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Diario della speranza russa – 2 marzo 2026

Lev Tulskij

2 marzo 2026

C’è qualcosa di profondamente russo anche nelle guerre che non combattiamo direttamente. Lo si capisce quando un incendio lontano, nel Golfo o nel Levante, entra di colpo nei conti pubblici, nei telefoni dei turisti, nelle ansie del Cremlino e perfino nell’ironia sguaiata dei suoi consolati. L’escalation contro l’Iran ha fatto salire il prezzo del petrolio e già molti osservano che la Russia potrebbe diventare uno dei principali beneficiari di questa nuova catastrofe: il greggio cresce, si parla di un possibile aumento dell’estrazione nel 2026, e così una guerra altrui finisce per offrire ossigeno a un’economia che la guerra propria ha già deformato. Ma mentre il barile sale, emerge anche la verità morale del sistema. Il RST [Unione russa dell’industria turistica] ha stimato perdite di almeno un milione e mezzo di dollari al giorno per il prolungamento forzato del soggiorno dei turisti russi bloccati negli Emirati, in Arabia Saudita e in Oman; solo negli Emirati se ne conterebbero fino a centomila. Eppure il genkonsul’stvo [consolato generale] russo a Dubai ha risposto con toni da caserma, scherzando sui “siroty i sociopoby”, cioè sugli “orfani e sociopatici”, ai quali forse si sarebbe trovato posto, per carità, in condizioni “spartane”. Questo è ormai il tono del nostro Stato: paternalista con i forti, sarcastico con i propri cittadini in difficoltà, incapace perfino della semplice serietà.

Nello stesso giorno, a Mosca, si è svolta una scena che sembra scritta da un moralista crudele. Timur Ivanov, ex vice-ministro della Difesa condannato a tredici anni per corruzione e riciclaggio, ha chiesto ancora una volta di essere inviato alla SVO [operazione militare speciale], come se il fronte fosse ormai non il luogo del sacrificio, ma una lavanderia etica per i corrotti di rango. Gli è stato risposto di no. Nello stesso tempo è filtrato che il Cremlino potrebbe abbandonare i negoziati con Kiev qualora l’Ucraina non accettasse concessioni territoriali: la pace, per Mosca, continua a significare soltanto la ratifica della conquista. E mentre si alza questo ricatto, lavorano instancabilmente i kremleboty [bot filogovernativi del Cremlino]: attaccano Trump, lodano Putin, infilano l’Ucraina in ogni discorso sul Medio Oriente e perfino, in mezzo alle bombe, trovano il modo di evocare gli inoagenty [agenti stranieri]. Come se il vero nemico, alla fine, dovesse restare sempre e solo il dissenso russo. È anche il giorno in cui Ekaterina Šul’man viene condannata in contumacia a un anno di colonia penale per non avere apposto nel proprio canale Telegram la famigerata plaška [etichetta obbligatoria] di “agente straniero”. Un’intera macchina repressiva messa in moto non per un’azione, ma per una formula omessa. In Russia si viene puniti sempre meno per ciò che si fa, e sempre più per il modo in cui si è costretti a nominarsi.

3 marzo 2026

Il regime ama presentarsi come baluardo dell’ordine, ma in realtà si rivela ogni giorno di più come una gigantesca officina di disfacimento amministrato. Oggi questa verità è emersa in più direzioni, tutte convergenti. I dati della Procura generale dicono che nel 2025 in Russia sono stati registrati oltre quarantatremila reati di corruzione, il livello più alto degli ultimi tredici anni. Dietro la cifra astratta si intravedono volti, patrimoni, parentele, tribunali addomesticati, carriere costruite sulla rapina legale. In questo quadro si colloca anche il caso di Nikolaj Kolesov, capo di “Vertolëty Rossii” [elicotteri di Russia], che ha citato in giudizio l’ex moglie per le accuse da lei rivoltegli in un’intervista straniera: corruzione dei giudici, minacce, percosse. E proprio mentre lui parla di onore e reputazione, le indagini estere seguono il filo dei soldi, delle ville, dei beni intestati ai familiari, di una ricchezza che la Russia produce solo per una ristretta aristocrazia predatoria. È il nostro paradosso morale: più lo Stato predica disciplina e patriottismo, più i suoi uomini forti vivono come padroni di un bottino.

