Diario della speranza russa – 26 gennaio 2026

Lev Tulskij

Russia, 26 gennaio 2026

Dal 26 gennaio al 1 marzo 2026

Rete a scatti e città “messa in sicurezza”

Fra il 26 e il 28 gennaio si registra una sequenza di guasti e rallentamenti che colpisce Telegram e, in alcuni luoghi, l’intero traffico dati mobile. Le segnalazioni arrivano da più regioni: JamaloNeneckij okrug [distretto autonomo], Leningradskaja oblast’ [regione], Primorskij kraj [territorio], Murmanskaja oblast’ [regione]. A San Pietroburgo il fenomeno assume forma di blackout diffuso: messaggeri e siti non si aprono, la rete mobile scompare a tratti. Nelle stesse ore, nel centro cittadino vengono chiuse arterie e ponti; la cronologia è eloquente perché il 27 gennaio Vladimir Putin è in città per gli eventi legati alla ricorrenza della fine dell’assedio e per un incontro all’Ermitage con il sovrano malese sultan Ibragim. Il controllo dello spazio fisico e quello dello spazio comunicativo avanzano insieme: non per dichiarazione, ma per pratica.

“Liste bianche” e chiusura delle vie di fuga

Nello stesso arco emerge un dettaglio tecnico: durante spegnimenti e restrizioni a belye spiski [liste bianche], viene chiusa una scappatoia che consentiva a una parte dei servizi VPN di funzionare anche quando l’accesso veniva limitato a indirizzi autorizzati. L’effetto è immediato: su smartphone diverse applicazioni VPN smettono di reggere o vanno a singhiozzo. E mentre la retorica parla di “sicurezza”, la vita quotidiana paga il costo collaterale: una rete ridotta a corridoi selettivi rischia di trascinare nel caos anche servizi non politici, come applicazioni sanitarie e strumenti domestici connessi.

Scuola securitizzata, conoscenza trattata come pericolo sociale

Nelle stesse date il Minprosveščenie [Ministero dell’Istruzione] propone di chiudere l’accesso a siti con GDZ [soluzioni pronte], risposte per EGE [Esame di Stato unificato] e OGE [Esame di Stato di base] e compiti di olimpiadi, equiparando questo contenuto a istruzioni su suicidio, ricette di narcotici, inviti ai disordini e “propaganda LGBT”, con limitazioni gestite via Roskomnadzor [autorità federale per comunicazioni e media]. La motivazione ufficiale invoca “onestà accademica” e “protezione del processo educativo”; l’effetto è più profondo: la risposta, la preparazione, persino la verifica diventano materia da censore. La scuola viene spostata dal registro della pedagogia a quello dell’ordine pubblico.

Censura che non taglia, riscrive

Nello stesso clima, la censura culturale non si limita a tagliare ciò che è vietato: cambia la storia per farla sembrare “innocua”. Un esempio è l’anime Steins;Gate (il punto e virgola, come noto, fa parte del titolo ufficiale). Nella versione distribuita su Kinopoisk viene modificata la vicenda di Ruka Urušibara, un personaggio dall’aspetto androgino che, nell’opera originale, vive un conflitto identitario: viene spesso scambiato per una ragazza, soffre per non riconoscersi nel proprio corpo maschile e, grazie a un meccanismo narrativo centrale della serie (un messaggio inviato nel passato), tenta di cambiare un dettaglio della propria nascita per venire al mondo biologicamente femmina in una linea temporale diversa. Nella versione censurata, questo nucleo viene sostituito con una spiegazione completamente diversa e inventata: Ruka viene presentata come “ragazza con HIV”, e l’intero motivo dell’intervento nel passato non è più il desiderio di cambiare sesso alla nascita, ma quello di “nascere sana”. Così il problema non viene eliminato: viene travestito, spostato, riscritto. Non è un semplice taglio: è una falsificazione della trama, che abitua lo spettatore all’idea che una storia possa essere riscritta dall’alto per rientrare nei divieti e che la versione ufficiale sia, per definizione, quella che deve sostituire l’originale.

