposizione politica tradizionale: gli attivisti che aiutavano allevatori e piccoli agricoltori nelle controversie sulla distruzione sanitaria del bestiame. A Novosibirsk Larisa Michajlova, esponente dell’“Agrarnyj sovet”, è stata arrestata dall’FSB e accusata di appelli al terrorismo per pubblicazioni online. La figlia ha ipotizzato che il caso potesse essere collegato perfino alla citazione dell’Internazionale. Il giorno successivo un altro attivista impegnato in analoghe controversie è stato fermato nel territorio di Stavropol’.
Il 14 agosto è arrivata una statistica capace di riassumere il fenomeno. Nei primi sei mesi del 2026 i tribunali russi hanno pronunciato 1.145 sentenze in procedimenti definiti “terroristici”, il 58 per cento in più rispetto all’anno precedente. La maggioranza non riguarda attentati materialmente compiuti. Riguarda parole. Più della metà delle condanne è stata pronunciata per “appelli al terrorismo”, mentre il numero dei condannati per aver effettivamente compiuto un attentato è diminuito. Nello stesso giorno l’accusa ha chiesto dodici anni e un mese di colonia per Lev Šlosberg, vicepresidente di Jabloko. Fra i fatti contestati figurano un post contenente la copertina del Daily Mirror con una donna ucraina insanguinata e la partecipazione a un dibattito nel quale aveva chiesto un rapido cessate il fuoco.
Il dissenso non viene semplicemente vietato. Viene tradotto. Una parola contro la guerra diventa “discredito dell’esercito”. Una ricostruzione giornalistica diventa “fake”. Un appello radicale può diventare “terrorismo”. Un finanziamento di poche migliaia di rubli diventa “influenza straniera”. Una canzone diventa prova. Cambiare il nome delle cose è una delle più antiche tecniche del potere. La novità russa consiste nell’aver costruito intorno a questa traduzione un’intera amministrazione.
6. La guerra sulla memoria e sulla coscienza
Non vengono sorvegliate soltanto le parole sul presente. Anche il passato deve diventare compatibile con la guerra. Il 10 agosto i lettori russi della nuova edizione de La ratta di Günter Grass hanno scoperto che una frase era stata materialmente coperta con un rettangolo nero. Nel romanzo un personaggio ricorda come Hitler e Stalin abbiano “divorato” la Polonia nel 1939, dopo il patto Molotov-Ribbentrop. Nell’edizione russa del 2026 quel passaggio è stato cancellato «in conformità con i requisiti della legislazione della Federazione Russa».
Non è stato riscritto un manuale scolastico. È stato censurato un romanzo pubblicato quarant’anni fa da un premio Nobel straniero. Pochi giorni dopo il controllo ideologico ha raggiunto persino l’intelligenza artificiale. Le autorità hanno annunciato che i modelli russi candidati a essere riconosciuti come “nazionali” o “sovrani” potranno essere sottoposti a verifiche di conformità ai «valori spirituali e morali tradizionali». Alla definizione dei criteri parteciperanno, fra gli altri, il Ministero dello Sviluppo digitale e l’FSB. Non basta dunque che l’algoritmo sia russo.
Dovrà imparare a essere moralmente russo nel significato stabilito dallo Stato. Dmitrij Medvedev ha contemporaneamente definito «idioti» o persone con «problemi al cervello» i giovani che assumono posizioni di protesta, chiedendo un rafforzamento dell’educazione patriottica. In questa concezione il dissenso giovanile non è una posizione politica da discutere. È un difetto cognitivo da correggere. Ma il conflitto forse più doloroso riguarda la Chiesa. Il religioso Sergej Čapnin, già redattore del Giornale del Patriarcato di Mosca, ha pubblicato una ricerca secondo cui la Chiesa ortodossa russa e l’FSB avrebbero collaborato in numerosi casi contro sacerdoti contrari alla guerra.
Secondo la sua ricostruzione, materiali provenienti dalla sorveglianza degli apparati statali — intercettazioni, conversazioni, comunicazioni private — sarebbero successivamente comparsi nei procedimenti ecclesiastici. Funzionari dei servizi avrebbero inoltre incontrato vescovi locali per discutere dei sacerdoti pacifisti. Čapnin ha contato almeno trentotto sacerdoti colpiti da sanzioni ecclesiastiche a causa delle proprie posizioni: diciassette privati del sacerdozio, quattordici sospesi e altri costretti al ritiro. Sono dati di una ricerca che richiedono, naturalmente, verifiche individuali.
Ma la domanda che pongono è enorme. Che cosa rimane della libertà della coscienza cristiana quando l’FSB e una struttura ecclesiastica possono ritrovarsi dalla stessa parte di un procedimento contro un sacerdote perché ha detto che la guerra è sbagliata? Il potere russo afferma di difendere i valori spirituali. Ma la spiritualità, quando non coincide con la politica dello Stato, sembra diventare essa stessa sospetta.
7. La guerra entra nella vita quotidiana — e perfino nella vita del potere
Il 1° agosto un’esplosione ha colpito il ristorante Balzi Rossi, nel centro di Mosca. Nei giorni successivi è emerso che non si trattava probabilmente di una serata qualsiasi. Secondo diverse ricostruzioni vi si svolgeva una celebrazione legata al cinquantacinquesimo compleanno del generale Aleksandr Čajko, figura di primo piano dell’apparato militare russo. Il bilancio è salito a cinque morti e oltre venti feriti. Fra le vittime sarebbe comparso Daniil Peredrij, genero di Čajko; la figlia del generale sarebbe rimasta ferita. È stato inoltre celebrato in condizioni di forte riservatezza il funerale di un generale del Ministero della Difesa che sarebbe morto nello stesso episodio.
Non tutte le identità dei presenti sono state rese pubbliche e molti dettagli rimangono non confermati. Ma l’effetto politico è stato immediato. Aleksej Filatov, ex tenente colonnello dell’FSB e presidente dell’associazione degli ufficiali del gruppo Al’fa, ha consigliato ai funzionari dello Stato di non organizzare più feste in normali ristoranti: meglio caserme, strutture militari o luoghi protetti. La guerra ha modificato perfino il modo in cui l’élite festeggia. Per i cittadini comuni il cambiamento è stato ancora più concreto.
Il 3 agosto un drone diretto, secondo diverse ricostruzioni, verso una struttura collegata al complesso militare-industriale è stato intercettato presso Archipo-Osipovka ed è precipitato sopra una spiaggia. Il bilancio successivo ha raggiunto almeno sette morti, fra cui tre bambini, e cinquantotto feriti. Il punto essenziale è che un obiettivo eventualmente militare e la morte dei bagnanti possono appartenere alla stessa traiettoria. Il 6 agosto i dati sul traffico fra Mosca e San Pietroburgo hanno mostrato un altro cambiamento: nei primi sei mesi dell’anno i passeggeri aerei sono diminuiti del 18 per cento, mentre quelli ferroviari sono aumentati di circa il 20. Il motivo è anche la frequenza delle chiusure degli aeroporti durante gli allarmi per i droni.
