Diario della speranza russa – 21 dicembre 2025

Lev Tulskij

Russia, 21 dicembre 2025

C’è un dettaglio che, a distanza, rischia di sembrare tecnico e invece è spirituale: l’aria si fa più pesante non solo nelle strade, ma anche nei cavi. L’Internet russo diventa sempre più “sovrano”, tra virgolette: a tratti limitato, a tratti interrotto, a tratti ridotto a corridoi autorizzati. Le chiamate su Telegram e WhatsApp erano già state “strozzate” con pretesti di legge e sicurezza; ora la minaccia è più chiara: un blocco quasi totale di WhatsApp, anche per i messaggi, mentre lo Stato spinge MAX come alternativa controllabile. Nei condomìni, intanto, la politica scende nell’androne: la Duma ha approvato la norma che obbliga le chat “di casa” a migrare su MAX (con l’eccezione particolare di Mosca), cioè a spostare la conversazione quotidiana — guasti, spese, lamentele, solidarietà — dentro un canale “nazionale” e dunque tracciabile. E se la legge, per ora, non obbliga tutti, la realtà lo fa: l’abitudine viene indirizzata a colpi di ostacoli, restrizioni, “consigli”, e persino liste di siti “ammessi”.

In questi giorni, il Ministero dello Sviluppo Digitale amplia la sua “lista bianca” di siti che restano accessibili anche durante blocchi o limitazioni: dentro ci finisce perfino il sito che trasmette la diretta “Year in Review with Vladimir Putin”, insieme a siti istituzionali, compagnie aeree, piattaforme giovanili e una manciata di media russi. È la grammatica del futuro: non “Internet”, ma “accesso”, non “libertà”, ma “servizi essenziali”, come se la parola fosse pane razionato.

Eppure, proprio dentro questa pressione, accadono piccoli rovesciamenti di senso: la dissidenza impara a spiegare, pazientemente, gli stratagemmi per non cadere nel recinto; circolano guide, istruzioni, trucchi, consigli pratici su come resistere al “messenger obbligatorio” senza farsi schiacciare. E perfino i nomi delle fonti — canali, progetti, newsletter — diventano una mappa dell’aria che ancora respira: “Sirena” (canale Telegram di notizie; indicato dal Ministero della Giustizia russo come “agente straniero” in passato), “Govorit NeMoskva” (progetto di giornalismo indipendente sulle regioni russe), “Vërstka” (media indipendente che studia come funziona la società in Russia), “Važnye istorii” (testata investigativa russa in esilio/registrata fuori dalla Russia), “ASTRA” (media indipendente nato dopo l’inizio della guerra), “Pepel’ Belgorod” (canale Telegram di notizie e storie su Belgorod e regione).

Dalla Bielorussia, la stessa linea di frattura

Dalla Bielorussia arrivano immagini e notizie che sembrano una “smentita” al fatalismo: Maria Kolesnikova e Viktor Babariko, ora liberati, sono in Ucraina; le foto sono state pubblicate dal progetto “Voglio vivere” (iniziativa ucraina nota come “I Want to Live / choču žit’”, legata alla comunicazione di guerra e ai canali ufficiali ucraini), e in totale 104 prigionieri politici bielorussi sono stati portati in Ucraina; tutti sarebbero al sicuro e fuori dalla Bielorussia, secondo Denis Kučinskij, consigliere di Svetlana Tichanovskaja; la stessa Tichanovskaja racconta che Lukašenko avrebbe cambiato all’ultimo momento il percorso di uscita, sorprendendo perfino i partner americani. È come se, per una volta, la geografia non fosse gabbia ma varco: una frontiera che si apre, non che richiude.

Essere “indesiderabile” in Russia

In Russia, invece, la parola “indesiderabile” continua a crescere come muffa burocratica: il deputato Vasilij Piskarev, a capo della commissione della Duma sugli “interventi esterni”, annuncia che la Procura generale avrebbe sostenuto la dichiarazione di “indesiderabilità” delle attività di Deutsche Welle, accusata di propaganda ostile e di formare “specialisti della disinformazione”; ma nello stesso tempo non c’è comunicazione ufficiale della Procura, e DW non risulta nel registro pubblico delle organizzazioni indesiderate del Ministero della Giustizia. La tecnica è sempre la stessa: far esistere una decisione prima ancora che esista formalmente, così che l’effetto psicologico preceda il diritto.