Gelo e invisibilità, blackout “non raccontati”

In questi giorni, un blackout esteso in Murmansk e Severomorsk lascia case senza luce e, in parte, senza calore e acqua. La grande televisione federale quasi non se ne accorge. La crisi esiste per chi la vive, ma non entra nel racconto nazionale: la stabilità si protegge scegliendo cosa è reale.

Il nervo tecnico, “SirenaTravel” va in panne

Nello stesso periodo un guasto blocca per ore la piattaforma Leonardo (SirenaTravel), paralizzando acquisti, cambi e rimborsi di biglietti e costringendo alcuni aeroporti a registrazioni manuali. Il quadro è paradossale: più la rete viene centralizzata e resa ‘sovrana’, più ogni singolo collasso tecnico assume forma di evento nazionale.

Legge e potere d’interruzione delle comunicazioni

Il 27 gennaio in Gosduma [Duma di Stato] vengono discusse modifiche alla legge O svjazi [sulle comunicazioni]: l’orizzonte è rendere possibile lo stop non solo della rete mobile, ma di servizi di comunicazione più ampi ‘per minacce alla sicurezza’, liberando gli operatori da responsabilità economiche verso gli utenti. La formula ‘minaccia’ resta elastica, affidata a definizioni successive: così la sospensione della comunicazione non appare più eccezione, ma strumento legalizzato e rinnovabile.

Dati finanziari, controllo e anticorruzione come grimaldello

Negli stessi giorni il Ministero della Difesa mira a ottenere accesso più ampio a dati bancari e finanziari dei cittadini (Banca Centrale, banche, operatori di asset digitali, registri, bureau di credito) con la formula dell’‘anticorruzione’. Sullo sfondo, il materiale richiama l’eco di iniziative attribuite all’FSB [Servizio federale di sicurezza] sull’accesso alle credit histories [storie creditizie] senza decisione giudiziaria: la sicurezza viene riscritta come trasparenza unilaterale, in cui lo Stato vede e il cittadino si adatta.

29 gennaio – 2 febbraio: sicurezza quotidiana e controllo dell’intimità

In questo tratto, a San Pietroburgo prende forma una micropratica rivelatrice: ai varchi della metropolitana alcuni passeggeri vengono invitati a mostrare lo schermo acceso del telefono. Non serve sbloccare, si dice; basta esibire che l’oggetto ‘è un oggetto’. È un gesto minimo, ma educa: l’intimità tecnica entra nel perimetro della sicurezza pubblica.

Fede, Stato e controllo dei corpi

Nello stesso arco, Kirill interviene al Sovet Federacii [Consiglio della Federazione] proponendo una legge federale sulla kriminalizacija sklonenija k abortu [criminalizzazione dell’induzione all’aborto] e una spinta verso il divieto di aborti nelle cliniche private; aggiunge l’idea del consenso del futuro padre, motivandola con la ‘vulnerabilità emotiva’ femminile. La pressione demografica entra nel diritto come disciplina dei corpi.

Economia morale e Statocroupier

Compare anche la proposta del Minfin [Ministero delle Finanze] di legalizzare gli onlinekazino [casinò online] sotto controllo statale, con un operatore centralizzato e transazioni tracciate. La promessa è fiscale e ‘antimafia’; l’effetto sarebbe anche un altro: incanalare e registrare un comportamento privato di massa dentro un perimetro governabile.

Tecnocrazia dinastica, Ksenija Šojgu e “Dolina Mendeleeva”

Il 2 febbraio Michail Mišustin nomina Ksenija Šojgu a capo del fondo che guida il centro scientificotecnologico “Dolina Mendeleeva”. Il progetto riguarda estrazione e lavorazione profonda di metalli non ferrosi e riedkozemel’nye metally [terre rare] nell’area AngaroEnisej, con base accademica nello Sibirskij federal’nyj universitet e nel Rossijskij chimičeskotechnologičeskij universitet imeni Mendeleeva, e con obiettivi dichiarati che includono tecnologie di separazione e l’introduzione dell’iskusstvennyj intellekt [intelligenza artificiale] nei settori industriali e delle materie prime. Il messaggio, in filigrana, è netto: la modernizzazione è invocata come necessità strategica, ma la regia resta affidata a un circuito di fiducia familiare e istituzionale.