Non serve colpire un aeroplano. Basta rendere incerto il suo decollo perché milioni di persone comincino a cambiare abitudini. Dopo la strage di Archipo-Osipovka, l’8 agosto Gelendžik ha ordinato per la prima volta la chiusura sistematica delle spiagge durante gli allarmi. Il giorno successivo le forze ucraine hanno affermato di aver colpito una postazione S-400 nei pressi di capo Idokopas, non lontano dalla celebre residenza sul Mar Nero associata a Putin. Le dimensioni dei danni non sono state confermate indipendentemente, ma l’immagine è potente: dopo le raffinerie, i magazzini e le spiagge, la minaccia raggiunge anche il sistema antiaereo che protegge uno dei luoghi più simbolicamente vicini al presidente.
L’11 agosto Putin è arrivato a Novosibirsk. Per il passaggio del corteo alcuni abitanti hanno ricevuto l’indicazione di non avvicinarsi alle finestre, non uscire in strada e non utilizzare dispositivi elettronici o ottici. Anche agli studenti dell’Università Statale sono state comunicate limitazioni, mentre grandi porzioni della città erano state interdette ai monopattini elettrici. Il presidente visita la propria città. E per qualche ora sono i cittadini a dover diventare invisibili. Il 12 agosto l’attacco contro Novorossijsk ha provocato la morte di un bambino di otto anni. Altre persone sono rimaste ferite. Le condutture principali sono state danneggiate e la città è rimasta temporaneamente senza acqua fredda e calda.
Due giorni dopo un missile ucraino ha colpito un edificio residenziale a Brjansk, provocando un morto e diversi feriti. Secondo alcune ricostruzioni il missile potrebbe essere stato diretto verso una struttura militare vicina. Poi, il 15 agosto, è arrivata dall’Ucraina una notizia che impedisce qualsiasi assuefazione morale: a Marhanec’, nella regione di Dnipropetrovs’k, un drone russo ha colpito un edificio residenziale. È morto un bambino di tre mesi. Altre undici persone sono rimaste ferite, fra cui due bambini. Raccontare le vittime russe non significa costruire una falsa simmetria.
Anzi. Soltanto nel luglio 2026 la Missione ONU per i diritti umani ha contato almeno 437 civili ucraini morti e 2.610 feriti, il bilancio mensile più grave dal marzo 2022. Nei primi sette mesi dell’anno le vittime civili ucraine sono aumentate drasticamente rispetto al 2025. In Russia, secondo i dati delle autorità che l’ONU non è in grado di verificare indipendentemente e secondo le stime del Conflict Intelligence Team, sono aumentati a loro volta morti e feriti civili provocati dagli attacchi ucraini. La morte non diventa simmetrica perché la guerra non è simmetrica.
Ma il dolore umano non ha bisogno di simmetria per essere riconosciuto. Un bambino russo morto a Novorossijsk e un neonato ucraino morto a Marhanec’ hanno lo stesso diritto al lutto. La differenza politica resta quella fondamentale: senza l’invasione russa del febbraio 2022 questa catena di morti non sarebbe cominciata.
8. La Russia dei privilegi e quella che paga
Più la guerra entra nella società, più diventa visibile il modo diseguale con cui viene distribuito il sacrificio. Mentre migliaia di uomini vengono reclutati fra debitori e persone socialmente fragili, inchieste giornalistiche continuano a mostrare proprietà all’estero, seconde famiglie e patrimoni nascosti di funzionari che pubblicamente chiedono sacrifici patriottici. Il caso più simbolico rimane forse quello della famiglia del generale Burdinskij: il capo dell’apparato di mobilitazione e una figlia impegnata professionalmente nell’assistenza a chi cerca di sottrarsi alla leva.
Ma non è l’unico. Inchieste dell’FBK hanno documentato ville, appartamenti a Dubai e patrimoni familiari riconducibili a diversi deputati di Russia Unita. Il paradosso raggiunge talvolta livelli quasi letterari: uomini che denunciano l’Occidente possiedono immobili in Spagna; uomini che parlano di sacrificio nazionale hanno familiari stabiliti negli Emirati o in Europa. Il 12 agosto The Economist ha aggiunto un’altra sfumatura. Ramzan Kadyrov continua pubblicamente a presentarsi come uno dei più ferventi sostenitori della guerra, ma secondo il settimanale avrebbe contemporaneamente cercato di limitare l’impiego effettivo dei residenti ceceni al fronte.
I numeri delle perdite accertate sembrano effettivamente molto inferiori a quanto ci si aspetterebbe sulla base delle cifre ufficialmente dichiarate sulle forze inviate dalla repubblica, anche perché una parte rilevante delle unità “Akhmat” è composta da uomini provenienti da altre regioni. Anche qui la guerra ha un linguaggio pubblico e una gestione privata. Il patriottismo viene proclamato universalmente. Il rischio, molto meno.
9. Eppure qualcuno continua a scrivere “pace”
Il 14 agosto il Centro Levada ha pubblicato un dato forse più importante di molti discorsi ufficiali. Il 70 per cento dei russi intervistati considera la situazione politica del Paese tesa, critica o esplosiva. È il livello più alto dalla mobilitazione del settembre 2022. Le ragioni indicate sono la guerra, gli attacchi dei droni, la paura per i figli e il futuro, l’instabilità, l’aumento dei prezzi, la benzina, i problemi di comunicazione. Nello stesso giorno Mediazona ha superato i 239 mila militari russi morti identificati per nome dall’inizio dell’invasione. Il numero reale è superiore e molte morti emergono soltanto mesi o anni dopo.
E proprio mentre questi numeri diventano sempre più difficili da ignorare, Sergej Lavrov ha respinto l’ipotesi di fermare la guerra lungo l’attuale linea del fronte, richiamando il «sacrificio dei nonni», la vittoria sul nazismo e la «storia millenaria» della Russia. La guerra viene così trasferita fuori dalla politica. Non è più una scelta che può essere corretta. Diventa un debito verso i morti del 1945, verso gli antenati, verso mille anni di storia. Ed è forse qui che bisogna cercare il significato della parola “speranza” nel nostro diario.