Poi c’è la storia — quasi da romanzo di spie e finanza — che il Financial Times ricostruisce attorno a Pavel Durov: nel 2018 avrebbe incontrato Jan Marsalek, ex top manager di Wirecard ricercato per frode e ritenuto agente del GRU, proponendogli di investire in TON; Marsalek avrebbe coinvolto partner libici, tra cui il finanziere Ahmed Ben Khalim; Credit Suisse avrebbe bloccato la transazione per i co-investitori; Marsalek avrebbe aggirato i controlli investendo a proprio nome e, dopo lo stop della SEC al lancio di TON, avrebbe restituito i soldi. Qui la modernità digitale si svela per ciò che è: un’utopia di libertà abitata da interessi, agenti, schermature, e da quella zona grigia che divora i sogni tecnologici trasformandoli in leve geopolitiche

Non solo gli angeli: anche gli aguzzini muoiono

A Mosca, intanto, muore a 44 anni Aleksej Okopny, vice capo del Centro “E” (struttura del Ministero dell’Interno legata alla “lotta all’estremismo”), ricordato da attivisti e testimoni per pressioni e metodi violenti durante manifestazioni, arresti e perquisizioni: minacce, percosse, umiliazione psicologica, fino a racconti di minacce di stupro e provocazioni (“uscire a fare a pugni uno contro uno”). Il paradosso osceno è che, mentre ai cittadini si impone la gabbia, chi lavora nella gabbia vive spesso da turista: nonostante il divieto formale di viaggiare per molti dipendenti, emergono spostamenti, vacanze, destinazioni. È una teologia rovesciata del potere: penitenza per gli altri, eccezione per sé.

E la Duma, come in una scena di teatro dell’assurdo, approva in via definitiva l’abolizione delle dichiarazioni annuali dei redditi per funzionari, deputati, senatori, giudici: si dichiarerà “solo in certi casi” (ingresso, nomina, acquisto immobiliare sopra certe soglie), e l’argomento usato è la “sicurezza” e la protezione dei dati personali; in compenso, promettono un “monitoraggio anticorruzione continuo e automatizzato”. Da trent’anni a questa parte, la trasparenza si trasforma in algoritmo: non più controllo pubblico, ma controllo interno. La fiducia non è più un patto, è un dispositivo.

Eppure, anche la cultura fa i suoi scherzi: il cortometraggio “Le tre sorelle” di Konstantin Bronzit entra nella lista preliminare degli Oscar; il regista, però, non sarebbe Bronzit ma un autore fittizio, “Timur Kognov”, con biografia inventata: un esperimento per vedere se l’opera può passare per merito e non per “nome”. Non c’entra Čechov: tre sorelle su un’isola, una casa affittata a un marinaio, rivalità e sopravvivenza. E tra i titoli che circolano si citano anche “Extremist” (di Aleksandr Moločnikov, su Saša Skočilenko, la ragazza che scriveva “No alla guerra!” e dava informazioni rare sulle targhette dei prodotti alimentari mentre lavorava come commessa, la ricorderete) e “Mr. Nobody contro Putin” (di Pavel Talankin, insegnante degli Urali). L’Academy annuncerà i candidati il 22 gennaio. Qui la speranza non è ottimismo: è il fatto che, nonostante tutto, qualcuno tenta ancora la prova della verità.

Fratture tra gli oppositori, bombe “cadute”, e la guerra che riplasma il diritto

Vladimir Kara-Murza esce dal Comitato Antiguerra della Russia: lo annuncia su X, dicendo di non poter più stare nella stessa organizzazione con Garry Kasparov, che — a suo dire — usa “volgarità e vili insulti personali” come metodo politico. E aggiunge, con sarcasmo amaro, un saluto alla “Dichiarazione di Berlino” e al suo punto che invita a “astenersi dai conflitti pubblici” nei movimenti democratici e antiguerra. Secondo una fonte di “Sirena”, Kasparov lo avrebbe accusato di aver trasformato la prigionia in “azione di PR” e di aver “scontato troppo poco”. Qui la repressione vince due volte: prima chiudendo la bocca ai coraggiosi, poi mettendoli l’uno contro l’altro quando finalmente tornano a parlare.