Ma la novità più inquietante di giornata riguarda chi non appartiene affatto a queste élite. Per la prima volta, secondo il Dviženie soznatel’nych otkazčikov [Movimento degli obiettori di coscienza], è stato applicato in modo pienamente automatico il pacchetto di restrizioni previsto dal reestr voinskogo učëta [registro elettronico dell’obbligo militare]. Un giovane di Kaliningrad, che non si era presentato al voenkomat [commissariato militare], si è visto imporre in blocco divieti sulla guida, sulle attività economiche, sui beni immobili, sulla registrazione di veicoli e su altri aspetti fondamentali della vita civile. La tecnologia, che altrove dovrebbe semplificare l’esistenza, qui viene impiegata per renderla revocabile. Nello stesso orizzonte si collocano i segnali che arrivano dalla guerra in Medio Oriente: l’attenzione americana rischia di spostarsi dall’Ucraina, i prezzi energetici sostengono la Russia, e così il Cremlino continua a trarre vantaggio dalla congestione del mondo. Da noi il caos internazionale non viene temuto: viene metabolizzato, convertito in margine, trasformato in un’altra risorsa di sopravvivenza politica.

4-6 marzo 2026

Tra il 4 e il 6 marzo la Russia ha offerto un autoritratto quasi perfetto di sé: uno Stato che si difende male, amministra peggio, punisce molto e mente sempre. Il 4 marzo un elicottero russo è stato abbattuto, secondo le discussioni circolate nei canali Z [filoguerra], durante il lavoro della stessa PVO [difesa aerea] contro i droni nella regione di Rostov, vicino a Millerovo. È difficile immaginare un simbolo più esatto della Russia di oggi: un potere che nel tentativo di proteggersi finisce per colpire sé stesso. Nello stesso giorno i siloviki [apparati di forza] hanno condotto l’ennesima perquisizione contro l’ex deputata municipale Galina Fil’čenko, già più volte coinvolta come testimone in procedimenti legati a Il’ja Ponomarëv e all’associazione antimilitarista dei deputati della “Russia di pace”. A Bodaibo, in Siberia, il capo dell’amministrazione cittadina è stato posto agli arresti domiciliari dopo la devastante crisi dei servizi comunali dell’inverno: acquedotti gelati, case senza acqua e senza riscaldamento, scuole coinvolte, e la prospettiva che i danni non vengano risolti prima dell’autunno. Persino le città ormai sembrano vivere in uno stato di provvisorietà postbellica.

Il 5 marzo è toccato a Ruslan Calikov, ex primo vice-ministro della Difesa, essere arrestato con accuse di appropriazione indebita, riciclaggio e tangenti, mentre continuano a emergere residenze e beni per miliardi di rubli attribuiti a lui o ai suoi familiari. Nello stesso tempo la regione di Samara ha modificato il proprio piano di pagamenti alle studentesse incinte: aumentano le destinatarie previste, si riduce la somma riconosciuta. Anche qui il dato amministrativo è più eloquente di qualsiasi commento: la maternità adolescenziale viene ormai trattata come voce di bilancio e strumento demografico. Il 6 marzo, infine, più di millecinquecento camionisti russi sono rimasti bloccati in Iran, ad Astara, dopo la chiusura del confine azero: trasportavano frutta, verdura, noci, merci deperibili, dunque tempo convertito direttamente in danno economico. La Banca di Russia ha prorogato fino al 9 settembre le restrizioni sul ritiro di valuta estera in contanti, segno che la normalità finanziaria resta un’eccezione sorvegliata. Intanto si scopre che un militare la quale aveva denunciato davanti a Putin il “telegrafo nemico”, cioè Telegram, usa lui stesso quel servizio con abbonamento premium. E nello stesso clima la FAS [Servizio federale antimonopolio] lascia intendere che la pubblicità su Telegram potrebbe essere considerata illecita a causa delle limitazioni di accesso. In Russia non è più necessario proibire ufficialmente ogni cosa: basta renderla tossica, incerta, potenzialmente punibile. Così la libertà si ritira da sola.

