Lev Tulskij
10 luglio 2026
Tra il 16 giugno e il 6 luglio 2026 il mio diario smette di essere una semplice successione di notizie. Esso racconta l’avanzare di una crisi e mostra qualcosa di più profondo: la guerra non è più soltanto il fronte ucraino, non è più soltanto il comunicato del Ministero della Difesa, non è più soltanto la retorica televisiva. È diventata una forma di organizzazione della vita russa.
La si vede nel carburante che manca, nelle raffinerie colpite, nei voli rinviati, nelle code alle stazioni di servizio, nei camion della spazzatura fermi, nel latte che rischia di non arrivare ai supermercati, nelle taniche cercate online, nella benzina acquistabile in alcune zone rurali dell’Irkutsk solo con certificazione municipale, nelle auto portate oltreconfine in Cina per fare rifornimento, nelle precedenze concesse ai veterani della SVO e perfino nel governatore rimasto senza benzina sulla strada dopo aver chiesto ai cittadini di non accumularla.
La si vede anche dove sembra non esserci guerra: nei libri chiusi nei depositi speciali, nelle app rimosse, nei canali Telegram oscurati, nelle statistiche spostate, nei cartoni animati diventati sospetto di soft power, negli elenchi degli inoagenty [agenti stranieri] aggiornati come un bollettino amministrativo. E la si vede, con una chiarezza quasi oscena, nella seconda vita dell’élite: ville, yacht, appartamenti a Dubai, castelli svizzeri, figli di funzionari, proprietà intestate a parenti, società pubbliche o private che si muovono attorno alla guerra, alla morte, agli appalti, alla sicurezza, fino alla medaglia consegnata al figlio di Kadyrov proprio mentre la sua impunità stradale è sotto gli occhi di tutti.
Dal 4 al 6 luglio si aggiungono l’aria peggiorata a San Pietroburgo dopo l’attacco notturno, la possibile morte di decine di migliaia di delfini nel Mar Nero, la yacht attribuita a Putin trasferita verso Murmansk sotto protezione militare, la ricerca di carburante in Cina da parte degli abitanti del Zabajkal’e, le precedenze alla pompa per i partecipanti alla guerra, il nuovo attacco russo su Kyiv, i blackout nella Crimea annessa, il primo attacco alla raffineria di Omsk, l’allarme droni a Novosibirsk, la memoria delle repressioni contestata a Ekaterinburg, le nuove sanzioni britanniche sul caso Naval’nyj e la candidatura “forzata” di Kadyrov.
1. La tanica e l’impero
La crisi del carburante è il vero romanzo materiale di queste settimane. Tutto comincia, o almeno diventa visibile, nella notte del 13 giugno, quando i droni colpiscono di nuovo la raffineria di Mosca a Kapotnja. Il 16 giugno il diario registra già le prime conseguenze: incendio nello stabilimento, traffico limitato nella zona, uscite della MKAD chiuse, autobus deviati. La guerra entra a Mosca non come proclama, ma come deviazione stradale e odore nell’aria.
La raffineria non è un impianto qualunque. Lavora fino a 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e garantisce circa il 40% del mercato dei carburanti della capitale, oltre a una parte significativa del fabbisogno della regione di Mosca in benzina e cherosene per l’aviazione. Colpire Kapotnja significa toccare non solo l’infrastruttura militare o industriale, ma il sistema nervoso della città. E quasi nello stesso momento, nelle stazioni Tatneft’, compaiono limiti alla vendita: a Čeljabinsk non più di 30 litri di benzina alla volta per le auto, 60 litri di diesel per le auto e fino a 300 per i camion.
Il 18 giugno la scala cambia. Mosca e la regione di Mosca subiscono il più grande attacco di droni dall’inizio della guerra su larga scala. Secondo Sergej Sobjanin, vengono abbattuti 194 droni diretti verso la capitale. La raffineria di Kapotnja viene colpita ancora. Gli aeroporti Šeremet’evo, Vnukovo, Domodedovo e Žukovskij introducono restrizioni; a Šeremet’evo vengono evacuati passeggeri e dipendenti, perfino quelli già a bordo degli aerei. Il carburante non è più una questione da ministero economico: è una questione di cielo, voli, allarmi, infrastrutture, sicurezza urbana.
Il 19 giugno la crisi si vede in Daghestan, dove la rete ASKO introduce limiti alla vendita: 20 litri di benzina e 50 di diesel per cliente. Nei commenti, gli abitanti reagiscono con rabbia. Chiedono perché aumentino anche i prezzi del gas, invitano a boicottare le stazioni, non credono più alla spiegazione puramente tecnica. La sequenza è già chiara: attacchi agli impianti, interruzioni logistiche, limitazioni alla pompa, aumento dei prezzi, irritazione sociale.
Il 23 giugno, a est di Mosca, una stazione di servizio su due mostra carenze di almeno un tipo di carburante. In alcune AZS [stazioni di servizio] mancano AI-92, AI-95 o diesel; in altre il prezzo dell’AI-95 arriva a 91-96 rubli al litro, mentre nelle grandi reti resta intorno ai 68-71. Lo stesso carburante può costare quasi il 40% in più a seconda della rete. Alla pompa non c’è più la finzione dell’unità nazionale: c’è un mercato frantumato, diseguale, nervoso.
Il 24 giugno la crisi entra nell’aviazione. La compagnia Azimut segnala mancanza e aumento dei prezzi del carburante per aerei; il principale fornitore le chiede di ridurre il consumo di circa un terzo. Reuters riferisce che la raffineria di Mosca potrebbe non tornare pienamente operativa per almeno sei mesi: sarebbero state messe fuori uso le principali unità di raffinazione, AVT-6 ed Euro+. Lo stesso giorno si apprende che la Russia avrebbe chiesto al Kazakistan 50 mila tonnellate di AI-92 [benzina a 92 ottani]. La potenza energetica, seduta su petrolio e gas, deve cercare benzina dal vicino.
Il 25 giugno il dato diventa storico: secondo Rosstat, nella settimana tra il 16 e il 22 giugno la benzina aumenta del 3%, il salto più forte nelle statistiche disponibili dal 2006. Dall’inizio del 2026 il rincaro arriva al 9,8%, quasi il doppio dell’inflazione ufficiale. In trenta regioni sono attive restrizioni, mentre dalla fine di maggio limiti di qualche tipo hanno toccato più di sessanta regioni. Nel Zabajkal’e la mancanza di carburante blocca perfino la raccolta dei rifiuti. E quando gli utenti cominciano a creare chat per scambiarsi informazioni su prezzi, code e disponibilità, il messenger Max ne cancella alcune. Quando manca la benzina, si blocca anche la conversazione sulla benzina.
Il 26 giugno Aleksandr Novak, vicepremier, assicura che in Russia ci sono “scorte sufficienti” e che si tratta solo di riorganizzare la logistica. Ma la realtà racconta altro: code a Irkutsk e Samara, limiti a Petrozavodsk e Nižnij Novgorod, stazioni chiuse anche a Mosca, in zona Minskaja, e AI-95 venduta con limite di 25 litri dopo trentacinque minuti d’attesa. Julija Naval’naja definisce la crisi “il prezzo delle decisioni politiche per cui paga tutto il Paese”: benzina più cara significa cibo più caro, medicine più care, consegne più difficili, ambulanze che possono arrivare in ritardo.
Il 27 giugno la guerra inceppa anche il sistema Čestnyj znak [Marchio onesto], il tracciamento statale delle merci. In Crimea e a Sebastopoli, a causa dei blackout e dei problemi di Internet, alle imprese viene consentito di vendere prodotti senza scansione dei codici. È un’immagine perfetta: lo Stato costruisce un sistema di controllo capillare, legato a grandi interessi oligarchici; poi proprio in Crimea, territorio simbolico del regime, la macchina si ferma perché mancano luce e connessione. Nello stesso giorno, in Tuva, la benzina supera in alcune stazioni i 100 rubli al litro.
Il 28 giugno Putin parla al congresso di Edinaja Rossija [Russia Unita] e quasi ignora il carburante. Preferisce Ucraina, Occidente, “neonazismo”, valori tradizionali. Ma il problema è troppo concreto per restare fuori scena. Poco dopo, durante una riunione d’emergenza con Rosneft’ e Gazprom, è costretto ad ammettere code e difficoltà nel trovare il tipo di benzina necessario. Promette che a luglio la produzione supererà quella di giugno. Alla pompa, però, la promessa suona più fragile della coda.
Il 29 giugno il carburante diventa oggetto domestico: secondo Važnye istorii, tra il 15 e il 21 giugno i russi cercano su Yandex più di 267.700 volte dove acquistare benzina in taniche. È un record. Gli utenti cercano anche quali taniche siano adatte alla conservazione e per quanto tempo sia possibile tenere carburante in casa. La tanica diventa il nuovo oggetto politico russo: non ha slogan, ma dice che la fiducia nella distribuzione ordinaria si è rotta.
Il 30 giugno il Cremlino ammette trattative per importare prodotti petroliferi, ma Peskov rifiuta di indicare i Paesi coinvolti per “ragioni comprensibili”. Penza introduce il regime di elevata prontezza per la crisi del carburante; prima lo avevano fatto Zabajkal’e e Irkutsk, mentre in Crimea e Sebastopoli è già in vigore un regime di emergenza. Intanto Rosstat sposta il modo di pubblicare i dati sui prezzi di benzina e diesel: promette che le informazioni resteranno disponibili, ma i vecchi bollettini settimanali scompaiono. Quando il prezzo sale troppo, si può cambiare la cornice del dato.