Ex detenuti e ritorno armato, Rublevskoe šosse

Il 3 febbraio, a Mosca, una sparatoria con la polizia sulla Rublevskoe šosse coinvolge Michail Leont’ev e Aleksej Lančikov: condanne pesantissime alle spalle e uscita dal carcere dopo contratti con ČVK Vagner [compagnia militare privata Wagner]. Uno muore, l’altro viene preso. La guerra rientra così nella società non come racconto, ma come rischio concreto.

4 febbraio: condanna esemplare, Artemij Ostanin

Artemij Ostanin, comico standup, viene condannato dal Meščanskij rajonnyj sud a 5 anni e 9 mesi di colonia penale (più una multa di 300.000 rubli) per ‘istigazione all’odio’ e ‘offesa dei sentimenti dei credenti’. Il procedimento nasce da due battute: una su un uomo senza gambe (interpretata come derisione di un veterano della guerra) e una su Gesù. Dopo il caso tenta di lasciare la Russia, ma viene fermato in Bielorussia e riportato indietro; nel materiale si parla anche di percosse ed elettroshock durante il trasferimento.

Orfani e contratto, la casa come ricatto

Nel medesimo periodo emerge un meccanismo di reclutamento sociale: gli orfani in attesa di alloggio vengono spinti verso il contratto militare come via rapida per ottenere una casa. La promessa è amministrativa; la conseguenza è un ricatto: la priorità abitativa come premio bellico.

Bodaibo, gelo estremo e mutuo soccorso

A Bodaibo, nella Irkutskaja oblast’ [regione], la crisi esplode nel gelo estremo: mancano acqua e calore, tubi che scoppiano, appartamenti sottozero. Nasce una chat di mutuo aiuto con migliaia di persone: cibo, alloggio temporaneo, acqua, un posto per lavarsi e per fare il bucato. La comunità inventa una rete di sopravvivenza mentre l’amministrazione appare lenta e distante.

6–10 febbraio: legittimazione simbolica, “Zolotaja maska”

Sergej Sobyanin riceve la “Zolotaja maska” [Maschera d’oro] per sostegno al teatro, insieme a Rustam Minnichanov e Fanni Ardan. La cerimonia è fissata per il 27 marzo. In una società compressa da divieti e procedure punitive, la cultura ufficiale restituisce al potere un riconoscimento pubblico, trasformando la protezione in merito e il merito in aura.

Brutalizzazione negli spazi educativi

Si addensano episodi di aggressioni e attacchi in scuole e dormitori. A Ufa un quindicenne con slogan razzisti aggredisce studenti stranieri e compare una svastica tracciata col sangue: la violenza diventa gesto seriale dentro un clima di eccezione bellica e retorica identitaria.

Telegram sotto assedio e blocchi su scala nazionale

Roskomnadzor apre procedimenti contro Telegram, parlando di una quantità enorme di richieste di rimozione; nel frattempo circolano ipotesi di blocco totale, con test graduali e finestre politiche. Il dato che resta è la pratica: rallentamenti e blocchi diventano diffusi e misurabili su scala nazionale, con un’espansione rapida delle segnalazioni in molti soggetti federali.

Il blocco come architettura, DNS e runet sovrano

Il controllo non passa più solo per singoli contenuti ma per meccanismi infrastrutturali: strumenti del runet [internet russo] ‘sovrano’ e logiche DNS che rendono servizi irraggiungibili senza VPN. È un salto di qualità: si governa la possibilità stessa di ‘raggiungere’ un indirizzo. Nello stesso periodo si alza una voce inattesa: canali proguerra e analisti avvertono che rallentare Telegram può danneggiare coordinamento e difesa antidrone, perché mancano alternative operative efficienti. Il controllo interno prevale anche quando intacca l’efficienza bellica.