Non nell’ottimismo. I fatti di queste settimane non autorizzano alcun ottimismo. La speranza sta altrove. Sta nei cinquecento cittadini che hanno aspettato per otto ore davanti alla Corte Suprema sapendo benissimo quale fosse il rapporto di forza. Sta nel ragazzo che ha scritto “pace” in otto lingue sull’asfalto mentre un poliziotto trascriveva i dati del suo passaporto. Sta nei sacerdoti che hanno continuato a dire che il cristianesimo non obbliga a benedire una guerra. Sta negli elettori che, dopo l’esclusione di Jabloko, non hanno semplicemente deciso di restare a casa.
Sta nei giornalisti che continuano a contare i morti uno per uno, restituendo a 239 mila numeri altrettanti nomi. Sta perfino nei contatti riservati che, a Vienna, ex diplomatici russi ed europei hanno continuato a mantenere per capire se esista una lingua possibile per parlare della fine della guerra. Non sono negoziati e potrebbero non produrre nulla. Ma esistono. All’inizio di agosto Zelensky aveva proposto almeno una moratoria reciproca sugli attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche. Mosca non l’ha accolta. Il Ministero degli Esteri russo ha invece invitato il Paese a prepararsi a combattimenti di lunga durata.
È questa la scelta fondamentale fra due immaginazioni del futuro. Una considera la guerra una condizione da organizzare: più droni, più uomini, più fabbriche, più educazione militare, più censura, più rifugi, più economia mobilitata. L’altra continua ostinatamente a pensare che la guerra, proprio perché esiste, debba avere una fine. A metà agosto la Russia si era avvicinata ancora di più alla prima possibilità, ma non era riuscita a cancellare completamente la seconda. Ed è forse questo, per ora, tutto ciò che possiamo chiamare speranza.
Dal 17 agosto: la guerra amministrata
Il 17 agosto Andrej Klepač non lavorava più alla VEB.RF. Pochi giorni prima il capo economista della grande banca statale ed ex viceministro aveva pronunciato due espressioni pericolosamente concrete. Aveva detto che la Russia rischiava di non poter vincere una lunga guerra di logoramento e che l’economia avrebbe forse dovuto assumere una forma «parzialmente mobilitazionale». Non sappiamo in quale misura quelle dichiarazioni abbiano determinato direttamente la sua uscita. Ma la coincidenza possiede una forza simbolica difficile da ignorare.
Perché proprio questa è stata la parola delle tre settimane successive: mobilitazione. Non necessariamente nel significato drammatico del settembre 2022, con un decreto presidenziale, centinaia di migliaia di uomini convocati insieme e le frontiere improvvisamente affollate. Una mobilitazione più sottile. Mobilitare carburante, credito e bilancio. Mobilitare le università. Mobilitare le scuole. Mobilitare i governatori. Mobilitare la memoria storica. Mobilitare la logistica commerciale. Mobilitare perfino la definizione di chi possa essere ancora considerato un cittadino politicamente legittimo.
Dal 17 agosto al 6 settembre la Russia non è precipitata nel caos. Al contrario. Ha continuato a funzionare. Ed è precisamente questo che rende il periodo così importante. Lo Stato sta cercando di costruire una normalità capace di funzionare dentro la guerra.
10. Ventuno raffinerie in un mese
Il petrolio russo non è finito. Questa precisazione deve venire prima di ogni altra. La Federazione Russa continua a essere uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di idrocarburi. Parlare di un Paese «senza benzina» sarebbe una caricatura. Ma fra avere petrolio nel sottosuolo e far arrivare benzina alla pompa esiste un’intera civiltà industriale: raffinerie, componenti, depositi, ferrovie, autocisterne, sistemi di pagamento, assicurazioni, aeroporti. È questa civiltà intermedia che durante agosto è diventata sempre più vulnerabile.
Il 18 agosto, secondo il servizio GdeBENZ citato dai media russi, soltanto il 28,1 per cento delle stazioni di servizio monitorate disponeva del carburante richiesto. Una settimana prima la quota era ancora superiore al 40 per cento. Nei giorni seguenti Aleksandr Šochin, presidente dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, ha affermato che gli attacchi dei droni avevano interessato il 25–30 per cento della capacità delle raffinerie russe. Questo non significa che la produzione nazionale fosse diminuita automaticamente nella stessa proporzione. Capacità colpita, impianti temporaneamente fermi e quantità effettivamente raffinate sono grandezze differenti.
Ma il 28 agosto Bloomberg ha fornito una misura più precisa. Almeno ventuno attacchi contro raffinerie russe nel solo mese di agosto: un record. Quattro delle dieci maggiori raffinerie del Paese erano state colpite. Secondo EA Analytics, la lavorazione del greggio era scesa poco sopra i 3,8 milioni di barili al giorno, contro i circa 5,3–5,5 milioni tipici dell’estate: uno dei livelli più bassi degli ultimi vent’anni. Nelle prime tre settimane del mese le consegne interne di benzina sarebbero diminuite di circa un quinto e quelle di diesel di quasi un quarto.
La risposta è stata quella tipica di un’economia che dispone ancora di grandi risorse finanziarie e logistiche: importare. Reuters ha riferito che in agosto la Russia avrebbe acquistato circa 270 mila tonnellate fra benzina e carburante per aerei, di cui circa 90 mila provenienti dall’India. Il carburante indiano sarebbe arrivato a costare intorno ai centomila rubli a tonnellata, circa il 40 per cento in più rispetto al prezzo interno della benzina AI-92. Una potenza petrolifera non è rimasta senza petrolio. Ha cominciato a pagare di più per riacquistare sotto forma di prodotto raffinato ciò che possiede sotto forma di materia prima.
Intanto gli attacchi continuavano. Il 26 agosto ha bruciato la grande raffineria Lukoil di Kstovo, nella regione di Nižnij Novgorod. A Orenburg le file alle pompe hanno prodotto perfino scontri fra automobilisti. A Tomsk alcuni residenti hanno raccontato di avere cercato benzina per ore. A Mosca e nella regione circostante sono comparse sulle piattaforme di servizi richieste private per la consegna di carburante a domicilio. Il 30 agosto droni ucraini hanno colpito il Kirišinefteorgsintez nella regione di Leningrado, uno dei maggiori impianti del Paese, mentre nella stessa notte veniva attaccato anche l’aeroporto militare di Ejsk.
All’inizio di settembre sono stati nuovamente raggiunti depositi petroliferi nella zona di Soči e Sirius. Il 6 settembre è tornata a essere colpita la raffineria Rosneft’ di Rjazan’, circa diciassette milioni di tonnellate di capacità annua. La guerra energetica ha raggiunto persino il funzionamento dell’aviazione civile: dopo gli incendi nella zona di Soči, un NOTAM ha comunicato temporaneamente che nell’aeroporto il rifornimento degli aerei sarebbe stato disponibile soltanto attraverso Lukoil e il numero delle operazioni orarie è stato limitato.