Il primo luglio il paradosso diventa quasi perfetto: Reuters riferisce che la Russia ha iniziato ad acquistare benzina dall’India. Benzina prodotta, in larga parte, con petrolio russo. A giugno l’India ha importato 2,7 milioni di barili al giorno di greggio russo; dopo la raffinazione, quella materia prima torna verso la Russia come carburante pronto. Il petrolio parte dalla Russia, viene lavorato altrove, rientra in Russia come benzina di cui la Russia ha bisogno. È l’immagine più assurda della potenza energetica in guerra.
Il 2 luglio la crisi entra nella catena alimentare. I produttori di latte avvertono le reti commerciali di possibili ritardi nelle forniture: mancano carburante e logistica. In alcune regioni compaiono segnali di scarsità di prodotti deperibili: latte, carne, uova. Nello stesso giorno cresce l’interesse per gli additivi per benzina: su Yandex la ricerca “additivo per benzina” viene fatta circa 36 mila volte in giugno, cinque volte più del mese precedente. I cittadini cercano taniche, additivi, soluzioni da sopravvivenza. Provano a correggere chimicamente ciò che lo Stato non riesce più a garantire industrialmente.
Il 3 luglio il governo autorizza fino alla fine del 2026 la produzione e la vendita di benzina Evro-3 [standard ambientale Euro 3], più inquinante e con più zolfo rispetto all’Evro-5. Quando il sistema non riesce più a garantire abbastanza benzina, abbassa lo standard. A Novorossijsk, nello stesso giorno, le autorità comunicano che la benzina è finita in tutte le stazioni di servizio della città. Possono fare rifornimento solo i veicoli di servizio dotati di carte carburante. La scarsità diventa gerarchia.
Il 4 luglio la scarsità diventa timbro. Nella regione di Irkutsk, agli abitanti delle zone rurali viene richiesto un certificato delle autorità municipali per acquistare benzina in taniche. Le autorità regionali avevano già invitato la popolazione a limitare temporaneamente l’uso delle auto private per risparmiare le scorte rimaste nelle stazioni. Ora il carburante non è più soltanto merce rara: è risorsa autorizzata, documentata, amministrata. La tanica, nuovo oggetto politico russo, entra nel mondo della spravka [certificato].
Il 5 luglio la scarsità attraversa il confine. Nel Zabajkal’e, dove da fine giugno è in vigore il regime di elevata prontezza, nei gruppi locali compaiono offerte per portare le auto in Cina e fare rifornimento di benzina o diesel. Alcuni automobilisti provano a passare la frontiera da soli; altri cercano di riportare carburante in taniche fino a dieci litri, sotto il controllo della dogana cinese. Nella Russia del petrolio, una regione di confine cerca benzina oltre il confine.
A Čita e in altri centri del Zabajkal’e le code alle AZS [stazioni di servizio] arrivano a chilometri di lunghezza e le attese possono durare molte ore. Il limite resta di 15 litri per automobile, mentre nasce perfino un piccolo mercato ombra dei posti in fila. Nella stessa giornata i veterani della SVO [operazione militare speciale, formula ufficiale russa per la guerra contro l’Ucraina] ottengono la possibilità di fare rifornimento senza coda; misure analoghe vengono segnalate nella regione di Voronež. La benzina non è soltanto scarsa: distribuisce rango sociale.
Il 6 luglio il carburante arriva anche in tribunale. A Borisoglebsk, nella regione di Voronež, il deputato comunista Aleksandr Suchinin presenta ricorso contro Voronežnefteprodukt, struttura collegata a Rosneft’, dopo il rifiuto di una AZS di versargli 20 litri di AI-95 [benzina a 95 ottani] in una tanica già pagata. Chiede la consegna del carburante e 50 mila rubli per danno morale. Quando la benzina diventa oggetto di causa civile, la crisi è già uscita dal campo dell’economia ed è entrata in quello dei rapporti quotidiani fra cittadino, monopolio e Stato.
Lo stesso giorno il governatore della regione di Vologda, Georgij Filimonov, invita gli abitanti a non creare scorte e a non alimentare il panico. Meno di un’ora dopo comunica che la sua stessa auto è rimasta ferma su una tangenziale con il serbatoio vuoto; in seguito precisa di essere stato accompagnato da un equipaggio della polizia stradale. È un dettaglio quasi narrativo, ma significativo: anche la comunicazione ufficiale sulla calma viene smentita dalla pompa asciutta.
Questa è la parabola: dalla raffineria colpita alla tanica, dal prezzo record all’importazione dall’India, dalla promessa di Novak all’Evro-3, dalla città portuale senza benzina alle file speciali per funzionari, servizi e veterani, fino alla benzina acquistabile con certificato o cercata oltreconfine in Cina. La guerra ha trasformato il carburante nella biografia materiale del regime. La Russia del petrolio cerca benzina; l’impero energetico misura la propria fragilità in litri, timbri, cause giudiziarie e code.
2. Volontari per forza
La seconda grande linea del diario è la mobilitazione che non osa dire il proprio nome. Non sempre passa attraverso decreti solenni, annunci televisivi o manifesti patriottici. Spesso prende la forma più sporca e più efficace: fermi per strada, visite porta a porta, uomini vulnerabili, minacce, debiti, documenti firmati senza capire, telefoni sottratti, parenti che corrono dietro a un minibus.
Il 16 giugno già si vede una prima forma di ricatto civile-militare. Al college medico di Bratsk, nella regione di Irkutsk, trentacinque studenti vengono espulsi dopo gli esami di Stato. Ai ragazzi viene proposto di firmare un contratto con il Ministero della Difesa; alle ragazze viene consigliato un corso semestrale a pagamento per ripetere gli esami. Prima si toglie il futuro civile, poi si offre un futuro militare. E accade in un college medico, un luogo che dovrebbe preparare persone a curare. La cura viene trasformata in reclutamento.
Il 19 giugno Penza diventa la scena-madre. Davanti al commissariato militare di via Skladskaja, alcune donne cercano di impedire che gli uomini vengano portati via. Gridano verso il minibus: “Avete firmato tutti volontariamente?”, “Vi hanno costretti?”, “Non danno neppure cinque minuti per salutarli”. Sono frasi più forti di qualunque comizio, perché mettono a nudo la menzogna centrale: la parola “volontario” è ancora pronunciata dal potere, ma ormai deve essere verificata dalle madri e dalle mogli attraverso un finestrino.
Le testimonianze parlano di uomini fermati per strada, controlli su automobili e mezzi pubblici, visite porta a porta. Alcuni sarebbero stati picchiati e costretti a firmare. Una donna racconta che al marito, fermato per un debito di 76 mila rubli, sarebbe stata offerta una scelta: prigione e poi SVO [operazione militare speciale, formula ufficiale russa per la guerra contro l’Ucraina] come detenuto, oppure partenza “volontaria”. Un’altra dice che il compagno ha firmato dopo essere stato pestato. Una parte degli uomini, secondo i parenti, sarebbe già stata mandata a Rostov e Mariupol’.
Il 21 giugno la polizia regionale nega tutto. Il Ministero dell’Interno sostiene che i video non hanno nulla a che fare con l’invio nella zona della SVO e minaccia responsabilità per la diffusione di “informazioni false”. Il Ministero della Difesa parla di fake, il commissario militare definisce il video una messinscena. Prima si prende, poi si nega; prima si spinge alla firma, poi si dichiara che tutto è volontario. È la violenza amministrativa nella sua forma più pura: cancellare la realtà mentre è ancora impressa sullo schermo del telefono.
Il 22 giugno arrivano nuove segnalazioni. Secondo Ivan Čuviljaev del progetto Idite lesom [progetto che aiuta a evitare mobilitazione e invio in guerra], circa quaranta abitanti della regione denunciano pressioni per firmare contratti. In un caso, un uomo ubriaco sarebbe stato portato in commissariato su un’auto senza insegne; gli avrebbero presentato alcuni documenti come necessari per il rilascio, ma in realtà avrebbe firmato un contratto con il Ministero della Difesa. Poco dopo si sarebbe trovato “a mille chilometri da Penza”. Aleksej Tabalov, fondatore della Škola prizyvnika [Scuola del coscritto], dice che nella regione “hanno completamente perso il senso del limite”.
Il 23 giugno il canale Telegram in cui gli abitanti di Penza si avvertivano a vicenda delle retate scompare. Gli utenti pubblicavano numeri di auto, video dei fermi, indicazioni su dove si muovevano agenti e personale dei commissariati. La sua chiusura è forse una začistka infoprostranstva [ripulitura dello spazio informativo]. Non basta prendere gli uomini: bisogna spegnere anche le mappe della paura. Non basta negare la coercizione: bisogna oscurare chi avverte gli altri.
Il 24 giugno il quadro locale si collega al livello centrale. Secondo Važnye istorii e Vërstka, nei circoli del Cremlino, nelle strutture di forza e nelle grandi società statali si discutono scenari per aumentare il numero dei soldati, compresa una nuova mobilitazione dopo le elezioni della Gosduma [Duma di Stato]. La decisione non sarebbe presa, ma le preparazioni durerebbero da mesi. Penza, allora, non è più un incidente: è una prova sporca. Il potere teme il costo politico di una mobilitazione dichiarata prima del voto e intanto la frammenta, la nasconde, la sperimenta nelle province.