Max, dalla sostituzione alla dipendenza

La spinta verso Max non è solo propaganda. A Ufa, in ambito sanitario, i medici vengono legati a un piano di registrazioni via Max con inserimento di SNILS [numero assicurativo pensionistico] e data di nascita, e con premi collegati a quote. Max entra nella routine amministrativa e la routine diventa conversione forzata.

Chi controlla Max, la filiera degli interessi

Compare un nodo ulteriore: Max, promosso come alternativa ‘di Stato’, è collegato alla galassia VK e a interessi riconducibili a una figura familiare del vertice, Michail Šelomov, descritto come parente di Vladimir Putin e legato, tramite assetti azionari, ai circuiti che beneficiano economicamente dell’espansione della piattaforma. La ‘sovranità digitale’ assume così un doppio volto: controllo e rendita.

14–22 febbraio: censura tecnica che inciampa, Linux bloccato

Roskomnadzor blocca risorse legate a Linux; persino sviluppatori di sistemi russi (Astra Linux, Red OS, Alt Linux) sono costretti a usare VPN per aggiornare sicurezza e kernel [nucleo del sistema operativo]. L’idea di ‘sovranità digitale’ si rovescia: il controllo algoritmico colpisce anche l’autarchia proclamata.

16 febbraio: Naval’nyj, verità e negazione

Nella seconda ricorrenza della morte di Aleksej Naval’nyj arrivano dichiarazioni e risultati di analisi internazionali che indicano avvelenamento con epibatidina; Julija Naval’naja parla pubblicamente e il Cremlino respinge tramite Dmitrij Peskov. La commemorazione è un atto visibile e sorvegliato: fiori, diplomazie, presenza di forze dell’ordine.

Politkovskaja, cancellazione per ripetizione

La targa di Anna Politkovskaja viene distrutta ancora: non una volta, ma molte, fino a farne una serie. Una multa minima non cambia l’esito. La memoria viene consumata per logoramento: non serve vietarla, basta renderla fragile.

Sostituire il passato, dal Museo del Gulag al “Museo della memoria”

Il Museo della storia del Gulag cambia nome e impostazione: diventa un “Museo della memoria” centrato su crimini nazisti e ‘genocidio del popolo sovietico’, con nuova direzione legata a riconoscimenti bellici. La memoria delle repressioni interne viene spinta ai margini; al centro passa una memoria funzionale alla compattezza identitaria.

Il carcere come biopolitica, Komleva e Dočenko

Ol’ga Komleva, giornalista e attivista (volontaria nello štab di Aleksej Naval’nyj a Ufa e collaboratrice di RusNews), è detenuta e condannata a una pena molto lunga per imputazioni politiche. In colonia, nella IK28 [colonia penale n. 28] a Berezniki, non riceve farmaci per il diabete per un blocco amministrativo interno: il passaggio dal feldšer alla medsestra non ‘si chiude’, e ciò che potrebbe risolversi in un giorno diventa settimane di rischio. Aleksandr Dočenko, 66 anni, condannato per biglietti antibellici, muore dopo un infarto con giorni di opacità e comunicazioni tardive alla famiglia. La repressione non è solo capo d’imputazione: è gestione del corpo, del tempo, dell’informazione, fino al punto in cui l’assenza di cura diventa parte della pena.

Nazbol e repressione trasversale

Dopo un’azione davanti a Roskomnadzor contro la sorveglianza della rete, i nazbol (nazionalbolscevichi, area radicale legata nel materiale a Drugaja Rossija di Eduard Limonov) vengono colpiti con arresti amministrativi; il loro ufficio (‘bunker’) viene sigillato e un partecipante risulta portato via ‘in direzione ignota’. È un segnale netto: non esiste patriottismo autonomo quando si tocca il monopolio dell’interruttore digitale.

