Diario della speranza russa – 25 gennaio 2026

La stretta della repressione e piccole fenditure di luce

Lev Tulskij

Russia, 25 gennaio 2026

Il primo dato strutturale, quello che negli ultimi giorni torna come un ronzio fisso dietro ogni notizia, è l’aumento quantitativo e qualitativo della repressione: il database collegato a Memorial (Rights in Russia) registra nel 2025 una crescita forte delle persone private della libertà per motivi politici, da 2.662 a 4.884 in un solo anno, e l’elenco dei “prigionieri politici” passa da 803 a 1.268; insieme a questo cresce il peso delle accuse più gravi, perché circa il 45% delle nuove persecuzioni politiche usa norme “antiterrorismo” e circa il 27% norme sul “tradimento”. Questo spostamento è decisivo: non si tratta più solo di sanzionare opinioni, ma di trasformare l’opposizione — anche minima — in una minaccia “esistenziale” allo Stato. È un salto di paradigma: se tu sei “terrorista” o “traditore”, non sei un cittadino da contestare; sei un nemico da neutralizzare. E questo spiega l’allungamento delle pene, l’uso più frequente della custodia cautelare, la pressione sulle famiglie, e il clima di paura che rende quasi impossibile la piazza; ma spiega anche un tratto più moderno e più subdolo: la repressione contemporanea si regge sulla selezione del visibile, cioè sul far sparire i casi “invisibili” e lasciare in vista solo quelli che servono alla narrazione del potere. Da qui l’importanza di annotare non solo i casi celebri, ma anche quelli apparentemente marginali: è lì che si vede la struttura.

L’8 gennaio si è aperta la geografia delle ecoproteste: Kaliningrad, Čeljabinsk, la Siberia; il Cremlino ha spinto per anni i temi ambientali fuori dallo spazio pubblico perché non ha risposte, mentre oltre il 70% della popolazione urbana vive in condizioni di inquinamento dell’aria alto o molto alto e anche il VCIOM (Vserossijskij centr izučenija obščestvennogo mnenija, Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica) ammette che il 75% dei russi nota regolarmente problemi ambientali. L’agenda ecologica è tra le più “protestatarie”: in tre anni sono state registrate almeno 4.738 azioni ecologiche e il numero cresce anche a inizio 2026. Kaliningrad — 9 gennaio, ore 12:00, giardinetto presso il monumento ai “Connazionali cosmonauti”: meeting autorizzato contro riduzione delle aree verdi, edificazione “a macchia” e smantellamento della rete tranviaria; invito al governatore Aleksej Besprozvannych e attesa di capire se avrà il coraggio di presentarsi. Čeljabinsk — 10 gennaio, ore 13:00, ingresso dell’Ekopark: incontro dei residenti; petizione (5.714 firme) contro la costruzione sulla base sciistica nel quadrante nord-ovest, vicino all’ecoparco “Severo-Zapadnyj” (“nordoccidentale”); in una città ecologicamente critica, la gente non vuole rischiare i “polmoni della città”.

Poi il Bajkal: oltre 117.000 firme contro i tagli a raso; la raccolta continua nonostante l’entrata in vigore dal 1 marzo 2026 della legge firmata da Vladimir Putin; il 27 dicembre a Irkutsk alcune centinaia di persone hanno chiesto al presidente di rivedere la legge. E ancora, oltre 19.000 firme contro un disegno di legge che consente espropri di terre di aree naturali protette e modifica dei confini delle OOPT (Osobo ochranjaemye prirodnye territorii, “territori naturali particolarmente protetti”) per “oggetti di rilevanza statale”: costruzioni ammesse “per la difesa” e “per lo sviluppo socio-economico”, decisioni affidate a una commissione di funzionari senza considerare l’opinione di scienziati ed ecologi; osservazioni accettate fino al 21 gennaio, fase cruciale. Conclusione: quando le iniziative ecologiche superano le singole lettere e diventano sistemiche e intersociali, le chance di vittoria aumentano; per questo sono essenziali i media regionali indipendenti che seguono sul campo (Ekaterinburg Budušcego; Kalina39.info; Nastojaščij Severo-Zapad; Nastojaščij Ural; Nastojaščee Povolž’e; Nastojaščaja Sibir’).