In Crimea annessa Sergej Aksënov ha promesso dal 1° settembre benzina AI-95 a non più di cento rubli al litro presso alcune catene, ammettendo contemporaneamente che AI-92 e diesel sarebbero rimasti ancora scarsi. Poco prima Rosstat aveva rilevato nell’area prezzi medi della benzina superiori a 169 rubli e dell’AI-95 intorno a 184. La differenza fra questi numeri non racconta un collasso. Racconta il prezzo crescente necessario per impedire che il collasso avvenga.
11. Quando Mosca spegne la luce
Il 18 agosto il Ministero della Difesa russo ha dichiarato di avere abbattuto 791 droni ucraini. Sergej Sobjanin ha affermato che più di seicento sarebbero stati diretti verso la regione di Mosca. Sono numeri ufficiali russi e non possono essere verificati integralmente dall’esterno. Ma gli effetti materiali non erano soltanto comunicati militari. Circa cinquemila utenti sono rimasti senza elettricità. Quarantasei strutture sociali e più di cento sottostazioni sono state interessate dalle interruzioni. Tre persone sono rimaste ferite, fra cui un bambino di dieci anni.
Per la prima volta nell’anno un grande attacco di droni ha prodotto un blackout di massa nella regione della capitale. Pochi giorni dopo le banche hanno cominciato a trasformare questa nuova realtà in una clausola contrattuale. Sberbank, VTB, Promsvjaz’bank, Gazprombank, Dom.RF e altri istituti hanno progressivamente richiesto o incentivato polizze immobiliari che comprendessero danni provocati da droni, frammenti o caduta di aeromobili. Senza copertura assicurativa, in alcuni casi il tasso del mutuo può aumentare. È difficile trovare un’immagine più concreta della guerra che entra nella normalità.
Non un discorso televisivo. Non una parata. Il mutuo. La possibilità che un frammento di drone cada sopra l’appartamento acquistato per vent’anni entra nel calcolo della banca. A settembre la questione ha raggiunto l’aviazione. Nella notte sul 2 settembre circa ottanta voli negli aeroporti di Mosca sono stati cancellati o ritardati. Il Ministero della Difesa ha dichiarato di avere abbattuto 130 droni su undici regioni e sulla Crimea annessa. Pegasus ha fatto invertire la rotta ad alcuni aerei già diretti a Mosca e temporaneamente cancellato collegamenti dalla Turchia. Air Tanzania ha sospeso per alcune ore i voli verso la capitale dopo una valutazione dei rischi, per poi annunciarne la ripresa dal 7 settembre.
L’Ucraina ha notificato all’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile che, a suo giudizio, lo spazio aereo russo è diventato pericoloso. Mosca ha risposto con il messaggio opposto. Al Forum economico orientale il consigliere presidenziale Anton Kobjakov ha dichiarato che «lo spazio aereo russo rimane sicuro». Nella stessa notte aeroporti di Mosca, Gelendžik, Soči, Penza e Saratov introducevano limitazioni a causa dei droni. Non occorre scegliere fra propaganda ucraina e propaganda russa per vedere la contraddizione materiale. Un cielo può essere dichiarato sicuro mentre gli aerei rimangono a terra.
12. I magazzini che scompaiono dalle mappe
Wildberries non è più solo. Nelle settimane precedenti la più grande piattaforma commerciale russa era diventata uno dei simboli della dissoluzione della retrovia. A fine agosto Ozon è entrato pienamente nello stesso racconto. Il 22 agosto un grande complesso logistico Ozon nella regione di Samara è stato colpito e oltre cinquecento persone sono state evacuate. Due giorni dopo l’azienda ha riferito attacchi contro quattro propri magazzini, a Krasnodar, Adygejsk, Nevinnomyssk e Machačkala. Durante uno degli attacchi frammenti di drone sono caduti presso una struttura privata per bambini nel territorio di Krasnodar. Due bambini sono morti.
Ancora una volta occorre fermarsi sulle parole. Un marketplace che vende anche beni militari o a duplice uso non trasforma automaticamente ogni proprio deposito in un obiettivo militare. Nei magazzini lavorano civili, sono conservati milioni di prodotti ordinari e la qualificazione giuridica di un bersaglio dipende da uso concreto, proporzionalità e circostanze. Ma un’inchiesta di Vërstka ha mostrato perché la distinzione fra commercio civile e approvvigionamento militare sia diventata sempre più difficile. Fra agosto 2025 e luglio 2026 Ozon avrebbe venduto oltre 2,1 milioni di prodotti militari o dual use per un valore vicino ai venticinque miliardi di rubli: equipaggiamento tattico, giubbotti antiproiettile, ottiche, accessori per armi e droni.
Poi è accaduto qualcosa di quasi letterario. Gli indirizzi dei magazzini hanno cominciato a sparire. Prima Ozon ha rimosso dalle proprie mappe pubbliche tutti i cinquantasei grandi centri logistici russi. Alla fine di agosto Vërstka ha osservato che anche 2GIS aveva cominciato a cancellare dalle mappe numerosi magazzini Ozon e Wildberries: non soltanto quelli già attaccati, ma anche strutture mai colpite. All’estero, in Kazakhstan e Kirghizistan, gli stessi depositi rimanevano invece visibili. La retrovia non riesce più a essere protetta soltanto con la contraerea.
Si tenta allora di proteggerla rendendola meno visibile. Il 24 agosto Putin ha firmato un decreto che consente allo Stato di affidare temporaneamente a Rosimuščestvo la gestione di infrastrutture critiche qualora i proprietari privati non garantiscano in modo ritenuto adeguato la protezione o il ripristino dopo gli attacchi dei droni. La guerra modifica così non soltanto la geografia. Modifica la frontiera fra proprietà privata e potere statale. Un magazzino commerciale diventa un problema di sicurezza nazionale. Una mappa diventa informazione sensibile. Un marketplace diventa infrastruttura di guerra senza cessare di essere un supermercato digitale.
13. Mobilitazione senza il giorno della mobilitazione
Il 21 agosto il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzja ha detto che una mobilitazione generale non era prevista. Poi ha aggiunto, in sostanza: dopo le elezioni vedremo. Nel frattempo si moltiplicavano i segnali. Il Wall Street Journal, citando fonti dell’intelligence occidentale, ha riferito di esercitazioni svolte in luglio nella regione di Kaliningrad nelle quali le autorità avrebbero simulato alloggio, equipaggiamento e armamento di persone mobilitate. Informazioni analoghe riguarderebbero altre regioni. Questo non significa che una nuova mobilitazione sia stata decisa.