23 febbraio 2026

La patria come liturgia e il reale che rientra dalla finestra. E una data che in Russia non sa piu stare ferma. Ufficialmente e il “Giorno del difensore della Patria”, nella retorica recente e diventato una liturgia di uniformi, sorrisi televisivi, bambini con la mimetica e madri chiamate a ringraziare. Eppure, proprio mentre la patria viene trasformata in un palco, arrivano numeri che non hanno nulla di celebrativo: non meno di 1.198 civili morti sul territorio russo dall’inizio della guerra, e gli attacchi che ormai non restano confinati alle regioni di frontiera, ma toccano almeno diciotto soggetti federali. E come se lo Stato avesse voluto la guerra lontana, “a tutela della sicurezza”, e invece la guerra e entrata a casa, prima come notizia, poi come sirena, poi come fumo, e infine come lutto.

L’ombra lunga dell’impunita: la Russia parallela dei ricchi

In questo stesso giorno leggo anche un’altra storia che descrive bene il cinismo del sistema: il dopo-guerra dei ricchi, non di quelli che tornano in una bara, ma di quelli che fanno affari mentre altri muoiono. Si parla di societa registrate su territori britannici d’oltremare, di scambi per miliardi, di yacht che entrano ed escono come se nulla fosse, e di opacita costruita apposta perche nessuno chieda “a chi appartiene davvero cosa”. Questa e la seconda patria, quella parallela: non difesa, ma protetta; non chiamata al sacrificio, ma al profitto. Ed e difficile spiegare a chi vive fuori quanto questa coesistenza di miseria e lusso, di mobilitazione e cinismo, di propaganda e corruzione, stia diventando la vera anatomia del nostro presente.

24 febbraio 2026. L’anniversario che la TV non pronuncia. Quarto anniversario dell’invasione su larga scala. La televisione federale fa una cosa che ormai conosciamo bene: evita di nominare l’anniversario. Non dice “quattro anni”. Non dice “guerra”. Si rifugia nel linguaggio viscoso delle “circostanze”, nei servizi su Kiev senza dire perche quelle immagini esistono, in citazioni tagliate dove spariscono le parole scomode. La rimozione e diventata tecnica di governo: se non nomini, non esiste; se non esiste, non devi rispondere; se non devi rispondere, puoi continuare.

I fiori come dissenso: Mosca e Pietroburgo

Eppure il reale torna sempre, anche quando lo cancelli in video. A Mosca e a Pietroburgo la gente porta fiori ai monumenti di Lesja Ukrainka e Taras Ševčenko, lascia biglietti con “Non uccidere”, disegni, foglietti di pace. La polizia fotografa, schedare e il nuovo modo di ascoltare. In quel gesto minimo dei fiori io vedo ancora la Russia che non coincide con lo Stato: non l’eroismo urlato, ma la coscienza sussurrata; non la grandezza, ma la dignita. La mappa dei caduti: un cimitero dentro un computer. Nello stesso flusso di notizie trovo la cifra piu pesante da ingoiare: oltre duecentomila morti russi confermati per nome dal 24 febbraio 2022, e stime che spingono il numero reale piu in alto. E un cimitero che cresce dentro un computer, una mappa interattiva che sostituisce il discorso pubblico, perche il discorso pubblico e vietato. La patria, di nuovo: uno Stato che chiede sacrificio e una societa che non puo nemmeno contare i suoi caduti senza doverlo fare clandestinamente, con gli strumenti del giornalismo indipendente.