Il 12 gennaio, come una chiusura di porta, emerge un dato che sembra tecnico e invece racconta una filosofia del potere: nel 2025 le interruzioni delle comunicazioni sono diventate uno strumento centrale di pressione sulla società; in un anno oltre 37.000 ore di blocchi, record assoluto. Non è più solo censura: è addestramento; ti abitui a perdere il segnale come si perde un diritto, a tratti, senza nemmeno indignarti.

Il 13 gennaio la casa editrice Popcorn Books annuncia la chiusura: fondata nel 2018, nata nella galassia di Individuum e poi passata sotto il controllo del gruppo Eksmo nel 2023, è finita schiacciata dopo la legge contro la “propaganda LGBT” e, nel 2025, con procedimenti contro tre dipendenti per “organizzazione dell’attività di un’organizzazione estremista”, fino all’inserimento nella lista di “terroristi ed estremisti”. Nel messaggio d’addio ringraziano autori e lettori e lasciano una frase che sembra un epitaffio per la cultura in tempi di repressione: se i libri resteranno “sullo scaffale, nella memoria o nel cuore”, allora non è stato inutile.

Il 14 gennaio, a Mosca, partono procedimenti per “propaganda LGBT” contro top manager di grandi piattaforme di cinema online (Kinopoisk; Ivi; Wink; Amediateka). Nello stesso giorno compare anche un’altra linea di faglia: nel 2025 la Russia registra il massimo di reati gravi e particolarmente gravi degli ultimi 15 anni (627,9 mila), mentre il totale dei reati registrati diminuisce; meno reati complessivi, più reati pesanti: una società che si irrigidisce, e un potere che prova a tenere liscia la superficie mentre dentro aumenta la frizione.

Il 15 gennaio, contro questa corrente, c’è un gesto opposto: la raccolta di Capodanno del fondo “Ty ne odin” (“Non sei solo”), creato da FBK (il Fondo della Lotta contro la Corruzione di Navalnyj) con Meduza, Mediazona, Dožd’ (“Pioggia”) e Služba podderžki (“Servizio di Assistenza”), supera i tre milioni di rubli: richieste concrete di prigionieri politici e famiglie (medicine, vestiti caldi, ricariche dei conti carcerari, aiuto per organizzare colloqui) e una logica dichiarata: non solo soldi, ma segno di solidarietà; ricordare a chi è dietro le sbarre che non è stato cancellato.

Il 16 gennaio, nella regione di Vladimir, viene ufficialmente chiusa la colonia penale n. 2 di Pokrov (Pokrov), la IK-2 dove era stato detenuto Aleksej Naval’nyj. La prigione esisteva da quasi trent’anni; i detenuti sono trasferiti, il destino degli edifici rimandato. Naval’nyj vi era stato da febbraio 2021 a giugno 2022 e aveva scritto di non immaginare che si potesse creare un “vero campo di concentramento” a 100 km da Mosca; non descriveva violenza visibile, ma leggeva la violenza nei corpi: posture tese, paura di girare la testa, disciplina come minaccia. Dmitrij Demuškin la definiva “durissima, esemplare” e parlava di “lomka”, cioè di un sistema che “spezza” le persone; Konstantin Kotov diceva che bastava un’infrazione minima per ricevere un richiamo che di fatto impediva la libertà condizionale. Nello stesso giorno si pronuncia ad alta voce ciò che prima era mezzo sussurro: Telegram rallentato come “morbido indizio” per costringere alla collaborazione, e l’argomento è sempre lo stesso: canali anonimi, truffe, manipolazioni; il volto pubblico è “sicurezza”, il risultato pratico è controllo della parola. Sempre il 16 gennaio, il Fondo presidenziale per le sovvenzioni assegna un milione di rubli al fondo “Lotos” per il progetto “Ja Svoboden” (“Sono libero”), destinato alla “riabilitazione” di ex detenuti, anche rientrati dalla guerra: il direttore del fondo è Georgij Nenasytin, condannato nel 2019 a 12 anni per reati commessi negli anni 2010 (rapimento, estorsione, manomissione di un oleodotto e furto di gasolio su larga scala) e verosimilmente reclutato dalla colonia nelle strutture di “Wagner”; non è noto quando sia rientrato dal fronte, ma nel gennaio 2025 guida “Lotos” e inizia a collaborare attivamente con “Edinaja Rossija” (Russia Unita). Il progetto promette ascolto, consulenza legale e psicologica, e perfino un robot-assistente per rispondere anche su panico e disorientamento: una cura digitale per un trauma reale, in un paese che normalizza l’anomalia della guerra fino a farla diventare “esperienza” spendibile anche in tribunale.