Il 25 giugno il metodo si allarga. Dalla regione di Ul’janovsk arriva la storia di un uomo con gravi problemi alla vista, senza un occhio e con l’altro quasi inutilizzabile, portato con la forza al voenkomat [commissariato militare], costretto a firmare documenti e inviato verso la zona dei combattimenti. In Sverdlovsk, a Verchnjaja Pyšma, alcune donne bloccano un autobus che porta via soldati dichiarati SOČ [assenti arbitrariamente dalla propria unità]. Si prendono per mano davanti al mezzo, gridano, chiedono di consegnare effetti personali, di parlare, di vedere avvocati. Una di loro avrebbe già seppellito il marito in guerra. Nemmeno il lutto protegge.
Nelle stesse ore compare il video di Aleksandr Lunin, un uomo che si presenta come veterano della SVO e minaccia una rivolta militare se Putin non lo riceverà al Cremlino e non gli permetterà di parlare in diretta televisiva della situazione nell’esercito. Non sappiamo quanto ci sia di reale capacità organizzativa dietro quelle parole. Ma il tono conta. La guerra produce obbedienza, paura e propaganda; poi, a un certo punto, produce anche risentimento armato.
Il 26 giugno arriva il caso dell’Amur. Secondo il Dviženie soznatel’nych otkazčikov [Movimento degli obiettori consapevoli], un uomo vulnerabile, rimasto da poco senza genitori e con problemi di alcol, sarebbe stato segnalato dal capo dell’amministrazione del villaggio, fermato da una pattuglia PPS [servizio di pattuglia della polizia], picchiato e costretto a firmare un contratto. I parenti sostengono che le autorità locali ricevano 200 mila rubli per ogni kontraktnik [militare a contratto] reclutato. Se confermato, è uno dei volti più crudeli della mobilitazione informale: il villaggio consegna il proprio uomo più fragile.
Sempre il 26 giugno, a Krasnogorsk, Leonid Karmanov, presidente dell’organizzazione patriottica Kreml’ [Cremlino], viene condannato per aver venduto finte partecipazioni alla guerra a persone che volevano evitare responsabilità penali e ottenere lo status di partecipanti alla SVO. C’è chi viene trascinato al fronte davvero e chi paga per risultare combattente senza combattere. I poveri vengono mandati; i furbi comprano il certificato.
Il 27 giugno la moglie di Lunin racconta una perquisizione nella loro abitazione. Poi scrive di non poter commentare. Il sistema tollera il dolore dei soldati finché resta muto; quando un militare trasforma il risentimento in parola pubblica, la risposta arriva subito: perquisizione, silenzio, pressione sulla famiglia. La guerra deve produrre obbedienza, non testimonianza.
Il primo luglio, nella regione di Belgorod, sono ricercati nove ex detenuti fuggiti dalle posizioni prima di essere mandati all’assalto sul fronte di Charkiv. Secondo le informazioni diffuse, sarebbero stati reclutati dalla stessa colonia penale. Prima lo Stato svuota le carceri e promette libertà o redenzione attraverso il fronte; poi alcuni scappano prima dell’assalto e tornano a essere braccati. Il patto penale-bellico mostra così la sua brutalità elementare: uomini presi dal margine e spinti verso la fanteria d’assalto.
Il 2 luglio la repressione colpisce chi racconta il meccanismo. Contro il blogger Stanislav Morozov viene aperto un procedimento penale per appelli pubblici all’estremismo. Il motivo sarebbe un video del 6 giugno in cui parlava di contratti forzati nella regione di Penza e paragonava il comportamento del voenkomat locale a quello dei TCK [centri territoriali di reclutamento ucraini]. Morozov dice di aver ricevuto circa cento messaggi da abitanti della regione che denunciavano costrizioni alla firma. La sequenza è completa: prima si prelevano uomini, poi si nega, poi si chiude il canale che avverte, poi si apre un caso penale contro chi racconta.
Il 3 luglio compare un’altra forma di mercato militare: il generale maggiore Aleksandr Dembickij, ex comandante del 44º corpo d’armata del distretto militare di Leningrado, viene arrestato nel caso della ČVK Jastreb [compagnia militare privata “Falco”]. L’inchiesta lo considera organizzatore di uno schema di frode legato ai pagamenti ai militari; 89 soldati sono riconosciuti come vittime. Secondo l’accusa, i futuri kontraktniki che non volevano servire nelle unità del Ministero della Difesa avrebbero versato denaro con vari pretesti.
La sera del 3 luglio compare un altro abbassamento della soglia. Il Ministero della Difesa propone di abolire, in determinate condizioni, la visita medica obbligatoria per kontraktniki e mobilitati. Secondo il progetto, durante mobilitazione, legge marziale o tempo di guerra l’accertamento medico sarebbe obbligatorio solo in presenza di ferite o malattie comprese negli elenchi che portano alla limitata idoneità o alla non idoneità al servizio. Tradotto dal linguaggio burocratico: non si cerca più davvero un soldato sano, ma un corpo utilizzabile. Dopo Penza, Ul’janovsk e Amur, dopo i racconti di uomini fragili o malati spinti verso la firma dei contratti, questa proposta sembra adattare il diritto al bisogno fisico della guerra.
La guerra produce così non solo reclutamento, ma mercato del reclutamento; non solo esercito, ma intermediari; non solo patriottismo, ma truffe sui soldati. Intorno alla paura di finire nelle unità ufficiali si crea un’economia grigia. La mobilitazione non annunciata passa per i commissariati, le auto senza insegne, i debiti, le carceri, i villaggi, i blogger, i procedimenti penali, le frodi militari e, ora, anche per il possibile alleggerimento delle visite mediche. È una mobilitazione senza mobilitazione: non ha un solo decreto, ma molte mani.
3. La guerra che ritorna
La guerra che il Cremlino aveva presentato come lontana, necessaria, storica, controllabile, torna indietro sotto forma di droni, incendi, evacuazioni, morti civili, sirene, aeroporti chiusi e case colpite. Non ritorna da sola: ritorna come conseguenza di una guerra iniziata contro l’Ucraina. Ma proprio per questo il suo ritorno sul territorio russo distrugge una delle menzogne più tenaci del sistema, quella secondo cui il fronte e la vita ordinaria sarebbero rimasti separati.
Il 16 giugno il ritorno passa da Kapotnja: una raffineria colpita, un incendio, traffico limitato, autobus deviati. Il 18 giugno diventa una notte intera sopra Mosca: 194 droni abbattuti secondo Sobjanin, incendi nella raffineria, frammenti al mercato Sadovod, tetto in fiamme al centro commerciale MEGA Belaja Dača, edifici residenziali danneggiati a Novye Kotel’niki e Žukovskij, una casa privata a Elektrostal’, un centro fitness a Ljubercy, dacie a Čechov e Pavlovskij Posad. Gli aeroporti della capitale introducono restrizioni. Il Ministero della Difesa parla di 992 droni abbattuti in ventiquattro ore: un numero che appartiene ormai a una guerra aperta, anche se la lingua ufficiale continua a evitarne il nome.
In quella stessa giornata le autorità di Kotel’niki si rifiutano di pubblicare gli indirizzi dei rifugi, spiegando che informazioni del genere saranno diffuse solo in caso di mobilitazione o legge marziale. La popolazione deve avere paura, ma non abbastanza da pretendere strumenti concreti di protezione. È una delle contraddizioni più crudeli della Russia attuale: si vive dentro la guerra, ma senza il diritto pieno di essere trattati come civili in guerra.
Il 20 giugno i droni raggiungono la raffineria di Tjumen’, quasi duemila chilometri dalla linea del fronte. Il governatore dichiara che l’attacco è stato respinto; gli abitanti parlano di esplosioni e verso lo stabilimento si dirigono autopompe. L’aeroporto sospende temporaneamente arrivi e partenze. La geografia della guerra non è più una linea: è profondità. Colpisce impianti energetici, aeroporti lontani, città che pensavano di trovarsi fuori portata.
Il 22 giugno vengono colpiti obiettivi più direttamente legati alla macchina militare e spaziale. A Voronež un attacco danneggia lo stabilimento VZPP-Sborka, collegato alla produzione di componenti per missili e sistemi di difesa antiaerea. Secondo Važnye istorii, l’impresa sviluppa circuiti integrati e moduli destinati a complessi come Ch-101, Iskander e PVO [difesa antiaerea]. Nella regione di Mosca, droni ucraini attaccano il Centro di comunicazione spaziale Dubna. Lo Stato maggiore delle VSU [Forze armate ucraine] dichiara di aver colpito l’obiettivo.
Sempre il 22 giugno viene notato vicino alla raffineria di Mosca un sistema antiaereo Pancir’ [corazza, nome del sistema antiaereo russo] con una struttura metallica protettiva sopra la cabina, il cosiddetto mangal [braciere, soprannome dato alle gabbie metalliche anti-drone]. Se quel sistema è stato trasferito dalla linea del fronte per difendere la capitale, il segnale è chiaro: Mosca comincia a proteggersi come una città più vicina al fronte di quanto il Cremlino voglia ammettere.
Il 25 giugno la guerra torna anche a Kursk, dove un drone colpisce una stazione di servizio a Obojan’. Muore Sergej Karelov, ex capo della città e membro di Russia Unita. La guerra entra così in luoghi ordinari: stazioni di servizio, città di provincia, uffici locali, biografie amministrative. Non colpisce solo “obiettivi”: colpisce la trama della vita.