Telegram come respiro: perche il potere prepara il clima

E qui si incastra un’altra parola chiave, che nei prossimi giorni diventa dominante: Telegram. Non e solo un’app. In Russia, da anni, e una protesi del respiro. E il giornale, il passaparola, il modo di capire se cio che la televisione tace e accaduto davvero. E quindi e naturale che il potere lo percepisca come una minaccia. Nella notte tra il 23 e il 24 leggo che due grandi quotidiani statali pubblicano, a distanza di minuti, testi quasi identici su un presunto procedimento contro Pavel Durov per “sostegno ad attivita terroristiche”: testi presentati “secondo materiali dell’FSB”, con l’aria di comunicati mascherati da giornalismo. Telegram viene descritto come “strumento di minacce ibride” e “quartier generale digitale dei terroristi”. La trama e evidente: non stai parlando di tecnologia, stai preparando un clima. Stai dicendo alla popolazione: se vi togliamo questo canale, lo facciamo per salvarvi. E il rituale classico: creare paura, indicare un colpevole, introdurre restrizioni. E infatti, subito dopo, arrivano parole operative: blocco delle chiamate, rallentamenti piu forti, “degradazione del traffico”.

25 febbraio 2026. L’ultimatum: o obbedisci o sei “terrorista”. Il potere non si limita ad accusare: mette in scena una lezione. Un deputato parla di due–tre mesi per arrivare a definire Telegram “passeur del terrorismo” e formula condizioni che suonano come ultimatum: registrarsi in Russia, archiviare dati sul territorio russo, consegnare informazioni su richiesta dell’FSB. In altre parole: diventare parte del sistema di sorveglianza, o essere dichiarati nemici. E importante notare la perversione: non si chiede il rispetto della legge, si chiede la sottomissione.

La risposta di Durov: “uno Stato che teme il proprio popolo”. E quando Durov risponde definendo “triste” uno Stato che teme il proprio popolo, io non posso che pensare a quante volte, negli ultimi anni, la paura del potere si e travestita da morale, da tradizione, da sicurezza. Non e la prima volta, e ogni volta il risultato e lo stesso: meno aria. La censura che inciampa: Roskomnadzor e il paradosso. Persino il sito di Roskomnadzor, il custode della censura, in quei giorni risulta a tratti irraggiungibile per molti utenti: un dettaglio quasi comico, come se la macchina che restringe l’internet non reggesse il peso della propria hybris. Ma nella tragicommedia russa il sorriso dura un attimo: poi tornano gli arresti e i fascicoli.

La giustizia come nastro trasportatore: quattromila imputati, zero assoluzioni

         Qui entra in scena un numero che mi colpisce piu delle dichiarazioni: oltre quattromila persone diventate imputate in procedimenti legati alla guerra, con oltre tremila ancora in custodia e migliaia di condanne, quasi tutte con pene reali. Non ci sono assoluzioni. E come se la giustizia fosse stata trasformata in un nastro trasportatore: prendi, etichetta, condanna.

Il volto della repressione: un ragazzo di diciassette anni

E tra i volti che emergono c’e quello di un ragazzo: diciassette anni, Arsenij Turbin, uno dei piu giovani prigionieri politici del Paese, gia condannato, ora colpito da un nuovo caso per “disordini di massa”. Non importa cosa abbia fatto o non fatto: cio che conta e la logica del sistema, aumentare la pena, spezzare la persona, mandare un messaggio agli altri ragazzi. Questa e la pedagogia del regime: non educare, ma intimidire. Universita in trincea: studenti come “quota”. E mentre si costruisce questa pedagogia della paura, in un’altra parte del Paese leggo che un’universita avrebbe fissato quote per inviare studenti alla guerra, elenchi di “categorie promettenti” non per lo studio, ma per il reclutamento. E lo stesso meccanismo applicato a un’altra istituzione: trasformare cio che dovrebbe produrre futuro in un ingranaggio del presente bellico.

26 febbraio 2026

I conti che non tornano: deficit record e regioni in affanno. La guerra e anche economia, e l’economia comincia a scricchiolare in modo che non si puo piu nascondere del tutto: regioni che tagliano bilanci perche non hanno piu “avanzi” per coprire i deficit, e un deficit complessivo che raggiunge livelli record, con entrate che crescono poco e spese che crescono molto. Non e solo contabilita: e la traduzione numerica di una societa che paga il prezzo dell’autocrazia. Mariupol’ “vetrina” mancata: macerie e mercato. Nello stesso periodo si parla anche di Mariupol’, “vetrina” promessa dell’occupazione: e invece, a distanza di tre anni, una parte significativa del centro rimane distrutta.