Il 19 gennaio, a Mosca, sul luogo del memoriale vandalizzato ad Anna Politkovskaja appare una nuova targa temporanea: gli attivisti di “Graždanskaja iniciativa” (“Iniziativa civile”) la appendono sulla casa in via Lesnaja dove lei viveva e fu uccisa il 7 ottobre 2006; “si può rompere la pietra, ma non si può distruggere la memoria”. Lo stesso giorno arrivano notizie sulla crisi strutturale dell’aviazione civile: ricondizionamento di vecchi Tu-204/214, An-148, Il-96, e perfino Boeing 747, come se anche il cielo dovesse essere sostenuto con ferri vecchi perché il futuro non arriva.

Il 20 gennaio entra in scena il grottesco: il deputato del Consiglio di Stato della Čuvašija e leader regionale del KPRF Aleksandr Andreev viene convocato in polizia per una foto in una kupel’. Qui una breve spiegazione è necessaria: kupel’ in russo significa “vasca / fonte”, e nel linguaggio corrente indica la vasca o, spesso, la buca nel ghiaccio dove durante la festa ortodossa del Battesimo del Signore (Epifania) molte persone si immergono in acqua gelata come rito; Andreev posa in quell’acqua con un cartello “Grenlandija, my s toboj! We are Greenland” (“Groenlandia, siamo con te!”), dice di voler sostenere “i lavoratori eschimesi” contro “l’imperialismo americano”, scherza persino con i poliziotti chiedendo se sia polizia ordinaria o dei trasporti visto che l’azione è avvenuta in acqua; e intanto lo Stato registra l’episodio come possibile “picchetto solitario”. Nello stesso giorno un’inchiesta colpisce Aleksandra Pugač, figlia di Valentin Pugač, rettore di VjatGU (Vjatskij gosudarstvennyj universitet, l’Università statale di Vjatka) e “fiduciario” di Vladimir Putin nella regione di Kirov: la contestazione riguarda “appelli pubblici ad attività contro la sicurezza dello Stato” perché in Georgia, a un meeting pacifista, aveva invitato a sostenere l’Ucraina e a donare alle AFU/VSU (Forze armate ucraine). Lei vive all’estero, ma le perquisizioni arrivano anche all’appartamento del padre: un messaggio sul contagio familiare, la punizione per prossimità. La famiglia, secondo la fonte, è originaria dell’Ucraina; la madre del rettore era fuggita da Pokrovsk a 85 anni, e il dettaglio più freddo è questo: dopo l’invasione, lui avrebbe interrotto i contatti con lei e con altri parenti in Ucraina.