Significa che lo Stato si esercita perché essa possa essere eseguita. A Krasnojarsk sono arrivate convocazioni elettroniche formalmente destinate ad «aggiornare i dati». Un uomo ha raccontato di avere trascorso cinque ore nell’ufficio militare e di essersi poi sentito proporre un contratto con il Ministero della Difesa. Nella regione di Tver’ alcune famiglie con figli di quindici anni hanno ricevuto indicazioni per preparare già la documentazione necessaria alla futura registrazione militare, con test psicologici e visite mediche programmati nei mesi successivi.
Un’inchiesta di Novaja Gazeta Evropa ha contato iniziative di reclutamento o promozione di contratti militari in quarantasette delle cinquanta università russe meglio classificate. Almeno quarantaquattro avrebbero utilizzato propri canali ufficiali. Dodici avrebbero organizzato eventi specifici. Perfino annunci apparentemente civili possono diventare porte di ingresso nel reclutamento. Vërstka ha individuato circa duemila offerte su Avito per «guardiani» di strutture Wildberries e Ozon che, secondo l’inchiesta, conducevano in realtà a reclutatori interessati a far firmare contratti con il Ministero della Difesa. Ai candidati veniva assicurato che avrebbero svolto compiti di protezione e non sarebbero stati inviati al fronte.
Ma un contratto militare rimane un contratto militare. La destinazione finale appartiene alla catena di comando. All’inizio di settembre la soglia si è spostata ancora. Durante un incontro con la dirigenza di Russia Unita, il corrispondente di guerra Evgenij Poddubnyj ha proposto di consentire il servizio contrattuale anche a cittadini classificati nella categoria sanitaria «D», cioè totalmente non idonei al servizio militare. Putin ha espresso sostegno all’idea. Qui bisogna essere particolarmente precisi: l’approvazione politica di una proposta non equivale automaticamente a una norma già entrata in vigore né significa che tutte le persone con gravi patologie verranno mandate al fronte.
Ma il significato della discussione resta impressionante. La categoria «D» esisteva per definire il limite oltre il quale lo Stato riteneva una persona inadatta alla vita militare. Adesso si discute se anche quel limite possa diventare negoziabile. Il 31 agosto The Economist ha aggiunto un’ipotesi molto più grave. Secondo fonti anonime vicine al Cremlino, Putin avrebbe maturato durante l’estate la decisione di intensificare la guerra e potrebbero essere cercati altri 300–400 mila uomini. Una delle fonti gli attribuisce perfino la frase «mi impiccheranno», riferita al timore delle conseguenze politiche di una conclusione della guerra senza la conquista dell’intero Donbass. Il settimanale non fornisce il contesto della frase e non esiste una conferma indipendente di quella ricostruzione.
Non sappiamo se vi saranno trecentomila nuovi soldati. Sappiamo però che lo Stato sta moltiplicando i modi per trovarli senza dover necessariamente pronunciare la parola che nel 2022 ha fatto scappare centinaia di migliaia di persone. Forse è questo il vero perfezionamento politico della mobilitazione. Far sì che non abbia più un giorno preciso.
14. Dalla scheda elettorale alla parola “pace”
Il 17 agosto decine di persone sono state fermate nei pressi della Corte Suprema mentre veniva esaminato il ricorso di Jabloko contro l’esclusione dalle elezioni. Il ricorso è stato respinto. Il numero 2 è scomparso dalla scheda federale. Ma la vicenda non si è fermata lì. Nelle settimane successive Jabloko è stato escluso o non ammesso in una serie crescente di competizioni regionali. Sverdlovsk. Kaliningrad. Pskov. Altre regioni ancora. Il meccanismo ha cominciato inoltre a colpire candidati comunisti.
Nikolaj Bondarenko è stato condannato per «esibizione di simboli estremisti» a causa della pubblicazione di una fotografia di Aleksej Naval’nyj. Il 5 settembre il tribunale regionale di Saratov ha respinto definitivamente il suo ricorso: la condanna, pur comportando una multa di appena mille rubli, gli impedisce di candidarsi. Aleksandr Safronov, candidato comunista a Krasnodar, ha ricevuto dal Centro «E» un avvertimento preventivo: le forze dell’ordine sostenevano di possedere informazioni secondo cui egli avrebbe potuto violare la normativa.
Avrebbe potuto. A inizio settembre Vërstka ha contato almeno trentasei candidati dell’opposizione esclusi dalle elezioni federali o regionali nei collegi uninominali: diciannove di Jabloko, otto comunisti, sei appartenenti ad altre forze e tre indipendenti. Per ventisette di loro erano state individuate nei social pubblicazioni definite vietate o estremiste. Ma il passaggio più importante riguarda forse il linguaggio. Nella regione di Kursk il manifesto del candidato di Jabloko Aleksandr Novikov con le parole «Per la pace e la libertà» è stato inviato alla procura perché fosse verificata un’eventuale violazione delle norme sul «discredito dell’esercito» e sull’integrità territoriale.
Nella regione di Vladimir la commissione elettorale ha bloccato i materiali del candidato Aleksej Firsov e li ha trasmessi alla procura per una verifica sull’estremismo. Le frasi contestate provenivano dal programma del partito: «La Russia ha bisogno di pace». «Per la pace e la libertà». «Per una vita senza paura». Un altro candidato di Jabloko, Jaroslav Ščerbakov, rischia la cancellazione per un video nel quale compare il celebre graffito di Banksy della bambina con il palloncino e un’immagine di Andrej Sacharov. La metamorfosi è quasi completa.
All’inizio si escludeva una lista. Poi un candidato. Poi un manifesto. Infine la parola contenuta nel manifesto. È giusto ricordare che nello stesso periodo un tribunale degli Urali ha escluso anche un candidato di Russia Unita, Eduard Češichin, per irregolarità formali nei materiali elettorali. Il sistema giudiziario elettorale non produce dunque soltanto decisioni contro l’opposizione. Ma la sproporzione e soprattutto la natura delle contestazioni rimangono evidenti. Il problema non è che ogni norma venga applicata esclusivamente in una direzione. È che contro particolari oppositori esiste ormai un repertorio quasi illimitato di ragioni capaci di impedirgli di arrivare alla scheda.
15. Chi è ancora cittadino?
L’elezione seleziona chi può essere candidato. Il discorso politico comincia invece a selezionare chi possa essere elettore. Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, ha dichiarato che chi è partito dalla Russia e l’ha «tradita» dovrebbe essere privato del diritto di voto. Oggi la legge non prevede una simile esclusione per il semplice fatto di vivere all’estero. Pamfilova ha però ipotizzato che la nuova Duma possa modificare la legislazione e che gli apparati di sicurezza contribuiscano a individuare le categorie interessate.