Le immagini satellitari raccontano una storia che non coincide con i servizi trionfali: quartieri ancora in rovina, edifici storici non ricostruiti, macerie che restano. E quando leggo che i terreni delle case demolite vengono spesso destinati a nuove costruzioni “in vendita”, con mutui agevolati, e che gli abitanti protestano perche non ricevono gli appartamenti promessi, riconosco un tratto tipico del nostro tempo: persino la tragedia diventa occasione di mercato, e il dolore delle persone viene amministrato come fastidio.

27 febbraio 2026. Nemcov: la memoria come reato potenziale

Undici anni dall’omicidio di Boris Nemcov. Sul ponte, fiori. E di nuovo, controllo, documenti, divieto di sostare in gruppo. La memoria, in Russia, e un crimine potenziale. E questo che il potere non perdona: non tanto l’opinione, quanto la memoria condivisa, perche la memoria crea comunita. Lettere che fanno paura: il fermo di Duncova. In quei giorni leggo anche di Ekaterina Duncova, figura dell’opposizione civica, fermata durante una serata di lettere ai prigionieri politici: non una manifestazione di piazza, non un comizio, ma lettere. La repressione, quando e stabile, non ha piu bisogno di grandi eventi: punisce il gesto minimo, perche capisce che e nei gesti minimi che una societa impara a non essere completamente addomesticata.

1 marzo 2026. “Troppa gente”: il divieto come confessione di debolezza

Nel calendario russo e gia primavera, ma nel calendario politico e ancora inverno pieno. A Novosibirsk era previsto un митинг per la liberta di internet, con slogan contro il blocco di Telegram e contro l’imposizione di MAX; altrove le autorita annullano o rifiutano iniziative simili dicendo, con faccia seria, che potrebbero esserci “troppi partecipanti” e dunque un rischio per la sicurezza. E una formula che ormai conosco: non proibiamo perche siete in pochi, proibiamo perche potreste essere in tanti. La paura del numero e il segno piu chiaro della fragilita del potere. Aprile come soglia: il blocco “finale” di Telegram. E nello stesso giorno arriva anche il segnale piu esplicito: secondo fonti giornalistiche, la possibilita di un blocco di Telegram viene discussa per i primi giorni di aprile, come decisione “finale”. La parola “finale” in Russia e sempre inquietante: non indica una conclusione tecnica, indica un salto di qualita nella chiusura. Due Russia, una sola domanda: quanto respiro resta. Eppure, in mezzo a tutto questo, io continuo a vedere due Russia che coesistono. Da una parte quella ufficiale, che prepara comunicati, inventa colpevoli, costruisce ostilita, e chiama “protezione” cio che e controllo. Dall’altra una Russia che deposita fiori, scrive lettere, va ai ponti, cerca ancora un linguaggio per dire “io non sono d’accordo”, anche quando questo linguaggio viene fotografato dalla polizia e archiviato. La speranza, nella mia esperienza, non e un sentimento ottimista. E un’abitudine morale. E dire: finche esiste qualcuno che porta un fiore, finche esiste qualcuno che rischia una lettera, finche esiste qualcuno che non accetta di chiamare “normale” l’ingiustizia, allora non tutto e perduto.

La primavera non chiede permesso

E se il potere vuole chiudere Telegram, non e perche gli importa dei “terroristi”, ma perche gli importa di chi respira. Chiudere un canale, oggi, significa provare a chiudere una possibilita: la possibilita di scambiarsi il reale. Ma la storia russa, anche nei suoi periodi piu neri, ha sempre mostrato che il reale trova fessure. Non so quanto tempo servira, ne quale prezzo pagheremo ancora. So solo che la primavera, quando arriva davvero, non chiede permesso.