A Belgorod, vicino a un asilo, cade un “ordigno”: 300 metri dal giardino d’infanzia n. 55, dice il governatore Vjačeslav Gladkov; evacuano, aspettano gli artificieri. Secondo “Pepel’ Belgorod”, con alta probabilità si tratterebbe di un’altra авиабомба russa “caduta” sul territorio russo. ASTRA ricorda che, a metà novembre, i conteggi parlavano di almeno 130 bombe aeree cadute in Russia e nelle zone ucraine occupate dall’inizio dell’anno: la guerra si comporta come un animale malato, e morde anche chi la nutre.

E poi l’orrore giuridico travestito da “necessità bellica”: l’ex deputato di “Russia Unita” Marat Kumukov, condannato a 13 anni per un triplice omicidio (secondo l’accusa legato a una banda dei primi anni 2000), viene liberato per andare a combattere; gli sostituiscono la pena con una condizionale perché firma un contratto col Ministero della Difesa. “Vërstka” (media indipendente) nota che ciò è reso possibile dalle modifiche al codice penale del 2024: puoi trasformare anni di carcere in libertà vigilata se vai in guerra “in periodo di mobilitazione o di tempo di guerra”. È una liturgia nera: il sangue come ammenda, la violenza come assoluzione.

Scuola, propaganda razziale, taxi in sciopero, cinema di Capodanno, e un divieto che sa di paura

In una scuola a Gorki-2, vicino Odincovo, un ragazzo entra con un coltello: media e canali (TASS, Interfax, SHOT, Baza) parlano di feriti; poi arriva la conferma della morte di un bambino, un alunno di quarta elementare; il Comitato Investigativo conferma il decesso. Il dettaglio che toglie il sonno è quello del casco: foto e post raccontano slogan nazisti, citazioni di Dylan Roof, frasi come “White Power”, “Natural Selection”, “Vej židov. Spasaj Rossiju”. In rete appare anche un video che sarebbe stato girato dallo stesso adolescente: chiede la nazionalità ai bambini, minaccia, spruzza gas all’addetto alla sicurezza, insegue e colpisce. Qui non c’è solo cronaca: c’è un buco educativo, un veleno che ha trovato linguaggio e costume.

Lo stesso giorno, in varie regioni, i conducenti di Yandex.Taxi scioperano: in alcune aree (Voronež, Samara, Smolensk) i prezzi salgono, in altre no; parlano di commissioni troppo alte, tariffe minime insufficienti, e della richiesta di vedere la destinazione senza pagare extra; lavorano 10–12 ore al giorno e i redditi non crescono. “Govorit NeMoskva” (progetto indipendente sulle regioni) cita stime di adesione tra il 15% e il 30%, con punte mattutine fino a un terzo, e si teme che l’aggregatore possa rescindere i contratti ai partecipanti. Il lavoro, come la parola, viene “ottimizzato”: e l’ottimizzazione spesso significa silenzio.

Poi c’è la scena più russa di tutte: la prima di “Ëlki-12”. “Ëlki” significa “Abeti”, ossia “Alberi di Natale”: una saga di commedie di Capodanno, una specie di cinepanettone nazionale, nata nel 2010 e trasformata in rituale commerciale di fine anno. Dmitrij Nagiev, per la quarta volta “zio Jura”, sale sul palco e dice cose che nessuno dovrebbe dire se volesse piacere a tutti: “Se siete venuti a Ëlki-12, con i contenuti stranieri nei nostri cinema siamo messi malissimo”; “Dopo esserti girato una volta in Ëlki firmi un contratto col diavolo”; ringrazia la sua avidità, ringrazia i produttori perché così guadagna “per le medicine”, e poi chiude con una frase che pesa più del cinismo: “Vi auguro un cielo pacifico sopra le teste. Enjoy!”. In quella formula — “cielo pacifico” — si sente che non è un fanatico della guerra: è uno che vede la ferita, la nomina, la lascia filtrare tra le battute, come un vero attore quando smette di recitare per un secondo.