Il 30 giugno è il giorno più duro di questa traiettoria. Nella notte più di sessanta droni vengono abbattuti sulle vie d’accesso a Mosca, secondo il sindaco. Ma a Egor’evsk un drone colpisce una casa privata in via Chlebnikova. Il governatore Andrej Vorob’ëv conferma incendio e macerie; i soccorritori estraggono due adulti e due bambini. Un neonato di sei mesi muore durante il trasporto in ospedale. Davanti a una notizia così, ogni retorica si ferma. Da qualunque lato si guardi la guerra, quando muore un bambino di sei mesi dentro una casa colpita, resta soltanto l’orrore.
Nella stessa notte vengono segnalati danni a Dubna, un drone cade su una casa nel villaggio di Fate’evo, la regione di Rostov parla di più di sessanta droni intercettati, esplosioni sono segnalate a Tula e Rjazan’, nella regione di Belgorod un attacco contro automobili a Šebekino provoca un morto e quattro feriti. La guerra non è più una linea del fronte, ma una rete di notti interrotte: droni, vetri, incendi, sirene, automobili distrutte, case colpite.
Il 2 luglio, però, ricorda qual è la radice. Nella notte, secondo le autorità ucraine, la Russia attacca l’Ucraina con 74 missili e 496 droni. L’obiettivo principale è Kiev. Gli impatti vengono registrati in 33 siti, frammenti cadono in altri 18 luoghi. Nella capitale ucraina muoiono almeno venti persone e altre 86 restano ferite. Vitalij Klyčko definisce l’attacco il più massiccio dall’inizio dell’invasione su larga scala. Nelle stazioni della metropolitana si rifugiano 52.500 persone, tra cui quasi 4.500 bambini.
Questa notte di Kiev illumina anche la crisi interna russa. Le code alla benzina, le case colpite nella regione di Mosca, i droni su infrastrutture militari europee, la militarizzazione delle scuole, le retate dei commissariati, la censura contro chi parla: tutto nasce da una guerra che continua a produrre morte prima di tutto in Ucraina. Il regime può chiamarla difesa, destino, lotta al nazismo, missione storica. Ma resta una guerra che uccide civili, manda bambini nella metropolitana e poi ritorna indietro sotto forma di paura, scarsità e repressione.
Sempre il 2 luglio Bloomberg, citando un rapporto dell’IISS [Istituto internazionale di studi strategici], scrive che la Russia potrebbe aver usato petroliere della “flotta ombra” per lanciare droni vicino a infrastrutture militari della NATO. Tra agosto 2024 e febbraio 2026 sarebbero stati registrati 144 casi di droni sopra dieci Paesi NATO e l’Irlanda; quasi la metà vicino a obiettivi militari. Se l’ipotesi è corretta, la flotta nata per aggirare sanzioni e trasportare petrolio diventa anche piattaforma di ricognizione e pressione militare.
Il 4 luglio la guerra ritorna come incendio e blackout. Una nuova massiccia ondata di BPLA [droni] colpisce diciotto regioni della Federazione Russa e la Crimea annessa. A San Pietroburgo brucia un terminal petrolifero: lo stesso terminal era già andato in fiamme il 3 giugno, proprio nel giorno di apertura del Forum economico internazionale di San Pietroburgo. L’immagine è quasi perfetta: mentre il potere cerca di mostrarsi come piattaforma globale di affari e stabilità, le infrastrutture energetiche bruciano.
A Belgorod e nei dintorni la situazione è ancora più grave. Dopo attacchi ripetuti contro le principali sottostazioni, la città resta quasi completamente senza elettricità; in molte zone manca anche l’acqua, perché senza corrente non funzionano le pompe. Vengono segnalati incendi alla TETs [centrale termoelettrica] di Belgorod, alla TETs “Luč” e alla sottostazione “Avtoremzavod”. Le autorità parlano di interruzioni a rotazione e circuiti di alimentazione di riserva; gli abitanti, nei commenti, chiedono dove siano finiti i fondi destinati ai generatori. È la domanda più concreta e più pericolosa per ogni regime: non “dove sono i grandi discorsi?”, ma “dove sono i generatori?”.
A San Pietroburgo l’attacco lascia anche una traccia nell’aria. Dopo la notte dei droni, il servizio AccuWeather registra un peggioramento della qualità dell’atmosfera: l’indice AQI [indice di qualità dell’aria] raggiunge il livello “cattivo”, con aumento del biossido di azoto, NO2, sostanza che può irritare le vie respiratorie. La guerra non resta solo nell’esplosione; rimane anche nel respiro della città.
Sempre il 4 luglio emerge un’altra conseguenza, più silenziosa e più lunga. Il biologo ucraino Ivan Rusev, intervistato da ZDF heute, stima che dal 2022 nel Mar Nero possano essere morti fino a 100 mila delfini. Sonar militari, droni subacquei, mine, esplosioni, carburanti e sostanze tossiche provenienti da navi affondate avrebbero provocato traumi acustici, disorientamento, avvelenamenti e perdita di capacità di alimentazione. La guerra modifica anche un ecosistema.
Nella notte sul 6 luglio la Russia colpisce di nuovo l’Ucraina. Secondo le autorità ucraine vengono lanciati 68 missili e 351 BPLA; obiettivo principale è Kyiv, dove l’allarme dura circa dodici ore. Vengono danneggiati almeno quindici edifici residenziali nei quartieri Darnyc’kyj, Holosiïvs’kyj, Podil’s’kyj e Obolons’kyj; nel distretto di Podil crolla parzialmente una casa. Le vittime, secondo i dati iniziali, sono almeno dieci, i feriti decine, tra cui bambini. Il Ministero della Difesa russo parla di “risposta” ad attacchi terroristici del “regime di Kyiv” e afferma di aver colpito imprese del complesso militare-industriale, infrastrutture energetiche e aeroporti militari.
Nelle stesse ore la Crimea annessa subisce un blackout esteso. Sebastopoli resta completamente senza elettricità e interruzioni di massa colpiscono altre zone della penisola. Lo Stato maggiore ucraino sostiene che in due giorni le VSU abbiano attaccato sedici sottostazioni in Crimea e in altri territori occupati. La guerra energetica si presenta così su due piani: missili e droni russi su Kyiv; droni ucraini sulle infrastrutture dell’occupazione.
Il 6 luglio la profondità della guerra aumenta ancora. Canali ucraini di monitoraggio e OSINT [intelligence da fonti aperte] riferiscono il primo attacco all’Omskij NPZ [raffineria di Omsk], il più grande impianto di raffinazione della Russia, appartenente a Gazprom neft’. L’obiettivo sarebbe stata l’unità ELOU-AVT-11, con capacità di 8,4 milioni di tonnellate l’anno. Il governatore Vitalij Chocenko conferma l’abbattimento di droni sulla regione e Rosaviacija limita temporaneamente l’aeroporto di Omsk. L’impianto si trova a circa 2.500 chilometri dal confine ucraino.
Nella regione di Novosibirsk, a più di 3.000 chilometri dal confine con l’Ucraina, viene dichiarato per la prima volta il regime di pericolo droni. Gli avvisi del sistema RSČS [Sistema unico statale di prevenzione e liquidazione delle situazioni d’emergenza] invitano gli abitanti a restare in casa, cercare locali senza finestre e non avvicinarsi ai vetri. Anche la Siberia amministrativa comincia a parlare la lingua dei rifugi.
La guerra russa non ha più un solo spazio. È Ucraina devastata, Mosca sotto droni, raffinerie in fiamme, aeroporti sospesi, bambini nei rifugi, navi della flotta ombra, sistemi antiaerei con gabbie metalliche, città di confine, case private, terminal petroliferi, sottostazioni elettriche, aria peggiorata, mare ferito, Omsk colpita e Novosibirsk in allarme. Il potere voleva proiettare la guerra fuori dal corpo della Russia; ora la guerra rientra nel corpo, ma non per questo smette di colpire l’Ucraina. Anzi: proprio la sua origine aggressiva rende più tragico il ritorno. La Russia ha aperto una porta che non riesce più a chiudere.
4. L’infanzia occupata
Tra il 16 giugno e il 6 luglio, l’infanzia compare continuamente. Non come rifugio dalla guerra, ma come suo terreno. Bambini e adolescenti diventano destinatari di lezioni patriottiche, manuali, addestramenti, narrazioni ufficiali, rischi fisici, punizioni anticipate, retoriche morali. La Russia ufficiale parla di proteggere i bambini; la Russia reale li prepara alla guerra, li espone alla paura, li usa come prova ideologica.
Il 16 giugno il college medico di Bratsk mostra già una forma indiretta di occupazione del futuro giovanile. Studenti espulsi dopo gli esami vengono spinti verso contratti militari; alle ragazze viene offerta una formazione a pagamento. Non si tratta di bambini, ma di giovani all’inizio della vita professionale. Il messaggio è simile: se il percorso civile si chiude, il fronte resta aperto. La guerra diventa alternativa alla formazione.
Il 17 giugno anche l’esame di inglese, l’EGE [Esame statale unico], viene attraversato dal calendario ideologico dello Stato. Agli studenti si chiede di parlare non di viaggi, ecologia o tecnologia, ma del Giorno della Vittoria, del Giorno dell’Unità nazionale, del Giorno della Russia e del Giorno del Difensore della Patria. L’inglese, lingua del mondo, deve imparare a inchinarsi davanti al patriottismo amministrato. Non basta sapere una lingua straniera: bisogna saperla usare per ripetere i simboli interni del potere.