8-12 marzo 2026

L’8 marzo, mentre la retorica ufficiale celebrava le donne, la realtà offriva un’altra immagine del paese. Morivano in un incidente l’attrice Ekaterina Vedunova e sua figlia quindicenne, e quasi nello stesso tempo un adolescente faceva esplodere un bancomat in un ufficio bancario della regione di Mosca dopo aver ricevuto istruzioni telefoniche da sconosciuti. Lutto vero, violenza teleguidata, fragilità privata e degrado pubblico: in Russia queste cose ormai convivono nello stesso giorno senza più contraddirsi. Ma la vicenda che meglio ha rivelato il carattere del potere è quella esplosa nei villaggi della regione di Novosibirsk. Con il pretesto del pasterellëz [pasteurellosi] e della rabbia, mentre alcuni sospettano perfino l’afta epizootica, è partita una campagna di abbattimento di massa del bestiame: animali uccisi o portati via in assenza dei proprietari, polizia in assetto pesante, veterinari che non mostrano documenti, strade bloccate, abitanti intimiditi, attivisti multati o arrestati. In una sola azienda sono stati soppressi più di quaranta bovini, centocinquanta pecore, cammelli, maiali. Interi villaggi vivono del proprio bestiame, e qui lo Stato è entrato non per soccorrere ma per espropriare.

Nello stesso arco di giorni, San Pietroburgo e poi Mosca hanno sperimentato il nuovo volto del controllo digitale. Il 9 marzo l’internet dei cellulari si è quasi spento a Pietroburgo per la minaccia di BPLA [droni]: rimangono accessibili soltanto i siti in “lista bianca”, le pagine comuni non si aprono, i messaggi non partono, la rete si riduce a corridoio autorizzato. In seguito si viene a sapere che nella capitale funziona sempre più sistematicamente il meccanismo delle belye spiski [liste bianche] di risorse consentite, e perfino gli operatori mandano SMS agli utenti per avvertirli che nel loro quartiere l’internet dei cellulari potrebbe essere limitato “per ragioni di sicurezza”. Il ministro delle emergenze della Kamčatka viene nel frattempo contattato da truffatori perfino nel messenger statale Max, promosso dalle autorità come alternativa più sicura a Telegram: il controllo, evidentemente, non coincide affatto con la competenza. Il 10 e l’11 marzo continuano i segnali della stessa confusione autoritaria: in Primor’e la FAS [Servizio federale antimonopolio] impone di ritirare un appalto da 41 milioni di rubli per la promozione in Telegram; in altre regioni gli abitanti protestano contro l’abbattimento del bestiame e vengono trattati come se fossero un problema di ordine pubblico. Il 12 marzo, mentre Telegram subisce nuovi disservizi in tutto il mondo, in Russia ormai non si distingue più tra guasto e pressione politica: ogni interruzione sembra già preparata dall’idea del divieto.

13-16 marzo 2026

Dal 13 al 16 marzo il potere russo ha mostrato di voler controllare non solo la realtà, ma anche la sua immagine, il suo ricordo e perfino la sua eventuale critica artistica. Alla Duma è stato presentato un progetto di legge che permetterebbe di vietare film stranieri ritenuti capaci di “discreditare” la Russia o di diffonderne un’immagine negativa. Non basta più sorvegliare il presente: si vuole impedire che il paese possa essere guardato da fuori e riconosciuto per ciò che è diventato. Nello stesso spirito si inserisce la decisione delle autorità di Vladivostok di rimuovere dal lungomare il monumento a Solženicyn, su richiesta del comando della Flotta del Pacifico e di associazioni di veterani. La statua non è bene culturale protetto, dicono; dunque può essere spostata, quasi nascosta, privata del suo senso originario. Perfino un simbolo del ritorno in patria di chi aveva raccontato il Gulag viene percepito come corpo estraneo nella Russia di oggi. Si aggiunge poi la rivelazione, apparsa sulla stampa italiana, che dietro il rientro della Russia al padiglione della Biennale di Venezia si trovano la figlia di Sergej Lavrov e la figlia di un alto dirigente di Rostech. L’arte, ancora una volta, appare come prolungamento genealogico del potere e decorazione internazionale dell’oligarchia.

