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“L’economia della morte”

Com’è stata monetizzata la vita umana nella Russia di Putin: un libro di Vladislav Inozemcev

Daria Kryukova

Gli italiani spesso mi chiedono: perché tanti russi si arruolano volontari per andare ad uccidere o a morire in un paese straniero? Sono tutti fanatici che credono alla storia dei nazisti ucraini? La risposta è scomoda. La maggior parte non si arruola per amore di Putin o del «mondo russo», ma per soldi. Tanti soldi. Talmente tanti da non poter essere guadagnati, nell’arco della propria vita, in altro modo che non sia questo. La ragione di fondo è dunque la povertà in cui vive la maggioranza dei russi. In Russia una persona può portare alla propria famiglia più denaro con la propria morte di quanto ne guadagnerebbe lavorando per decenni. Sembra mostruoso ma è proprio così che funziona la «mortonomia», l’economia della morte, come nel titolo del nuovo libro dell’economista Vladislav Inozemcev: «Smertonomika. Monetizacija žizni v putinskoj Rossii», Londra, Freedom Letters, Londra, 2026

Ecco la definizione che ne dà Inozemcev: «Putin ha cercato di risolvere un compito inimmaginabile: garantire crescita economica e prosperità sacrificando il proprio popolo. Per quanto questo progetto sia folle dal punto di vista etico, come idea economica si è rivelato del tutto realizzabile. All’economia non importa per quale motivo vengano pagati i soldi che entrano nel mercato: per beni prodotti, servizi prestati o semplicemente per una vita insensatamente e inutilmente sacrificata».

In altre parole, lo Stato ha trasformato la vita in una merce e la guerra in un mercato in cui quella vita viene acquistata. Ecco come funziona, con alcuni dati elaborati dallo stesso autore. Un cittadino residente in provincia  (Pskov, ad esempio) ha un debito di 9,9 milioni di rubli (circa 100.000 euro) ed è costantemente sollecitato dagli ufficiali giudiziari. Trasferisce la propria residenza a Mosca e firma un contratto militare. Sette mesi dopo viene ucciso da un drone. La vedova riceve almeno 30 milioni di rubli, circa 300.000 euro. Dieci milioni sono costituiti dal debito cancellato. Il resto comprende bonus alla firma, stipendio, indennizzo per il decesso e assicurazione. Se fosse rimasto a vivere e a lavorare nella regione di Pskov, avrebbe impiegato 45 anni per guadagnare una cifra simile.

Questo sistema è stato introdotto dopo la mobilitazione parziale del 2022: proprio allora il Cremlino si è reso conto che i russi non avevano affatto voglia di andare in guerra, come dimostrano le centinaia di migliaia di persone fuggite dal Paese. Inoltre, il Cremlino cercava con tutte le proprie forze di far credere che non ci fosse nessuna guerra, che tutto accadesse laggiù, in Ucraina, e che si trattasse di un’«operazione militare speciale» che, in senso lato, non riguardava i russi. Ma i soldati servivano, quindi bisognava inventarsi qualcosa. E così hanno trovato la soluzione: comprare le vite.

Il Cremlino ha costruito attorno a questo meccanismo un intero mercato. Le regioni competono per attirare i firmatari dei contratti militari, aumentano e riducono i bonus e pagano gli intermediari per ogni persona reclutata. Quando i volontari non bastano, rendono l’offerta più allettante. Putin ha imparato a usare la povertà come risorsa per la guerra. Ad alcuni dei suoi cittadini ha offerto, in cambio della morte, più di quanto avrebbero mai sperato di guadagnare nel resto della loro vita.

Chi parte? Secondo i dati dell’autore, almeno un quarto delle nuove reclute non aveva mai prestato servizio militare. Circa il 20% era disoccupato al momento della firma. Tra i prigionieri intervistati dagli ucraini, il 40% aveva precedenti penali. Naturalmente, si tratta soprattutto di persone provenienti da regioni povere e depresse. Non c’è una logica etnica: semplicemente, per loro si tratta di somme enormi, mentre un abitante di Mosca può guadagnare cifre analoghe anche senza andare in guerra.

Uno degli elementi che più spesso induce perplessità negli osservatori occidentali è l’assenza in Russia di una tradizione mobilitazione bellica di massa. Lo Stato non è in grado di mobilitare la società, che ha atomizzato nel corso di vent’anni. Perciò ha comprato la guerra sul mercato. Paga chi ha accettato, mentre tutti gli altri continuano a vivere come prima.

È proprio questa la terribile logica dell’economia della morte. Una persona può essere perfettamente consapevole che la sua decisione di arruolarsi lo condurrà a rischiare la vita. Ma, nonostante questo, considera la firma del contratto come un’occasione per aiutare finalmente la propria famiglia. La sua stessa morte entra a far parte di un calcolo finanziario.

D’altra parte il denaro ricevuto dalle famiglie torna nell’economia: viene speso per gli acquisti, le ristrutturazioni, la casa. Per un negozio non fa differenza se il cliente ha guadagnato quei soldi con un lavoro civile o li ha ricevuti perché un familiare è morto in guerra. Così la guerra sostiene i consumi anche in quei luoghi in cui non si produce nulla per il fronte.

Si tratta di una delle cose più spaventose da capire sulla Russia di oggi. La povertà è diventata una risorsa per prolungare la guerra. E lo Stato offre ad alcuni dei propri cittadini, in cambio della morte, una somma che non avrebbero mai pensato di poter ottenere in tutta la vita che gli resta.

Immaginate un italiano che guadagni 2.000 euro al mese. Gli offrono un lavoro da 8.000 euro al mese, gli versano in anticipo diversi anni di stipendio in cambio della firma di un contratto e promettono alla sua famiglia circa un milione di euro euro se lui dovesse morire. Secondo voi, si troverebbero persone disposte ad accettare? Soprattutto tra chi ha debiti, non ha risparmi e non vede grandi possibilità di uscire da quella situazione.

Lo Stato russo non ha convinto le persone che ci sia qualcosa per cui valga la pena morire. Ha semplicemente stabilito un prezzo per la morte.