Il 21 giugno il Ministero dell’Istruzione annuncia l’introduzione dello studio dell’arabo dal primo settembre. La notizia potrebbe essere positiva in un altro contesto. Ma nella Russia attuale ogni scelta scolastica è anche segnale geopolitico. Mentre l’inglese viene circondato da sospetto e la scuola si riempie di rituali patriottici, l’arabo entra come lingua di nuovi assi, nuovi interlocutori, nuovi mondi di riferimento. Perfino il programma scolastico diventa mappa della politica estera.
Il 22 giugno la pedagogia di guerra diventa esplicita nella regione di Belgorod. Un progetto finanziato dal Fondo dei grant presidenziali insegnerà a ragazzi tra i dieci e i diciassette anni come comportarsi durante bombardamenti, attacchi di droni, ritrovamenti di mine e campagne di disinformazione. Impareranno a preparare una borsa d’emergenza, riconoscere mine lepestok [petalo], orientarsi con carta e bussola, prestare primo soccorso, non filmare il lavoro della difesa antiaerea. Il Paese che prometteva sicurezza insegna ai bambini a vivere come civili di frontiera.
Nello stesso giorno, in Tuva, nel campo estivo Orlënok [Aquilotto], un uomo ubriaco entra di notte nel dormitorio e aggredisce i bambini con un bastone. Quattordici persone restano ferite. Poco prima si era saputo che nel campo erano stati mandati quaranta figli di militari. Non è un episodio direttamente militare, ma l’ombra della guerra è nel contesto: bambini di soldati, in un luogo che dovrebbe proteggerli, esposti a una violenza notturna e casuale. Anche l’estate dell’infanzia appare fragile.
Il 24 giugno, nei territori occupati, la guerra diventa manuale scolastico. Sergej Kravcov e Vladimir Medinskij presentano “Storia del Donbass e della Novorossija” [Nuova Russia, formula storico-politica usata dalla propaganda russa per indicare territori dell’Ucraina meridionale e orientale], che sarà introdotto dal primo settembre nelle scuole dei territori occupati. Prima si occupa il territorio, poi si occupa la memoria. Prima si cambiano i confini sulle mappe, poi le mappe entrano nei libri dei bambini.
Il 26 giugno Aleksandr Bastrykin, capo dello SK [Comitato investigativo], propone di abbassare a dodici anni l’età della responsabilità penale per reati gravi. Lo Stato che non riesce a proteggere l’infanzia comincia a volerla punire prima. Da una parte bambini addestrati a mine e droni; dall’altra bambini trasformabili più presto in imputati. L’infanzia viene stretta tra allarme e castigo.
Il 28 giugno la RPTs [Chiesa ortodossa russa] propone di introdurre negli atenei medici e giuridici un corso sulle “basi cristiane dei valori spirituali e morali tradizionali”, con particolare attenzione al tema dell’aborto e al “valore della vita”. Anche questo riguarda il futuro: futuri medici e giuristi vengono formati non soltanto alla professione, ma a una visione ideologica. Lo Stato parla di valori tradizionali, la Chiesa offre il lessico, l’università diventa un altro spazio da orientare.
Lo stesso giorno, nel Kuzbass, viene trovato il corpo di una bambina di dodici anni scomparsa a Kemerovo. Secondo gli investigatori, il sospettato è un uomo già condannato per omicidio, rapina e reati contro l’inviolabilità sessuale di un minore; avrebbe cercato di bruciare il corpo della bambina. La notizia non ha bisogno di retorica. Ma nel contesto generale mostra la distanza insostenibile tra il linguaggio morale del potere e la sicurezza reale dei bambini.
Il 2 luglio Važnye istorii riferisce che nel 2025 i partecipanti alla guerra in Ucraina hanno tenuto più di 45 mila incontri con scolari e studenti, circa 250 al giorno. Nelle scuole e nei college sono stati aperti oltre 18 mila musei, esposizioni e angoli commemorativi dedicati alla guerra. Altri 70 mila incontri sono stati organizzati per un milione e mezzo di genitori sul tema di cosa dire ai figli nell’anno dell’ottantesimo anniversario della Vittoria. Nel Dviženie pervych [Movimento dei primi] entrano 11,7 milioni di scolari e studenti di college, più della metà del totale.
La guerra non viene soltanto combattuta: viene insegnata, musealizzata, portata nelle aule, resa memoria obbligatoria prima ancora di diventare passato. I reduci diventano educatori; le scuole diventano spazi commemorativi; i genitori vengono istruiti su come parlare ai figli. È una pedagogia di Stato: non prepara i bambini alla pace, ma alla normalità della guerra.
Il 3 luglio anche Maša i Medved’ [Masha e Orso] entra nella battaglia simbolica. Più di cinquanta deputati britannici chiedono di escludere il cartone russo dalle piattaforme streaming, sostenendo che alcuni episodi normalizzino simboli militari o sovietici. Lo studio Animaccord respinge le accuse e afferma di non aver mai ricevuto fondi statali. La vicenda va maneggiata con cautela: non ogni immagine russa è propaganda, non ogni cartone è un’arma. Ma il fatto stesso che un prodotto per bambini venga letto dentro la guerra culturale mostra quanto la Russia sia ormai percepita come sistema di influenza totale.
Il 4 luglio arriva una seconda notizia di infanzia violata. Nella regione di Leningrado viene fermato un uomo di quarantadue anni, già condannato, sospettato dello stupro e dell’omicidio di una bambina di dodici anni nel distretto di Tosno. La bambina era uscita il 2 luglio per raccogliere funghi, aveva telefonato ai genitori promettendo di tornare presto, poi il contatto si era interrotto. Il corpo è stato trovato il mattino seguente durante le ricerche. Non c’è bisogno di aggiungere molto. In un Paese che parla ogni giorno di famiglia, morale e protezione dei bambini, la sicurezza reale dell’infanzia resta una ferita aperta.
Il filo è chiaro. Bambini e giovani non sono fuori dalla guerra e non sono neppure davvero protetti dalla retorica che li invoca. Sono il suo futuro, il suo pubblico, la sua giustificazione, il suo materiale educativo, talvolta le sue vittime. In Russia si parla continuamente di famiglia, tradizione, morale, protezione. Ma la realtà mostra bambini istruiti alla sopravvivenza, studenti spinti verso il contratto, manuali di occupazione, lutti, rifugi, punizione precoce, memoria militare obbligatoria e bambine che lo Stato non riesce a salvare. L’infanzia non viene protetta dalla guerra; viene preparata ad abitarla, e spesso lasciata sola davanti alla violenza.
5. La realtà sotto chiave
Quando il potere non riesce a controllare la realtà, prova a controllarne la circolazione. Questa è una delle linee più costanti del diario. Le autorità non possono impedire sempre che manchi benzina, che i prezzi salgano, che gli uomini vengano portati nei commissariati, che i droni colpiscano le raffinerie. Possono però spostare dati, chiudere canali, bloccare app, marchiare persone, isolare libri, rendere più difficile l’accesso a informazioni utili.
Il 23 giugno la questione appare sotto forma tecnica: possibile divieto di registrazione delle eSIM straniere. Dopo il rafforzamento delle restrizioni a Internet, in Russia è cresciuta la domanda di eSIM di operatori dell’Unione Europea, del Kazakistan, dell’Armenia, della Serbia, dell’Uzbekistan. Queste schede permettono di usare alcuni servizi senza le limitazioni russe, perché il traffico passa attraverso reti estere. La spiegazione ufficiale è antifrode. Ma in Russia “sicurezza” significa sempre più spesso controllo, e “protezione” significa canale chiuso.
Lo stesso giorno scompare il canale Telegram di Penza in cui gli abitanti si avvertivano delle retate dei voenkomaty. Il Ministero dell’Interno minaccia responsabilità per la raskačka situacii [destabilizzazione della situazione]. È una formula perfetta: non è destabilizzante portare via uomini, ma raccontare dove li portano. Non è pericolosa la coercizione, ma la mappa della coercizione.
Il 24 giugno dal segmento russo dell’App Store scompare Happ — Proxy Utility, applicazione usata per collegarsi a server proxy personali e commerciali. Non è una VPN in senso stretto, ma permette vie laterali, tunnel, deviazioni. La traiettoria è evidente: non basta bloccare siti; bisogna rendere più difficile ogni passaggio che permetta alla comunicazione di sfuggire.
Il 25 giugno la censura si allarga ai libri. Il Ministero della Cultura prepara nella RGB [Biblioteca statale russa] un deposito chiuso per testi considerati “distruttivi”: uno specchran [deposito speciale chiuso]. Le biblioteche non acquisteranno più libri di autori riconosciuti inoagenty [agenti stranieri] e non li useranno in mostre o eventi. Dal 2026 gli acquisti con fondi federali dovranno seguire liste raccomandate da consigli di esperti. Non serve bruciare libri: basta renderli difficili da raggiungere, separarli, spostarli, trasformare la lettura in accesso controllato.
Sempre il 25 giugno Apple rimuove dall’App Store russo VK Video, VK Muzyka [VK Musica], VK Messenger, Dzen e Odnoklassniki. La reazione politica russa è immediata: ecco la prova, dicono, che bisogna costruire più rapidamente “il nostro Internet”. Ogni app rimossa dall’esterno diventa un mattone in più nel muro del Runet [Internet russo controllato e separabile dalla rete globale]. Il potere riesce a trasformare anche una decisione ostile dell’Occidente in argomento per chiudere meglio il Paese.