Il 21 gennaio si restringe ancora lo spazio: il movimento ceceno NIYSO (“Giustizia”) viene riconosciuto “estremista” e inserito nei registri di Rosfinmonitoring (servizio federale di monitoraggio finanziario). NIYSO nasce nell’agosto 2022 e diventa noto per un canale Telegram; si definisce “resistenza informativa” e pubblica informazioni su rapimenti, violazioni dei diritti umani e mobilitazione forzata in Cecenia; nella primavera 2025 le autorità avrebbero colpito i parenti degli amministratori con confische e deportazioni fuori dalla Cecenia, fino a rapimenti di familiari (anche anziani e minorenni) usati come leva. Sempre il 21 gennaio il senatore Artëm Šejkin conferma misure restrittive contro Telegram, e Roskomnadzor ammette una strategia “a fasi”: prima tagliare chiamate audio/video, poi rallentare i media, sempre con la giustificazione di “prevenire crimini”. Nello stesso giorno, a SPbGU (Sankt-Peterburgskij gosudarstvennyj universitet, Università statale di San Pietroburgo) si inaugura un busto a Il’gam Ragimov, compagno di corso di Putin e “dottore honoris causa”; sullo sfondo tornano i nomi della rete universitaria e di potere: Aleksandr Bastrykin, Irina Podnosova, e le allusioni al “palazzo di Gelendžik” legate a prestiti e società come “Investicionnye rešenija” (“Decisioni di investimenti”). E come se non bastasse, lo stesso 21 gennaio emergono gli annunci di reclutamento per firmatari di contratti tramite falsi posti vacanti di lavoro per la guardia della inesistente “Luganskaja AES” (“centrale nucleare di Lugansk”, che non esiste): ti promettono “guardia”, ma ti dicono che servirai dove “dice la patria”. È la trappola linguistica del contratto: firmi per un luogo immaginario e poi il luogo reale non conta più.

Infine, sempre il 21 gennaio, la scuola viene equipaggiata per OBZR (Osnovy bezopasnosti i zaščity Rodiny, “Fondamenti di sicurezza e difesa della Patria”): kit per assemblare droni, simulatori di volo, “aerogare”, e insieme modelli di AK e pistola Makarov, granate da addestramento F-1 e RGD, radio militari, visori notturni, manichini per rianimazione, maschere antigas, mini-laboratori per ricognizione radiologico-chimica. La normalizzazione della guerra passa anche da qui: trasformare il gesto militare in routine scolastica.

Il 22 gennaio RKN accelera la guerra contro i VPN: 439 servizi bloccati dall’inizio del mese, con nuovi protocolli chiusi (SOCKS5, VLESS, L2TP). Eppure l’uso cresce: Sensor Tower registra un’impennata, e la rete Piterix vede aumentare il traffico verso hosting europei. È una scena tipica di questa epoca: chi comanda stringe, e chi vive inventa scarti laterali per respirare.

Il 23 gennaio la Procura generale dichiara “indesiderabile” la kriptobirža (“kriptoborsa”) WhiteBit (WhiteBit), fondata nel 2018 da Vladimir Nosov, accusandola di “schemi grigi” e di finanziamento dell’esercito ucraino; l’accusa cita anche United24 e il battaglione “Azov”. Nello stesso giorno il MID (Ministerstvo inostrannych del, Ministero degli Esteri) prepara un progetto per obbligare i russi all’estero a notificare ai consolati seconda cittadinanza o VNŽ (vid na žitel’stvo, permesso di soggiorno) entro 60 giorni, con sanzioni fino a 200.000 rubli o lavori obbligatori fino a 400 ore; entra anche una nuova definizione (“cittadino stabilmente all’estero”: più di sei mesi fuori e basi legali per vivere) e i giuristi notano il rischio sui rifugiati politici, che il diritto internazionale non dovrebbe costringere a contatti con lo Stato di origine; l’entrata in vigore, se approvata, sarebbe il 1 gennaio 2028. Ma lo stesso 23 gennaio accade qualcosa di inatteso: l’attore Vadim Dzjuba parla nel Tempio di Cristo Salvatore (Chram Christa Spasitelja) e dice una parola quasi proibita: miloserdie, misericordia; fa nomi, davanti ad applausi: Evgenija Berkovič, Svetlana Petrijčuk, Nadežda Bujanova, Igor’ Baryšnikov, Marija Ponomarenko, Aleksej Gorinov; e ricorda anche chi è morto in carcere: Pavel Kušnir e Viktoria Roščina. Chiude con la frase evangelica “Milosti choču, a ne žertvy” (“Misericordia voglio, non sacrifici”) e dice di essere “ostaggio della propria coscienza”. In un tempo di delazioni, pronunciare i nomi è già un’azione.