In quei medesimi giorni la repressione si fa insieme minuta e capillare. A Perm’ viene prima autorizzata e poi revocata all’ultimo momento una manifestazione contro i blocchi di internet; due attivisti sono fermati comunque. In altri luoghi le proteste contro il rallentamento o la possibile chiusura di Telegram vengono spinte nelle periferie, tra pretesti tecnici e divieti amministrativi. Il 16 marzo la contadina Svetlana Panina, che ha perso circa duecento animali a Novosibirsk, rincorre nei corridoi del governo regionale il ministro dell’agricoltura, il quale si sottrae letteralmente al confronto. Nello stesso giorno il documentario “Mr. Nobody Against Putin”, girato dal videografo scolastico Pavel Talankin con David Borenstein, riceve l’Oscar come miglior documentario. La pellicola mostra come la scuola russa sia stata trasformata in officina di propaganda dopo l’invasione dell’Ucraina. Il regime non sa come trattare questo genere di vittorie: alcuni media le tacciono, altri le bollano come “antirusse”. Ma proprio qui sta il loro significato più profondo: il potere teme immensamente chi ha visto il suo meccanismo dall’interno e ha portato fuori le prove. Quasi nello stesso momento Mosca subisce il più vasto attacco di droni dall’inizio della guerra, ma con pochissime immagini diffuse dal basso. Rumore senza memoria: è forse questo, oggi, il sogno perfetto dell’autorità.

17-19 marzo 2026

Negli ultimi giorni il conflitto tra Stato e società si è concentrato attorno a un oggetto solo apparentemente tecnico: Telegram. Secondo i dati pubblicati il 17 marzo, la quota di richieste fallite verso i domini del servizio dalla Russia sfiora ormai l’80 per cento, con punte ancora più alte in alcuni distretti federali. Gli esperti chiamano in causa i TSPU [mezzi tecnici di contrasto alle minacce], cioè l’infrastruttura con cui RKN [Roskomnadzor] filtra il traffico: nodi con capacità diverse, regole sempre più complesse, applicazioni diseguali a seconda delle regioni. A Pietroburgo le autorità avvertono esplicitamente che il mobile internet potrà essere limitato per ragioni di sicurezza; a Mosca gli SMS parlano dei servizi disponibili in “lista bianca”; a Krasnodar perfino i comizi contro il blocco di Telegram vengono spinti ai margini della città. E tuttavia proprio in questa macchina di controllo cominciano a vedersi crepe importanti. Forbes scrive che l’infrastruttura di RKN [Roskomnadzor] non riuscirebbe sempre a reggere il volume di traffico da filtrare; alcuni servizi già bloccati a tratti riappaiono, certi operatori lasciano passare perfino YouTube o WhatsApp. Il paradosso è quasi ironico: un apparato costruito per l’onnipotenza si affatica proprio a causa del proprio eccesso di controllo.

Ma non c’è solo la rete. In questi stessi giorni la regione di Novosibirsk continua a vivere la propria tragedia rurale: i contadini vengono multati, arrestati, minacciati; alcuni ricevono sostegno da donazioni popolari che servono almeno a pagare le sanzioni, mentre il governatore definisce l’abbattimento del bestiame una misura “severa ma assolutamente necessaria”. Intanto emergono le ricchezze della ministra dell’agricoltura Oksana Lut: immobili, gioielli, orologi per milioni di rubli, mentre ai proprietari delle vacche uccise si promettono compensazioni irrisorie. Il 18 marzo muore in un SIZO [carcere di custodia cautelare] Vladimir Osipov, condannato a sei anni e mezzo per post contro la guerra, benché gravemente malato e privo di cure adeguate. Nello stesso giorno il propagandista e autore di delazioni Il’ja Remeslo prende improvvisamente le distanze da Putin, lo definisce illegittimo e criminale, chiedendone perfino il processo: non sappiamo se sia follia, opportunismo o semplice mutamento del vento, ma è un altro segno di incrinatura. Sempre allora si scopre che le donne che dichiareranno di non voler avere figli potrebbero essere inviate a uno psicologo “per formare atteggiamenti positivi verso la maternità”: il potere non si accontenta più del corpo dei soldati e del silenzio dei cittadini, vuole correggere perfino il desiderio. Il 19 marzo si aggiungono altre due immagini conclusive. Da una parte Putin, quasi assente dal Cremlino da giorni, appare solo in collegamenti o in incontri dal luogo incerto; dall’altra il sistema di filtraggio di internet mostra di non essere così infallibile come pretendeva. Un potere lontano, sempre più ossessionato dal controllo, ma incapace di governare senza produrre al tempo stesso paura, assurdità e una crescente stanchezza morale. Questa, forse, è oggi la vera atmosfera della Russia: non la forza, ma lo sfinimento amministrato.