Il 26 giugno chiude Telega, client non ufficiale di Telegram che permetteva di usare il servizio senza VPN ma era finito al centro di accuse di intercettazione del traffico. La vicenda mostra un’altra trappola: quando le vie ufficiali vengono bloccate, gli strumenti alternativi diventano indispensabili ma rischiosi. Chi vuole aggirare il controllo può finire dentro un altro controllo, più opaco.
Il 30 giugno Rosstat annuncia che continuerà a pubblicare dati sui prezzi di benzina e diesel, ma non più nel vecchio formato dei bollettini settimanali. Il governo ha escluso le informazioni sui prezzi al consumo dei prodotti petroliferi dal piano federale dei lavori statistici. L’agenzia parla di “ottimizzazione della navigazione” e “unificazione della presentazione”. È il linguaggio tipico della gestione politica del dato: quando una cifra diventa scomoda, non sempre la si nasconde; spesso la si sposta, la si riformatta, la si rende meno immediata.
Il 2 luglio il caso Morozov mostra il passaggio dalla chiusura tecnica alla repressione penale. Il blogger di Penza viene accusato di appelli all’estremismo per aver parlato dei contratti forzati con il Ministero della Difesa. Prima il canale che avverte viene chiuso; poi chi racconta viene interrogato dall’FSB [Servizio federale di sicurezza], messo sotto divieto di lasciare la città e il Paese, minacciato di anni di carcere. La parola sulla violenza diventa essa stessa reato.
Il 3 luglio il tribunale Zamoskvoreckij condanna Artëm Vachljaev, direttore vendite di Eksmo, a quattro anni con la condizionale nel caso sulla vendita di libri con “tematica LGBT”. Vachljaev riconosce la colpa, testimonia contro altri imputati, si scusa e chiede di poter “portare beneficio alla società”. È una scena tragicamente russa: libri trattati come strumenti di estremismo, editori e venditori trasformati in imputati, pentimento pubblico davanti al tribunale. La Russia che abbassa lo standard della benzina alza quello della paura culturale. Si può vendere carburante più sporco, ma non un libro sbagliato.
Lo stesso giorno il Ministero della Giustizia aggiorna il registro degli inoagenty: vi entrano la critica letteraria Galina Juzefovič, Inna Berezkina della “Scuola di educazione civica”, la giornalista Ekaterina Arenina, il progetto video Romb. È la routine della stigmatizzazione. Ogni settimana nuovi nomi vengono separati dal corpo della società e marchiati come elementi estranei.
Il 6 luglio la memoria delle repressioni diventa problema urbanistico. A Ekaterinburg l’amministrazione cittadina dichiara non conformi alle regole locali le targhe del progetto Poslednij adres [Ultimo indirizzo], dedicate alle vittime delle repressioni politiche. Secondo le linee guida municipali, richiamate da Večernie vedomosti, le targhe sarebbero installate senza adeguato coordinamento, troppo piccole, difficili da leggere e collocate in modo “casuale”. Nel 2025 la procura aveva già chiesto la rimozione di alcune di esse. La memoria non viene negata frontalmente: viene misurata, autorizzata, regolata, resa removibile.
Questa è la realtà sotto chiave: app, libri, dati, canali, classificazioni, persone, statistiche, targhe della memoria. Il sistema non può più promettere abbondanza, sicurezza o verità; allora promette regolazione. Non sempre impedisce alla realtà di esistere, ma cerca di decidere dove possa apparire, in quale formato, con quale etichetta, sotto quale rischio. La censura contemporanea non è soltanto divieto. È architettura: costruisce corridoi stretti dentro cui la realtà deve camminare.
6. La seconda biografia del potere
Accanto alla biografia ufficiale degli uomini del sistema — servizio allo Stato, patriottismo, sicurezza, sviluppo regionale, difesa della patria — esiste una seconda biografia, più concreta: immobili, yacht, società, figli, mogli, parenti, appartamenti a Dubai, castelli svizzeri, appalti, fondi pubblici. Tra il 16 giugno e il 6 luglio questa seconda biografia appare quasi ogni giorno.
Il 17 giugno riemerge la San Pietroburgo degli anni Novanta con il fermo di Il’ja Traber, “l’Antiquario”, figura criminale e imprenditoriale considerata vicina a Putin dai tempi del municipio pietroburghese. Perquisizioni colpiscono anche ambienti legati a Gennadij Petrov. Le inchieste spagnole sulla OPG di Tambov avevano già mostrato, anni prima, la rete di rapporti tra criminalità organizzata, affari, immobili, società estere e persone dell’entourage putiniano. Vedere muoversi i servizi contro uomini ritenuti intoccabili fa pensare non tanto a una purificazione, quanto a una riorganizzazione dei vecchi equilibri. Il sistema, quando ha bisogno, può divorare anche la propria memoria.
Nello stesso giorno il figlio di Nikolaj Patrušev entra indirettamente, secondo i media, in un progetto aurifero miliardario in Jakuzia. Una società collegata ad Andrej Patrušev diventa comproprietaria del giacimento Tan, valutato tra 150 e 200 milioni di dollari. Il Paese si impoverisce, le regioni vanno in deficit, gli studenti vengono spinti verso i contratti militari, ma i figli dei custodi del sistema sembrano sempre trovare l’ingresso giusto nella miniera giusta.
Sempre il 17 giugno, Tat’jana Navka pubblica fotografie di una vacanza familiare nella regione di Murmansk. Gli utenti notano occhiali Miu Miu, berretto Chanel, giacca Chanel, borsa Chanel con logo sfocato. Nel 2025, secondo Vërstka, gli spettacoli sul ghiaccio di Navka ricevono decine di milioni di rubli in sovvenzioni e contratti pubblici. È l’aristocrazia del pattinaggio e del silenzio: lusso privato, denaro pubblico, patriottismo per gli altri.
Il 18 giugno il FBK [Fondo per la lotta alla corruzione] pubblica un’inchiesta sul primo viceministro della Difesa Leonid Gornin, responsabile del finanziamento dell’esercito. La famiglia possiederebbe immobili per circa 500 milioni di rubli: case, appartamenti nel centro di Mosca, complessi residenziali prestigiosi. Il figlio e la nuora, secondo gli investigatori, avrebbero continuato a viaggiare in Europa dopo l’inizio della guerra; la nuora avrebbe ottenuto la cittadinanza turca tramite investimenti. In Russia sembra quasi una legge fisica: chi amministra i soldi della guerra vive in pace, spesso in immobili molto ampi.
Il 19 giugno una società collegata a Ruslan Bajsarov, amico di Ramzan Kadyrov, acquista per 93 miliardi di rubli Južuralzoloto, nazionalizzata e sottratta all’ex miliardario Konstantin Strukov. La valutazione iniziale era di 162 miliardi. Prima lo Stato nazionalizza; poi il bene torna nel circuito giusto, alle persone giuste, vicine ai clan giusti. Si cambia proprietario, non logica.
Il 22 giugno, in Cecenia, Kadyrov presenta Darba Kids come centro terapeutico-riabilitativo gratuito per bambini. Vërstka scopre però che, giuridicamente, si tratta di una clinica privata, intestata ad Aset Sadaeva, collegata nei registri telefonici alla segreteria di Jakub Zakriev, nipote di Kadyrov. Anche la cura può diventare proprietà; anche il sociale può passare attraverso reti familiari.
Il 24 giugno Egor Bryksin, figlio di un senatore di Russia Unita, diventa comproprietario del Kemerovskij ritual’nyj centr [Centro rituale di Kemerovo], società che vuole creare una grande rete privata di crematori. Non significa che il progetto sia automaticamente legato alle perdite militari, ma la coincidenza storica è feroce: in un Paese in cui lo Stato produce morte, anche il rito della morte può diventare settore d’investimento.
Il 29 giugno il FBK pubblica l’inchiesta su Rašid Temrezov, capo della Karačaj-Circassia da più di quindici anni. La famiglia possiederebbe immobili per circa 3,5 miliardi di rubli: appartamenti a Dubai, beni negli OAE [Emirati Arabi Uniti], proprietà nel centro di Mosca, hotel e ville ad Archyz, appartamenti a Kazan’ ed Essentuki. La repubblica, intanto, resta tra le più povere della Russia. Il contrasto è quasi osceno: una regione povera, una famiglia ricchissima; disoccupazione locale, appartamenti a Dubai. È la forma regionale del putinismo: la regione come patrimonio politico, la famiglia come cassaforte, la povertà come paesaggio amministrato.
La stessa giornata offre due immagini ulteriori: Adam Kadyrov che guida un Gelandewagen violando diverse regole del codice stradale e Graceful, la yacht attribuita a Putin, che attraversa le acque danesi sotto scorta militare. Il figlio del capo ceceno può mostrare la violazione come stile; una yacht associata al Presidente può spegnere il transponder e viaggiare protetta dall’opacità. Da una parte cittadini che cercano benzina in taniche; dall’altra metri di lusso navale.
Il 4 luglio quella pedagogia dell’impunità riceve anche una decorazione. Adam Kadyrov ottiene la medaglia commemorativa per i 90 anni della GIBDD [polizia stradale russa], consegnata durante una cerimonia guidata dal padre Ramzan Kadyrov. Pochi giorni prima aveva pubblicato un video in cui violava apertamente il codice della strada, invadendo la corsia opposta; in gennaio, secondo Novaja Gazeta Evropa, era rimasto coinvolto in un incidente a Groznyj in cui era morto il conducente di un’altra auto. La medaglia alla polizia stradale consegnata a chi si vanta di infrangere le regole è una fotografia perfetta della Russia dei clan: la legge come minaccia per i deboli, come decorazione per i forti.