Sempre il 23 gennaio, come contrappunto di vita quotidiana, si misurano i prezzi dell’inverno: lo “Ščelkunčik” (“Lo Schiaccianoci”) al Bol’šoj, i pattinaggi al VDNCh, il caffè, le saune; la città diventa più cara, e la povertà è un’altra forma di silenzio.

Il 24 gennaio torna la proposta di internet “con passaporto”: il deputato Andrej Svincov, vice-presidente del comitato della Gosduma per politica dell’informazione e IT, insiste contro l’anonimato e parla di un “internet onesto, pulito e legale”; vuole eliminare account anonimi, combattere bot e “botofermy”, e dice che dietro ogni post deve esserci un uomo reale identificabile. L’argomento ufficiale è ridurre truffe, bullismo, estorsioni; il risultato pratico è semplice: trasformare la parola in un dossier utile a chi annienta, prima ancora che sia una frase.

Sul piano geopolitico, il 25 gennaio arrivano notizie di negoziati trilaterali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti: la portavoce della delegazione ucraina di Rustem Umerov, Diana Davitjan, conferma la fine dei colloqui; la delegazione russa, guidata da Igor’ Kostjukov, capo della Direzione principale dello Stato Maggiore, rientra in hotel; i risultati non vengono resi noti e, secondo fonti, la questione dei territori resta la più difficile. Anche il solo fatto che si parli, dopo anni di morte, entra nel diario come entra una luce bassa in una stanza fredda.

E tuttavia, dentro questa settimana di chiusure, il punto che resta veramente addosso è un gesto minuscolo e insieme enorme, perché spezza la grammatica della paura. L’attore teatrale e cinematografico Vadim Dzjuba ha parlato nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca di repressione e prigionieri politici. L’evento, dedicato al 130° anniversario della nascita di Sergej Esenin, si è svolto lo scorso autunno, ma i media se ne sono accorti solo di recente.

Dzjuba ha annunciato dal palco di voler parlare “di un concetto e di un sentimento cosi dimenticati come la misericordia”. L’attore ha definito i suoi poeti preferiti Esenin, Blok, Gumilëv e Mandel’štam “Sofferenti con la “S” maiuscola e ha affermato che gli hanno insegnato “a non ignorare l’ingiustizia a testa bassa per la vergogna”. Il discorso dell’attore è stato accolto con un applauso dal pubblico. “Il fatto è che oggi alcuni poeti, musicisti, drammaturghi, medici, insegnanti e giornalisti sono in prigione. Ma non hanno fatto nulla di male. Probabilmente li conoscete tutti. Tra loro ci sono la mia collega e poetessa, la regista Evgenja Berkovič, la drammaturga Svetlana Petrijčuk *applausi dal pubblico*, la pediatra Nadežda Bujanova, l’ingegnere Igor Baryšnikov, la giornalista Maria Ponomarenko e il deputato comunale Aleksej Gorinov”, ha detto Dzjuba.

L’attore ha anche nominato i prigionieri politici morti in custodia: il musicista e scrittore Pavel Kušnir e la giornalista Viktoria Roščina. “E oggi, in questo tempo vile di informatori e denunce, dove se non qui, nella sala della Cattedrale di Cristo Salvatore, possiamo ricordare il versetto del Vangelo: ‘Misericordia voglio, non sacrificio?’”, ha concluso il suo discorso.

Dzjuba ha dichiarato alla rivista “Agentstvo” di aver deciso di parlare perché era “ostaggio della propria coscienza”. L’attore ha affermato di non avere alcuna intenzione di lasciare il Paese, ma ha descritto il suo discorso come forse il suo ultimo: https://youtube.com/shorts/8DPZaZGayGQ?si=onsf0oDnfuFcwBDE