Pochi giorni dopo Dmitrij Medvedev ha sostenuto che gli emigrati che hanno condannato la guerra non dovrebbero essere perdonati e ha evocato perfino la possibilità di impedirne il ritorno. Il Ministero della Giustizia ha contemporaneamente cominciato a sperimentare un registro delle «persone sottoposte a misure restrittive temporanee». Secondo Važnye istorii, il sistema potrebbe riguardare emigrati condannati in contumacia per reati politici e consentire restrizioni relative a conti, proprietà, servizi consolari, procure, automobili, Gosuslugi e applicazioni bancarie.
Ancora una volta è necessario distinguere fra progetto, sperimentazione e diritto già vigente. Ma la direzione politica è evidente. Non si discute più soltanto di ciò che un cittadino possa dire. Si discute di quanto cittadino debba rimanere dopo averlo detto. La frontiera non è più soltanto geografica. Diventa giuridica.
16. La guerra comincia all’asilo
Il 18 e 19 agosto in più di cento asili russi sono state organizzate esercitazioni antiterrorismo. Bambini molto piccoli sono stati fatti sdraiare a terra, nascosti, portati in stanze barricate. In alcune simulazioni comparivano ostaggi e armi. È facile difendere l’iniziativa dicendo che, in un Paese effettivamente colpito da droni e attentati, preparare scuole e asili alle emergenze è prudenza. Ed è vero. Ma non è tutta la verità. Perché contemporaneamente la cultura militare penetra anche nella didattica. Dal 1° settembre nuove classi specializzate della Società storico-militare russa hanno aperto in diverse regioni.
Ad Abakan la prima classe di questo tipo in Siberia è stata intitolata a Igor’ Achpašev, ex alunno morto durante la prima guerra cecena. Altre sono previste a Mosca, Sachalin, San Pietroburgo, Čeboksary e nella Regione autonoma ebraica. Gli studenti studieranno più approfonditamente la storia militare, parteciperanno ad attività patriottiche e incontreranno rappresentanti dell’organizzazione. La Società dichiara fra i propri fini il contrasto alle «distorsioni della storia militare nazionale», l’educazione patriottica e l’aumento del prestigio del servizio militare.
Il processo non comincia nel 2026. Ma nel 2026 si vede ormai la continuità fra i suoi elementi. All’asilo si impara come nascondersi durante un attacco. A scuola si impara a leggere la storia attraverso la guerra. All’università si incontra il reclutatore. La preparazione militare non occupa più soltanto una fase della vita. Tende a organizzare l’intero percorso educativo.
17. I libri che lo Stato non può più permettersi di vietare
La repressione culturale produce talvolta paradossi che ne mostrano meglio di qualunque critica il funzionamento. A fine agosto decine di migliaia di copie dei libri di Boris Akunin risultavano sequestrate o sigillate. Oleg Novikov, alla guida del grande gruppo editoriale Eksmo-AST, ha spiegato che l’editore aveva rinunciato a pubblicare decine di altri titoli per il timore di violare una legislazione sempre più estesa: estremismo, «agenti stranieri», «organizzazioni indesiderate», LGBT, «discredito dell’esercito» e altre categorie. Poi, all’inizio di settembre, è stato lo stesso Ministero dello Sviluppo digitale a scoprire che la logica della proibizione può diventare ingestibile.
Il ministero ha proposto una soluzione per consentire alle biblioteche di conservare libri pubblicati prima che autori, fondazioni o organizzazioni venissero dichiarati «agenti stranieri» o «indesiderati». Il funzionario Vladimir Grigor’ev ha fatto esempi sorprendenti. Negli anni Novanta la Fondazione Soros e il World Wildlife Fund avevano finanziato edizioni di classici russi e importanti studi locali. Università come Yale, Berkeley e Stanford — oggi colpite da restrizioni russe — producono manuali di fisica, astronomia e matematica.
Applicando letteralmente la normativa, ha osservato, anche questi materiali rischierebbero di dover essere eliminati. Secondo il ministero alcune biblioteche municipali potrebbero perdere addirittura il 50–70 per cento del proprio patrimonio. Il potere ha costruito una categoria tanto vasta da rischiare di dover proteggere la cultura russa dalle proprie stesse leggi. Nello stesso periodo il Ministero degli Esteri ha annunciato la futura chiusura delle sedi del Goethe-Institut a Mosca, San Pietroburgo ed Ekaterinburg in risposta alla chiusura del Russisches Haus di Berlino.
Fra i nuovi «agenti stranieri» sono comparsi Novaja gazeta e perfino la rivista Istoričeskaja ekspertiza. La guerra culturale non consiste soltanto nel proibire idee ostili. Consiste nel rendere sempre più difficile stabilire dove finisca l’ostilità e cominci il sapere.
18. Lida Moniava
Il 2 settembre Lida Moniava è stata portata al Comitato investigativo dopo una perquisizione. Moniava non è una dirigente di partito. Non è una rivoluzionaria. Ha fondato e dirige Dom s majakom, «La casa con il faro», uno dei più importanti hospice pediatrici di Mosca. L’organizzazione assiste più di mille bambini e giovani adulti gravemente malati e impiega circa quattrocento persone. Nel febbraio 2026 Moniava era già stata multata per tre pubblicazioni giudicate «discredito dell’esercito». Questa volta l’accusa è più grave: diffusione di «false informazioni» sulle Forze armate motivate da «odio politico», un reato che può comportare fino a dieci anni di carcere.
Il procedimento riguarda un post pubblicato il 24 febbraio 2023 nel quale parlava delle vittime civili ucraine e invitava a sostenere economicamente un fondo per i profughi. Moniava non ha ammesso la propria colpa. Gli investigatori avevano inizialmente chiesto una misura restrittiva severa. Poi hanno accettato il divieto di determinate attività. Davanti al tribunale sono arrivate centinaia di persone. Fra loro famiglie con bambini gravemente malati e ragazzi in carrozzina assistiti dall’hospice. L’edificio era circondato dalle forze speciali.
Pochi giorni dopo Moniava ha annunciato che avrebbe lasciato la direzione e il consiglio dell’organizzazione per impedire che il procedimento contro di lei danneggiasse Dom s majakom. Ha aggiunto però qualcosa di altrettanto importante. Non intende lasciare la Russia. In questi anni la speranza russa è stata spesso cercata nelle grandi figure dell’opposizione. Forse bisogna imparare a cercarla anche qui. In una donna che ha trascorso anni ad accompagnare bambini inguaribili e che, quando le viene chiesto di scegliere fra il silenzio e il rischio personale, decide di restare nel proprio Paese. Non è eroismo nel senso romantico. È qualcosa di più quotidiano e forse più difficile. Rifiutare di separare la compassione dalla verità.