Lo stesso giorno la seconda biografia del potere torna in mare. Il Telegraph, citando dati di intelligence marittima e immagini satellitari, riferisce che la superyacht Graceful, ribattezzata Kosatka [Orca] dopo l’inizio della guerra e attribuita a Putin dalle inchieste del FBK, si muove verso Murmansk lungo le coste norvegesi sotto scorta di navi militari russe. Ad accompagnarla sarebbero il cacciatorpediniere Severomorsk della Flotta del Nord e la nave Voevoda; sul ponte sarebbero state installate reti anti-drone e nella zona della Norvegia sarebbero stati spenti i transponder AIS [sistema di identificazione automatica]. La protezione militare della ricchezza privata è una delle immagini più nude della gerarchia del sistema.
Il 30 giugno un’altra yacht, Victoria, usata secondo gli investigatori dall’ambiente di Putin e legata a strutture di Gennadij Timčenko, si dirige verso Bodrum. È costruita a Sevmaš, cantiere dove si realizzano anche sottomarini nucleari, e sarebbe usata anche da Alina Kabaeva. La Russia ordinaria misura la crisi in litri; la Russia del potere la attraversa in metri di yacht.
Il primo luglio il FBK pubblica un’inchiesta sui beni della famiglia di Sergej Ivanov, ex ministro della Difesa ed ex capo dell’amministrazione presidenziale, appena morto. Gli immobili varrebbero circa 4,2 miliardi di rubli: una villa di 2.700 metri quadrati a Žukovka, appartamenti di 926 metri quadrati al W Residences di Dubai, proprietà a Mosca e sulla costa di Kaliningrad. Ivanov aveva servito lo Stato per ventisei anni e dichiarava 11-13 milioni di rubli l’anno. La morte apre una specie di inventario postumo: dietro la biografia del funzionario appare la biografia degli immobili.
Nello stesso giorno il castello-albergo Château Gütsch di Lucerna, appartenente a Kirill Androsov, ex funzionario e investitore vicino a German Gref, viene messo in vendita per 35 milioni di franchi svizzeri. Il denaro russo uscito prima della guerra continua a cercare riparo, prezzo, acquirenti, vie d’uscita. Il castello svizzero diventa un frammento della geografia estera dell’élite.
Il 3 luglio la seconda biografia del potere passa dagli immobili agli arresti. Il generale Dembickij viene mandato a Lefortovo nel caso della ČVK Jastreb; l’ex capo di Rosaviacija [Agenzia federale del trasporto aereo] Aleksandr Nerad’ko viene arrestato per frode particolarmente grave, dopo il fermo del suo ex vice Konstantin Machov, poi passato in strutture legate ad Arkadij Rotenberg. I casi possono riguardare pagamenti militari, aeroporti, grandi infrastrutture. Ma il disegno è lo stesso: grandi opere, società vicine agli uomini del cerchio putiniano, denaro pubblico, arresti tardivi.
Questi arresti non sembrano una purificazione del sistema. Sembrano piuttosto il modo in cui il sistema scarica su alcuni uomini le proprie pratiche ordinarie. La corruzione non è un incidente: è l’ambiente. Ogni tanto qualcuno viene estratto dall’ambiente e trasformato in imputato. La seconda biografia resta quasi sempre più sincera della prima. Dove la prima parla di patria, la seconda mostra conti, metri quadrati, transponder spenti, società intestate, parenti, fondi pubblici, medaglie familiari, impunità esibita e yacht scortate da navi militari. È lì che il potere russo si racconta senza volerlo.
7. Navalnyj dopo Navalnyj
Dentro questo paesaggio di guerra, carburante, censura e corruzione, la memoria di Aleksej Navalnyj continua a funzionare come un punto di resistenza. Non è una memoria pacificata. È contesa, perseguitata, dispersa tra tribunali russi, parlamenti europei, biblioteche americane, cimiteri moscoviti, sanzioni internazionali, processi contro avvocati e collaboratori. Ma proprio perché il potere voleva chiuderla, ogni suo ritorno diventa politico.
Il 16 giugno il matematico e blogger Michail Verbickij riesce a lasciare l’Armenia dopo essere stato fermato su richiesta della Russia. Contro di lui sono aperti procedimenti per “giustificazione del terrorismo” e “discredito” dell’esercito. La vicenda non riguarda Navalnyj direttamente, ma appartiene alla stessa geografia: la Russia non è solo territorio; è anche ombra amministrativa che segue le persone oltre i confini, attraverso banche dati, richieste di estradizione, accuse elastiche.
Il 17 giugno Julija Naval’naja incontra a Madrid il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. Si parla del futuro della Russia dopo Putin, di riforme democratiche, della piattaforma “Russia del futuro”. Sánchez esprime sostegno al movimento russo democratico e contro la guerra, distinguendo tra popolo russo e regime putiniano. È una scena lontana da Mosca, ma importante: ricorda che il futuro russo non coincide necessariamente con il presente russo.
Il 20 giugno il tribunale di Čeboksary condanna in contumacia Semën Kočkin, fondatore di Serditaja Čuvašija [La Ciuvascia arrabbiata], ex capo dello staff di Navalnyj nella regione. La pena riguarda gli obblighi da inoagent e precedenti accuse di “discredito” dell’esercito. Kočkin aveva costruito uno dei principali media indipendenti regionali. La sua condanna mostra che il giornalismo regionale indipendente è pericoloso almeno quanto quello nazionale: chi racconta la provincia rompe l’illusione che il Paese reale taccia.
Il 22 giugno la cassazione rifiuta di annullare le condanne degli avvocati di Navalnyj, Vadim Kobzev e Aleksej Lipcer. Erano stati condannati per partecipazione a una “comunità estremista”. L’accusa si basava anche su registrazioni di incontri tra legali e assistito e su corrispondenza personale. Colpire gli avvocati significa colpire il diritto stesso alla difesa. Se parlare con il proprio avvocato può diventare materiale d’accusa, non c’è più processo: c’è amministrazione punitiva della solitudine.
Il 23 giugno Julija Naval’naja parla al Parlamento europeo aprendo il Brjussel’skij dialog [Dialogo di Bruxelles], dedicato al confronto tra leadership politica europea e società civile russa. Parla della necessità di sostenere chi protesta dentro la Russia, unire gli sforzi contro il partito del potere e preparare un piano per la Russia dopo Putin. Da parte europea intervengono Roberta Metsola, Andrius Kubilius, Marta Kos, Mariana Kacarova. È un’altra Russia, costretta spesso a parlare dall’estero, ma ancora rivolta a chi è rimasto dentro.
Il 27 giugno Naval’naja incontra il pubblico alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti durante un evento dedicato a Patriot [Patriota], il libro di Navalnyj. Sono presenti più di settanta membri del Congresso, democratici e repubblicani. La scena va letta accanto a ciò che accade dentro la Russia: canali chiusi, persone marchiate come inoagenty, uomini portati nei commissariati, libri nascosti nei depositi, Internet sempre più separato. A Washington, intanto, la memoria di Navalnyj viene discussa in una biblioteca nazionale. La Russia libera parla spesso da fuori, ma non smette di rivolgersi al dentro.
Il primo luglio, al cimitero Borisovskoe di Mosca, sono in corso i lavori finali per il monumento a Navalnyj. Il progetto era stato scelto attraverso un concorso aperto e un voto popolare. In una Russia dove la memoria viene compressa, proibita, marchiata o riscritta, un monumento a Navalnyj a Mosca è più di una tomba. È un punto fisico di presenza. Il potere può averlo isolato, incarcerato, lasciato morire; ma la memoria cerca comunque una forma, una pietra, un luogo, una fila di persone.
Il 3 luglio il Consiglio dell’Unione europea introduce sanzioni contro sei cittadini russi ritenuti coinvolti nello sviluppo di armi chimiche, compresa l’epibatidina, la sostanza con cui Navalnyj sarebbe stato avvelenato in colonia. Le misure colpiscono dipendenti del centro scientifico Signal e figure legate a istituti indicati dall’UE come parte del programma russo di armi chimiche. Navalnyj, morto, continua a produrre conseguenze politiche. Il potere voleva trasformarlo in un caso chiuso; la sua vicenda resta aperta nelle sanzioni, nei memoriali, nei tribunali, nelle liste internazionali, nella memoria collettiva.
Il 6 luglio anche il Regno Unito introduce sanzioni contro sette persone e due istituti scientifici russi, accusati di partecipazione allo sviluppo di sostanze chimiche legate all’avvelenamento di Naval’nyj. Fra gli enti colpiti figurano il centro scientifico Signal e l’Istituto statale di ricerca di medicina militare; Londra parla di coinvolgimento nello sviluppo del Novičok e dell’epibatidina. Le autorità russe respingono le accuse. Ma il caso Naval’nyj continua a produrre conseguenze diplomatiche e giudiziarie anche dopo la sua morte.
C’è anche un’ombra più cupa dell’esilio: il 18 giugno, in Polonia, viene arrestato un uomo sospettato dell’omicidio dell’artista russo Semën Skrepeckij, noto per le sue caricature contro Putin, Kadyrov e Lukašenko. L’indagine valuta l’ipotesi di un omicidio mirato. L’esilio salva molti, ma non restituisce automaticamente tranquillità. Chi ridicolizza il potere, chi lo disegna, chi lo sgonfia con una caricatura, può restare vulnerabile anche fuori dai confini.
