Il Partito comunista della Federazione Russa è un ingranaggio nazionalista e funzionale al sistema, volto a preservare e non a contestare l’autocrazia di Putin
Giovanni Cadioli

Il 21 aprile scorso Gennadij Zjuganov, leader del Partito comunista della Federazione Russa (Kprf), ha affermato alla Duma che, senza un drastico cambio di rotta, il Paese potrebbe andare incontro a una crisi dagli esiti imprevedibili. Il discorso costituisce uno specchio particolarmente efficace della trasformazione del sistema politico russo e, soprattutto, delle paure che attraversano il putinismo nell’attuale fase della guerra in Ucraina. Per comprenderne il significato occorre partire da una constatazione fondamentale: il Kprf contemporaneo non è solo un lascito dell’Urss.
Fin dalla sua rifondazione nel 1993, il Kprf di Zjuganov ha combinato nostalgia sovietica, statalismo, nazionalismo russo e revanscismo imperiale. Negli anni Novanta fu il principale polo dell’opposizione a Boris Eltsin, in alleanza tattica con l’estrema destra russa, in una fase che – pur segnata dalla reazione militaresca di Eltsin alla crisi costituzionale del 1993, dalle privatizzazioni selvagge e illegali e dalla guerra in Cecenia – vedeva ancora l’esistenza di un potere costituito e di una reale opposizione.
Con l’arrivo di Putin, il Kprf si è progressivamente trasformato in una componente dell’opposizione “sistemica”: una forza che critica aspetti delle politiche governative senza mettere in discussione i fondamenti dell’ordine politico putiniano. Il Kprf continua a denunciare disuguaglianze sociali, oligarchia e privatizzazioni, ma condivide i presupposti essenziali proclamati da Putin ormai ventisei anni fa: il primato dello Stato, la centralità del potere presidenziale, la retorica della grande potenza e una visione fortemente conflittuale dei rapporti con l’Occidente.
All’indomani delle proteste contro i brogli elettorali del 2011-2013 sembrò possibile un’evoluzione diversa. Settori della sinistra russa, sfruttando anche dinamiche locali del Kprf, ne utilizzarono le liste per sviluppare un’opposizione autenticamente sociale e di sinistra. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 chiuse definitivamente quella possibilità. Fu proprio il Kprf a proporre alla Duma il riconoscimento delle autoproclamate Repubbliche fintamente “popolari” di Doneck e Luhansk, contribuendo a fornire una giustificazione istituzionale alla successiva invasione.
Da allora, in una condizione di ancora più chiara irreggimentazione dell’opposizione “sistemica”, il Kprf svolge insieme ad altre figure chiave del regime il ruolo, funzionale al Cremlino, di frangia oltranzista, chiedendo per esempio di passare dalla cosiddetta “operazione speciale” a una guerra dichiarata su larga scala contro l’Ucraina e di attuare una mobilitazione più radicale.
Ogni dichiarazione e proposta del Kprf rappresenta un’iterazione del putinismo, non una sua contestazione. Il partito propone nazionalizzazioni, rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia, ampliamento del Welfare e maggiore pianificazione economica, ma queste misure convergono in realtà con l’evoluzione del sistema russo dopo il 2022, all’insegna di un’economia di guerra soft basata proprio su quei principi.
Il Kprf conserva una grammatica sociale di sinistra – nazionalizzazioni, welfare, critica dell’oligarchia –, ma la utilizza per convogliare il malcontento popolare in canali dove può essere neutralizzato, non trasformato in proposta politica alternativa
La convergenza non riguarda soltanto l’economia e lega il Kprf a Putin in maniera ancora più profonda. Negli anni Novanta fu Zjuganov a tentare la costruzione di un fronte “patriottico-popolare” nel quale comunisti e nazionalisti potessero ritrovarsi in nome dell’antiliberalismo e del revanscismo. Dal suo arrivo al Cremlino è stato invece Putin a forgiare un’identità nazionale sincretica capace di unire tradizioni politiche congeniali al potere, dal nazionalismo revanscista al comunismo autoritario.
Putin ha così costruito un credo post-ideologico incardinato sull’idea che esisterebbe un’unità fondamentale tra tutte le fasi della storia russa – impero, Urss e Federazione – all’insegna di statalismo, conservatorismo e nazionalismo. Zjuganov condivide questa prospettiva, limitandosi, come ha fatto alla Duma il 21 aprile, a declinare tale continuismo anche all’insegna di “comunitarismo e collettivismo”.