19. Un bilancio di guerra dentro un’economia che continua a funzionare
Alla metà di agosto il bilancio federale russo aveva già ricevuto circa 383,7 miliardi di rubli in cosiddetti «contributi volontari», una volta e mezzo quanto raccolto attraverso la stessa voce nell’intero 2025. La formula è singolare. Quando centinaia di miliardi passano dalle grandi imprese allo Stato, la distinzione fra volontarietà e pressione politica diventa difficile da misurare. Il deficit federale nei primi sette mesi dell’anno aveva intanto raggiunto 6,46 trilioni di rubli, contro un obiettivo iniziale di circa 3,8 trilioni previsto per l’intero anno.
Anton Siluanov ha assicurato che lo Stato non ha problemi finanziari e che tutte le spese previste vengono finanziate. Può avere ragione. La Russia non è insolvente. Dispone ancora di risorse, rendite energetiche, capacità fiscale, debito pubblico relativamente contenuto e possibilità di spostare risorse fra settori. Ma anche qui il punto è il costo della normalità. Washington Post e dati della Banca centrale hanno indicato prelievi estivi di contante per un valore equivalente a circa quindici miliardi di dollari. RBC ha rilevato in luglio una riduzione dei depositi a termine in 152 delle 265 banche analizzate.
Il 37 per cento degli intervistati indicava ormai il contante come forma preferita di risparmio, il livello più alto dall’autunno 2022. Non è una corsa agli sportelli. È un indicatore di prudenza. E mentre il bilancio mobilita centinaia di miliardi, più di 1.700 minatori della compagnia Severnyj Kuzbass hanno denunciato arretrati salariali risalenti all’ottobre 2025. Davanti al monumento dedicato ai minatori hanno ricordato ai candidati alla Duma che il Kuzbass conosce la storia degli scioperi. «Se sarà necessario, otterremo ancora i nostri diritti».
La compagnia è guidata da Stanislav Lupij, già eletto in un consiglio locale con Russia Unita. La frase dei minatori possiede una memoria che il potere russo conosce bene. Alla fine degli anni Ottanta furono proprio gli scioperi del Kuzbass a mostrare che una crisi salariale poteva trasformarsi in crisi politica. La storia non si ripete automaticamente. Ma talvolta ricorda.
20. Chi paga e chi possiede
Nelle stesse settimane le inchieste sulla ricchezza dell’élite hanno continuato a produrre un controcanto quasi osceno. L’FBK ha attribuito al presidente del Tatarstan Rustam Minnichanov il controllo sostanziale di un vasto sistema di proprietà formalmente riconducibile alla famiglia, comprendente strutture alberghiere e perfino un jet Falcon 8X. Si tratta di un’inchiesta giornalistica, non di una sentenza. All’inizio di settembre la squadra di Naval’nyj ha documentato proprietà per circa un miliardo di rubli riconducibili alla famiglia del deputato di Russia Unita Ruslan Gadžiev: immobili nel Serebrjanyj Bor di Mosca e appartamenti a Dubai.
Un’altra inchiesta ha ricostruito il patrimonio dell’ex ministro del Lavoro Maksim Topilin, comprendente immobili moscoviti e un appartamento sul Mar Nero bulgaro. Sono casi differenti e nessuno di essi dimostra da solo un reato. Ma politicamente appartengono alla stessa struttura. Il Paese chiede sacrifici collettivi mentre una parte della propria classe dirigente conserva una capacità di consumo e accumulazione incompatibile con qualsiasi retorica egualitaria del sacrificio. La contraddizione raggiunge una forma ancora più brutale nei territori occupati.
Un’inchiesta di Vot Tak ha calcolato che nelle aree ucraine controllate dalla Russia sono in costruzione oltre 1,3 milioni di metri quadrati di nuove abitazioni. Solo per l’edilizia residenziale di Mariupol le banche statali russe avrebbero concesso almeno 61,4 miliardi di rubli. Fra i beneficiari figurano società collegate a famiglie di deputati di Russia Unita, grandi gruppi imprenditoriali e persone vicine all’amministrazione presidenziale. Gli appartamenti vengono offerti anche a cittadini russi con mutui al 2 per cento. Nel frattempo molti degli abitanti originari che hanno perduto la casa durante l’assedio continuano a chiedere compensazioni insufficienti o mai arrivate. La guerra ridistribuisce denaro. Ma ridistribuisce anche lo spazio. Prima una città viene distrutta. Poi occupata. Poi ricostruita. Infine venduta.
21. Le vittime russe e l’asimmetria che rimane
Il 21 agosto un attacco russo contro Kryvyj Rih ha colpito l’area di un centro commerciale. Secondo le autorità regionali ucraine sono morte cinque persone e oltre novanta sono rimaste ferite. Il 23 agosto un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno Žytomyr–Odessa con 593 passeggeri. Tutti sono riusciti a essere evacuati e non risultavano feriti. Nelle stesse settimane droni ucraini hanno continuato a produrre vittime e danni in Russia. Il 24 agosto due bambini sono morti nel territorio di Krasnodar dopo la caduta di frammenti durante un attacco che interessava anche strutture logistiche.
All’inizio di settembre abitazioni nella regione di Mosca sono state colpite o danneggiate. A Kubinka un drone ha raggiunto un edificio residenziale provocando un incendio su tre piani. A Pavlovskij Posad sono state distrutte finestre in diversi appartamenti. Il 3 settembre un attacco russo contro Kiev ha colpito anche un edificio del servizio di sicurezza ucraino e nove persone sono rimaste ferite nell’area. Raccontare insieme questi fatti non significa metterli sullo stesso piano politico. La sottosegretaria generale dell’ONU Rosemary DiCarlo ha citato dati delle autorità russe secondo cui nei primi sette mesi del 2026 gli attacchi ucraini avrebbero ucciso 329 civili in Russia e ne avrebbero feriti 2.197. Sono numeri forniti da Mosca e non integralmente verificati dalle Nazioni Unite.
Nello stesso intervento l’ONU ricordava che dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati verificati in Ucraina almeno 16.874 civili uccisi e oltre 51 mila feriti. Il numero reale è certamente superiore. La sproporzione non è un dettaglio statistico. È parte della natura della guerra. La Russia ha invaso l’Ucraina. L’Ucraina non ha invaso la Russia nel febbraio 2022. Ma questa verità politica non può richiedere una mutilazione morale. Un bambino russo ucciso dai frammenti di un drone non diventa meno bambino perché il suo Stato ha iniziato la guerra. Riconoscere il suo diritto al lutto non assolve il Cremlino. Lo rende semmai più responsabile del processo storico che ha fatto arrivare la guerra fino a lui.