Il filo di Navalnyj non è solo la storia di un uomo. È una costellazione: avvocati, vedova, collaboratori, lettori, monumenti, sanzioni, biblioteche, regioni, esiliati, laboratori e nomi di sostanze chimiche. Il regime ha cercato di chiudere la vicenda nel carcere, nella morte e nella sepoltura. Ma una memoria vera non si lascia archiviare con un timbro. Continua a spostarsi, a trovare luoghi, a nominare responsabilità, a costruire una Russia possibile dentro la Russia impossibile.
8. Il nervosismo del potere
Il regime non crolla. Sarebbe ingenuo scriverlo. Ma tra il 16 giugno e il 6 luglio mostra segni sempre più evidenti di nervosismo. Non tanto perché perda il controllo immediato, quanto perché deve spendere più energia per farlo sembrare naturale. La fiducia non crolla; si consuma. Il consenso non scompare; si irrigidisce. La vittoria elettorale non è in dubbio; diventa però qualcosa da calibrare perché non appaia troppo inverosimile.
Il 17 giugno il FBK pubblica un sondaggio secondo cui il sostegno reale a Russia Unita sarebbe sceso al 16,4% tra i potenziali elettori, dal 23% dell’ottobre 2025. Il partito del potere avrebbe anche l’antirating più alto: il 22,3% degli intervistati afferma che non lo voterebbe in nessuna circostanza. Naturalmente, nella Russia attuale il problema non è soltanto quanti votano davvero, ma quanti voti verranno riconosciuti. Eppure anche questi numeri hanno peso: sotto la crosta dell’obbedienza, la fiducia si consuma.
Il 21 giugno il KPRF [Partito Comunista della Federazione Russa] candida Nikolaj Bondarenko alle elezioni della Gosduma. Bondarenko promette di gettare Russia Unita nella “pattumiera della storia”. La frase è teatrale, ma coglie un punto: in un Paese stanco, un discorso sociale su prezzi, pensioni, regioni e disuguaglianze può diventare più pericoloso di molta opposizione formale. Il nervosismo del potere si sente anche da questo: un blogger comunista può apparire come un fiammifero.
Il 23 giugno Vedomosti scrive che il Cremlino avrebbe abbassato gli obiettivi fissati alle regioni per le elezioni della Duma del 2026. Non ci sarebbe più un unico target nazionale; l’obiettivo sarebbe mantenere una maggioranza costituzionale, ma con numeri più “credibili”. Questo è forse il dettaglio più interessante: in una democrazia si teme la sconfitta; in un sistema autoritario maturo si teme l’inverosimiglianza. Non basta vincere. Bisogna vincere in un modo che non sembri troppo falso.
Il 26 giugno il FOM [Fondazione “Opinione pubblica”] registra il minimo di fiducia in Putin dall’inizio della guerra: 69%, cinque punti in meno rispetto alla settimana precedente. Cresce la quota di chi non si fida, scende l’approvazione del governo, cala il rating di Russia Unita. Il VCIOM [Centro russo di ricerca sull’opinione pubblica] presenta nello stesso periodo dati opposti. La divergenza stessa dice qualcosa: anche quando i numeri sono controllati, la realtà esercita pressione. Mosca sotto droni, benzina in crisi, prezzi in aumento: perfino la sociologia ufficiale comincia a scricchiolare.
Il 28 giugno al congresso di Russia Unita Putin parla da leader del partito del potere. La lista federale è un autoritratto del regime: Sergej Sobjanin per Mosca amministrativa, Sergej Lavrov per la diplomazia di guerra, il voenkor [corrispondente militare] Evgenij Poddubnyj, Vladislav Golovin della Junarmija [Giovane Armata, movimento giovanile patriottico-militare], Marija L’vova-Belova, ricercata dalla Corte penale internazionale per la deportazione illegale di bambini ucraini. Non è solo una lista elettorale; è un manifesto: guerra, educazione militare, sfida alla giustizia internazionale.
Nello stesso giorno il carburante, quasi ignorato nel discorso congressuale, costringe Putin a una riunione d’emergenza. Il potere può parlare di civiltà, tradizione, neonazismo e Occidente; ma quando mancano benzina e diesel, la realtà lo richiama alla pompa. Più il problema interno è concreto, più la retorica sale di quota. Ma prima o poi bisogna scendere di nuovo.
Il 21 giugno, sul canale Telegram ufficiale di Sobjanin, nel giorno del suo compleanno, compaiono messaggi con l’invito a donare alle VSU e la frase “MOSCA BRUCERÀ”. I post vengono rimossi, ma l’effetto simbolico resta. In una capitale che ha appena visto raffinerie colpite, aeroporti bloccati e tetti incendiati, quella frase sembra un incubo entrato per errore nella comunicazione ufficiale.
Il 3 luglio il VCIOM registra il più rapido calo settimanale della fiducia in Putin dall’inizio della guerra su larga scala: meno 3,4 punti, fino al 73,3%; l’approvazione dell’operato del Presidente scende al 66,9%. Il FOM conferma un dato basso: 70% di approvazione, minimo dall’invasione. Sono numeri ancora alti, ma il movimento conta. Il consenso russo non crolla; perde elasticità. Non sembra più una superficie liscia, ma un materiale teso.
Lo stesso giorno perfino Polymarket, piattaforma di scommesse in criptovalute, registra l’ansia attorno al futuro russo: un utente punta quasi mezzo milione di dollari sull’uscita di Putin dalla presidenza entro la fine del 2026. Non è una prova politica, naturalmente. È una scommessa. Ma anche le scommesse sono sintomi: quando il potere appare eterno, qualcuno comincia comunque a misurare il prezzo della sua fine.
Il 4 luglio concentra il nervosismo in una sola giornata: nuovi inoagenty, visite mediche militari rese potenzialmente meno obbligatorie, un terminal petrolifero in fiamme a San Pietroburgo, Belgorod senza luce e acqua, benzina in taniche acquistabile con certificato nell’Irkutsk, un’altra bambina uccisa, il figlio di Kadyrov premiato dalla polizia stradale. Non è il crollo del sistema. È il suo funzionamento esasperato: più controllo dove c’è disfunzione, più simboli dove c’è impunità, più burocrazia dove manca carburante, più guerra dove manca futuro.
Il 5 luglio il nervosismo passa per una piccola crepa giudiziaria. A Chabarovsk il tribunale decide di lasciare alla famiglia dell’ex governatore Sergej Furgal l’unica casa, costruita nel 2003; gli ufficiali giudiziari non fanno appello e la decisione entra in vigore. Dopo la seconda condanna, che porta la pena complessiva di Furgal a 25 anni di colonia, gli apparati avevano minacciato la confisca della casa, lo sfratto dell’ex moglie e perfino la soppressione di cani e gatti presenti nell’abitazione. La pubblicità del caso costringe il sistema ad arretrare almeno su questo punto.
Il 6 luglio Ramzan Kadyrov viene nuovamente candidato da Edinaja Rossija alla guida della Cecenia. Dice di andare alle elezioni “forzatamente”, perché avrebbe scelto un altro candidato, ma si dichiara pronto a servire se il popolo lo sosterrà. Guida la repubblica dal 2007; nel 2021 ottenne ufficialmente il 99,7% dei voti, in un contesto denunciato da osservatori indipendenti e difensori dei diritti umani come privo di reale controllo. La retorica della riluttanza copre una permanenza quasi dinastica.
Nello stesso quadro, Edinaja Rossija presenta alla CIK [Commissione elettorale centrale] i documenti per le elezioni della Gosduma: 400 candidati nella lista federale e 225 nei collegi uninominali. Fra loro figurano 76 partecipanti alla guerra contro l’Ucraina; se eletti, occuperebbero circa il 17% della nuova camera bassa. La prima cinquina della lista unisce diplomazia di guerra, amministrazione moscovita, infanzia occupata e propaganda militare: Sergej Lavrov, Sergej Sobjanin, Marija L’vova-Belova, il voenkor Evgenij Poddubnyj e Vladislav Golovin della Junarmija [Giovane Armata].
Il nervosismo del potere non significa che il regime stia per cadere. Significa che ha bisogno di più censura, più dati riformattati, più propaganda, più repressione, più gerarchie alla pompa, più liste di agenti stranieri, più processi contro libri, più controllo sui canali, più certificati per comprare benzina, più eccezioni mediche per mandare uomini in guerra, più candidati reduci, più elezioni senza sorpresa, più memoria regolamentata. Un potere sereno non deve spiegare ogni giorno che tutto è sotto controllo. Un potere nervoso lo ripete mentre il carburante manca, le raffinerie e i terminal bruciano, Belgorod e Sebastopoli restano senza luce, Omsk viene colpita, Novosibirsk riceve l’allarme droni, le madri gridano davanti ai minibus, i sondaggi oscillano, gli editori si scusano in tribunale, i monumenti a Naval’nyj prendono forma.
E qui, forse, sta la speranza russa più difficile da nominare. Non in un crollo imminente, non in una liberazione facile, non in un ottimismo di maniera. La speranza sta nelle crepe: nella realtà che continua a passare nonostante i comunicati, nella memoria che resiste nonostante le liste, nella parola che riappare nonostante i canali chiusi, nella domanda di una donna davanti a un commissariato — “avete firmato volontariamente?” — che da sola smonta un’intera architettura di menzogna, e perfino nella pubblicità di un abuso che salva una casa e degli animali dalla macchina amministrativa. La Russia ufficiale parla ancora di potenza. La Russia reale, ogni giorno di più, costringe quella parola a tremare.