A suggellare la postura nazional-statale del Kprf è stata l’ormai chiara riabilitazione di Stalin da parte del Cremlino, che il partito chiede da tempo. In un crescendo di nuovi monumenti (dalla metropolitana ai musei), ridenominazioni di luoghi pubblici (l’aeroporto di Volgograd ora porta il nome di “Stalingrado”) e dichiarazioni sempre più esplicite di Putin, Stalin è stato ormai riabilitato dallo Stato russo. Nel 2025 il Kprf ha addirittura denunciato ufficialmente la destalinizzazione avviata da Nikita Chruščëv nel 1956.
Il Kprf è quindi un ingranaggio del putinismo. Conserva una grammatica sociale di sinistra – nazionalizzazioni, welfare, critica dell’oligarchia –, ma la utilizza per convogliare il malcontento popolare in canali dove possa essere neutralizzato, non trasformato in proposta politica alternativa. Il partito condivide infatti pienamente l’immaginario nazionalista, militarizzato e imperiale di Putin: “stiamo facendo tutto il possibile per sostenere Putin, la sua strategia e le sue politiche”, ha ripetuto Zjuganov alla Duma il 21 aprile.
Questa luna di miele del Kprf con Putin potrebbe sembrare in contrasto con il dichiarato e militante anticomunismo del presidente russo, che egli dichiara fin dalla fine del 1991 e rivendica ancora oggi, eppure non vi è alcuna contraddizione.
Se Putin è certamente un anticomunista, Zjuganov è a sua volta un “comunista” talmente sui generis da aver affermato alla Duma, il 21 aprile, che “se non cambieremo radicalmente rotta, in autunno potremmo trovarci di fronte a quanto accaduto nel 1917”.
Vale la pena affermarlo con chiarezza: Zjuganov, capo di un partito che continua a rivendicare l’eredità della Rivoluzione d’Ottobre, ha evocato il 1917 come uno spettro che si aggira per la Russia contemporanea. Un’affermazione di tale portata non è passata inosservata, né ai media occidentali, né al Kprf stesso. Il partito ha infatti pubblicato una trascrizione del discorso in cui il riferimento al “1917” è diventato “febbraio 1917”. La registrazione video dell’intervento mostra tuttavia che Zjuganov aveva effettivamente parlato soltanto di “1917”. Di fronte alle reazioni suscitate da quelle parole, il portavoce del Kprf Aleksandr Juščenko ha accusato giornalisti e “agenti stranieri” – l’espressione con cui Putin ha sostituito quella sovietica di “nemici del popolo” – di aver estrapolato le parole del leader dal loro contesto e di averne travisato il significato.
L’accusa è, rispettivamente, vera e falsa. Vera, perché Zjuganov si stava effettivamente riferendo alla Rivoluzione di febbraio 1917. Non potrebbe fare altrimenti: il Kprf non potrebbe mai condannare così apertamente la Rivoluzione d’Ottobre senza mettere in discussione la propria stessa ragion d’essere. Falsa, però, perché il riferimento a “quanto accaduto nel 1917” costituisce un lapsus rivelatorio.
Le rivoluzioni di febbraio e ottobre 1917 furono eventi distinti, ma senza febbraio non ci sarebbe mai stato ottobre – e Zjuganov lo sa bene. Ma poco importa che l’inattesa Rivoluzione di febbraio abbia creato una situazione di crisi nella quale i bolscevichi riuscirono a inserirsi: per chi, come Zjuganov e Putin, s’identifica con una visione nazional-statale e continuista della storia russa, non esiste incubo peggiore del 1917.
Zjuganov ci dice quindi che, anche in retrospettiva storica, non è disposto ad accettare una Rivoluzione di febbraio – cioè il collasso dello Stato e di un sistema autocratico – neppure come premessa necessaria della Rivoluzione d’ottobre. Per il Kprf, il 1917 è ormai soltanto un vuoto simulacro. Quando però lo si richiama nella sua autentica portata sovversiva, esso riappare come uno spettro che incombe sull’ordine esistente, rivelando quanto il partito sia intrinsecamente avverso all’idea stessa di rivoluzione, o anche solo di cambiamento radicale.
La Russia del 2026 non è quella del 1917: non esiste una situazione rivoluzionaria, non s’intravede alcun movimento in grado di rovesciare il regime e il controllo del Cremlino sulla società resta ampio
Allo stesso tempo, le parole pronunciate da Zjuganov alla Duma sono rivelatrici anche di quelle dinamiche del presente che lo preoccupano al punto da evocare lo spettro del 1917. Il riferimento non emerge infatti in una discussione astratta sulla storia russa, ma all’interno di un accorato appello alle autorità putiniane affinché scongiurino il rischio di un nuovo collasso. Il vero timore di Zjuganov è che una guerra lunga, costosa e priva di risultati decisivi abbia generato tensioni economiche, sociali e politiche capaci di sfuggire al controllo dello Stato.