E infine: le Pussy Riot vengono dichiarate “organizzazione estremista” da un tribunale di Mosca (Tverskoj), con udienza a porte chiuse; divieto di attività nella Federazione Russa, rischio penale per chiunque sia associato al gruppo. Anche qui, il potere non punisce solo un gesto: punisce il simbolo del gesto, cioè la memoria che potrebbe riaccendersi.

In mezzo a queste notizie, ecco la vita quotidiana di una docente, quasi un frammento evangelico capovolto: prima lezione con un bambino di 9 anni, famiglia d’intellighenzia; parlano di musica, lui cita Nirvana, Beatles, Rolling Stones, poi sottovoce chiede alla madre: “E non è pericoloso se dico che mi piace BG?” (Boris Grebenščikov). L’insegnante è felice di conoscerli — gusto, educazione, sguardo — ma nota la cosa decisiva: è già una nuova generazione che cresce nella paura. Il potere, quando funziona, non ha bisogno di censurare tutto: gli basta educare al sussurro.

Famiglia “presto”, processi grotteschi

Durante la diretta annuale, Putin sostiene l’idea dei matrimoni precoci: dice che dal Caucaso bisognerebbe prendere esempio, dove “si usa sposarsi presto”, e porta come modello Kadyrov, con “molti figli”. La demografia diventa destino, e la tradizione diventa strumento. Nello stesso spazio mentale, Kadyrov — in un altro episodio — parla dell’invio dei coscritti come “guerra santa”: ma nella traduzione russa di Grozny TV la parola “jihad/ghazawat” viene addolcita in “difesa della Patria”. È un dettaglio tecnico che in realtà è un atto teologico: cambiare il nome a ciò che chiedi agli uomini di fare.

Intanto, a Mosca, il caso della cantante putinista Larisa Dolina: la compratrice dell’appartamento chiede lo sfratto forzato; la difesa della cantante dice che è pronta a restituire il denaro, sostenendo che Dolina era stata ingannata da truffatori e credeva di partecipare a una “operazione speciale”. La storia, iniziata nell’agosto 2024 con la denuncia di aver consegnato oltre 200 milioni di rubli ai truffatori, diventa una parabola di vulnerabilità e di vergogna pubblica: una “cancellazione” da parte di ambienti filogovernativi, una sentenza, un ritorno del bene ma non del denaro alla parte lesa.

Appello di fine anno — La speranza che si fa pane, farmaci, voce

Per molti il Capodanno è casa, famiglia, festa; per chi è in carcere politico è un altro giorno uguale, lontano dai propri. E allora i canali dissidenti fanno una cosa disarmante: non gridano soltanto, organizzano aiuti. Parte una raccolta per cinque persone perseguitate per parole e convinzioni; scrivono che grazie alle donazioni sono già stati raccolti 44 005 ₽, e che i soldi servono per cibo, medicine, comunicazione, bisogni di base per: Arina Ivanova, Igor Baryšnikov, Vsevolod Korolev, Aleksandr Nozdrinov, Ljudmila Razumova. Poi ripetono l’appello in forma più ampia: vogliono inviare 20 000 ₽ a ciascuno, direttamente sul conto dei detenuti o ai familiari; dicono che mancano 55 995 ₽; insistono su un punto che fotografa l’epoca: “È sicuro per i donatori: non siamo sotto sanzioni, i trasferimenti vanno a persone concrete, senza status proibiti”. E i link restano, come si lasciano i fiammiferi vicino a chi trema:
CloudTips (solo rubli): https://pay.cloudtips.ru/p/b146b1cb
DAlink in ₽, €, $:
https://dalink.to/politzekinfo (per trasferire in ₽ serve IP russo)
E il post:
https://t.me/politzekinfo/8842

Questo è il punto in cui il mio diario smette di essere solo racconto e torna a essere dovere: la speranza non è una parola bella, è una logistica umile. Nel buio digitale, nel lessico della “lista bianca”, dentro i divieti e le udienze a porte chiuse, qualcuno continua a fare la cosa più concreta e più rischiosa: non lasciarli soli.