22. L’Armenia che si allontana
Mentre la guerra penetra sempre più profondamente nella Russia, anche lo spazio geopolitico costruito intorno a Mosca continua a modificarsi. Il 24 agosto Nikol Pašinjan ha annunciato che l’Armenia avrebbe avviato il percorso necessario per presentare formalmente una domanda di adesione all’Unione Europea. Tre giorni dopo il nuovo programma di governo per il 2026–2031 non definiva più la Russia «partner strategico». Pašinjan ha collegato apertamente il cambiamento al mancato sostegno russo e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva durante le crisi del 2022.
All’inizio di settembre il primo ministro armeno ha aggiunto che Erevan non si opporrebbe a un eventuale ritiro della 102ª base militare russa da Gyumri. Putin, il giorno precedente, aveva dichiarato che Mosca sarebbe pronta a lasciare la base «anche domani» qualora l’Armenia non la ritenesse più necessaria. Non significa una rottura immediata. L’Armenia rimane economicamente profondamente collegata alla Russia e non intende introdurre visti per i cittadini russi. Ma una cosa è cambiata. Per molti anni la presenza militare russa nel Caucaso veniva descritta come garanzia quasi naturale della sicurezza armena. Ora può essere discussa come un’opzione. Anche gli imperi perdono spazio prima nelle parole.
23. E tuttavia si continua a negoziare
Il 31 agosto Narendra Modi ha guardato Putin durante un incontro internazionale e gli ha detto che ogni giorno di guerra «porta l’umanità indietro» e che occorre arrivare rapidamente a una soluzione diplomatica. Putin ha risposto che anche la Russia starebbe procedendo verso la pace. Sono parole. E la distanza fra le parole e i missili rimane enorme. Ma nello stesso periodo sono avvenuti movimenti diplomatici che sarebbe sbagliato ignorare. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha partecipato negli Stati Uniti a una riunione del G20 per la prima volta dal 2022 e ha incontrato il segretario al Tesoro Scott Bessent. Secondo CNBC, fra gli argomenti discussi vi sarebbe stato anche il piano americano per porre fine alla guerra.
Pochi giorni prima il direttore della CIA John Ratcliffe era stato a Mosca. Secondo Wall Street Journal e Politico la visita avrebbe avuto anche lo scopo di avvertire la leadership russa rispetto a eventuali escalation contro Paesi NATO, soprattutto nell’area baltica. Washington non ha confermato pubblicamente quella ricostruzione e Donald Trump ha definito la missione «routinaria». Il 6 settembre Steve Witkoff, dopo un incontro di tre ore con Putin, ha dichiarato a Kiev che gli Stati Uniti avrebbero ricevuto a Mosca «idee importanti» e che potrebbe essere organizzato un incontro trilaterale.
Anche qui non bisogna confondere dichiarazioni diplomatiche con risultati. I negoziati possono fallire. Le parti possono utilizzarli per guadagnare tempo. La guerra può intensificarsi proprio mentre gli emissari si incontrano. L’Ucraina afferma inoltre di avere proposto a Mosca una breve tregua durante la presenza degli inviati americani e sostiene che la Russia non abbia risposto. Ma il fatto che la diplomazia continui ad avere luoghi, emissari e parole possiede un significato. Perché un conflitto diventa davvero senza fine non quando dura molti anni. Diventa senza fine quando nessuno riesce più a immaginarne politicamente la conclusione. Quella capacità non è ancora scomparsa.
24. La speranza non deve essere l’ultima a morire, ma ciò che viene
Il 19 agosto VCIOM ha pubblicato un dato impressionante. Il 66 per cento dei russi intervistati riteneva che il peggio dovesse ancora arrivare. Aggiungendo il 12 per cento convinto che il peggio stesse già accadendo, quasi quattro persone su cinque non vedevano il presente come una fase di stabilità. La società russa non è necessariamente pronta alla rivolta. Non è neppure necessariamente contraria alla guerra. Le stesse indagini mostrano spesso sostegno al presidente, adattamento e una grande capacità di separare la politica dalla vita privata.
Ma il patto della normalità si è indebolito. La benzina può non esserci. Il volo può non partire. Un magazzino può bruciare. Il mutuo deve assicurarsi contro un drone. Un quindicenne viene già preparato alla registrazione militare. Un’università offre contratti con il Ministero della Difesa. Un manifesto con scritto «pace» viene inviato alla procura. Un’autrice scompare dalle librerie. Una direttrice di hospice rischia dieci anni di carcere perché ha scritto delle vittime ucraine. Questo non è ancora il collasso di un sistema. È qualcosa di diverso.
È la trasformazione della vita sotto un sistema che vuole durare. Ed è precisamente qui che la parola «speranza» deve essere difesa dall’ottimismo. L’ottimismo affermerebbe che tutto finirà bene. Non abbiamo alcun diritto di dirlo. La speranza chiede soltanto se esistano ancora persone e comportamenti che rifiutano di considerare inevitabile ciò che sta accadendo. Esistono. Sono i minatori del Kuzbass che ricordano pubblicamente la parola «sciopero». Sono gli elettori che continuano a cercare un candidato anche dopo che il loro partito è stato cancellato.
Sono i candidati che stampano «Per la pace e la libertà» sapendo che quelle cinque parole possono finire sulla scrivania di un procuratore. Sono le centinaia di persone arrivate davanti al tribunale per Lida Moniava, alcune spingendo la carrozzina di un bambino gravemente malato. È Il’ja Remeslo, un uomo che per anni aveva collaborato con il sistema della denuncia politica e che, dopo essere stato arrestato egli stesso per le proprie critiche, ha pronunciato in tribunale una frase appartenuta all’opposizione che aveva combattuto: «La Russia sarà libera».
Non c’è bisogno di trasformarlo in un eroe. È sufficiente registrare il paradosso. Perfino chi ha aiutato il sistema repressivo può scoprire improvvisamente quale sia il valore della libertà quando quel sistema raggiunge lui. Sono infine gli emissari che continuano a viaggiare fra Mosca, Kiev, Washington e le capitali europee. Forse non riusciranno a fermare nulla. Ma continuano a comportarsi come se la guerra appartenesse ancora alla politica e non al destino. Dal 17 agosto al 6 settembre la Russia ha fatto un altro passo verso una società organizzata per un conflitto lungo.
La guerra ha raggiunto la pompa di benzina, il conto corrente, il magazzino, l’aeroporto, la scuola, la biblioteca, il tribunale e il mutuo. Il potere prova a trasformarla da eccezione in ambiente. La speranza comincia allora in un punto molto modesto. Nel rifiuto di accettare che un ambiente sia la stessa cosa di una natura. La guerra può diventare quotidiana. Non per questo deve diventare normale.

